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domenica 28 luglio 2013

CHIAMATI A PROMUOVERE LA CULTURA DELL'INCONTRO

Città del Vaticano, 28 luglio 2013 (VIS). La Cattedrale Metropolitana di São Sebastião do Rio de Janeiro, le cui vetrate, opera di Lorenz Halimar, illustrano le quattro caratteristiche della Chiesa: Una (colore dominante verde), Santa (rosso), Cattolica (azzurro) e Apostolica (giallo), ha accolto ieri, alle 9:00 ora locale (14:00 ora di Roma), Papa Francesco che ha celebrato la Santa Messa con i Vescovi della Giornata Mondiale della Gioventù, i Sacerdoti, i Religiosi e i Seminaristi. In occasione dell'anno della Fede, i testi della celebrazione sono stati tratti dalla Messa per l'Evangelizzazione dei Popoli. Il Santo Padre ha dedicato l'omelia ai tre aspetti della vocazione: chiamati da Dio, chiamati ad annunciare il Vangelo, chiamati a promuovere la cultura dell'incontro.

Del primo aspetto "Chiamati da Dio", il Papa ha detto: "Credo che sia importante ravvivare sempre in noi questa realtà, che spesso diamo per scontata (...): 'Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi', ci dice Gesù. È riandare alla sorgente della nostra chiamata. Per questo, un vescovo, un sacerdote, un consacrato, una consacrata, un seminarista non può essere 'smemorato': perde il riferimento essenziale al momento iniziale del suo cammino. (...) Siamo stati chiamati da Dio e chiamati per rimanere con Gesù, uniti a Lui. In realtà, questo vivere, questo permanere in Cristo segna tutto ciò che siamo e facciamo. È precisamente questa 'vita in Cristo' ciò che garantisce la nostra efficacia apostolica, la fecondità del nostro servizio. (...) Non è la creatività, per quanto pastorale sia, non sono gli incontri o le pianificazioni che assicurano i frutti, anche se aiutano e molto, ma quello che assicura il frutto è l’essere fedeli a Gesù (...). E noi sappiamo bene che cosa significa: contemplarLo, adorarLo e abbracciarLo, nel nostro incontro quotidiano con Lui nell'Eucaristia, nella nostra vita di preghiera, nei nostri momenti di adorazione; riconoscerlo presente e abbracciarlo anche e nelle persone più bisognose. Il 'rimanere' con Cristo non significa isolarsi, ma è un rimanere per andare all’incontro con gli altri. Qui voglio ricordare alcune parole della Beata Madre Teresa di Calcutta. Dice così: 'Dobbiamo essere molto orgogliose della nostra vocazione che ci dà l'opportunità di servire Cristo nei poveri. È nelle 'favelas', nei 'cantegriles', nelle 'villas miseria', che si deve andare a cercare e servire Cristo. Dobbiamo andare da loro come il sacerdote si reca all'altare, con gioia'".

Nello spiegare il secondo aspetto: "Chiamati ad annunciare il Vangelo", il Pontefice ha detto: "Molti di voi, carissimi Vescovi e sacerdoti, se non tutti, siete venuti per accompagnare i vostri giovani alla loro Giornata Mondiale (...). È nostro impegno di Pastori aiutarli a far ardere nel loro cuore il desiderio di essere discepoli missionari di Gesù. Certo, molti potrebbero sentirsi un po’ spaventati di fronte a questo invito, pensando che essere missionari significhi lasciare necessariamente il Paese, la famiglia e gli amici. Dio chiede che siamo missionari. Dove siamo? Dove Lui stesso ci colloca, nella nostra patria o dove ci ponga. Aiutiamo i giovani. Abbiamo l'orecchio attento per ascoltare le loro illusioni - hanno bisogno di essere ascoltati -,(...) La pazienza di ascoltare! Questo ve lo chiedo con tutto il cuore! Nel confessionale, nella direzione spirituale, nell'accompagnamento. Sappiamo perdere tempo con loro. Seminare, costa e affatica, affatica moltissimo! Ed è molto più gratificante godere del raccolto! Che furbizia! Tutti godiamo di più con il raccolto! Però Gesù ci chiede che seminiamo con serietà".

"Non risparmiamo le nostre forze nella formazione dei giovani! - ha esclamato il Papa - (...)
Aiutare i nostri giovani a riscoprire il coraggio e la gioia della fede (...) Educarli nella missione, ad uscire (...). Così ha fatto Gesù con i suoi discepoli: non li ha tenuti attaccati a sé come una chioccia con i suoi pulcini; li ha inviati! Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità, nella nostra istituzione parrocchiale o nella nostra istituzione diocesana, quando tante persone sono in attesa del Vangelo! Uscire inviati. Non è semplicemente aprire la porta perché vengano, per accogliere, ma è uscire dalla porta per cercare e incontrare! Spingiamo i giovani affinché escano. Certo che faranno stupidaggini. Non abbiamo paura! Gli Apostoli le hanno fatte prima di noi. (...) Pensiamo con decisione alla pastorale partendo dalla periferia, partendo da coloro che sono più lontani, da coloro che di solito non frequentano la parrocchia. Loro sono gli invitati VIP. Andare a cercarli nel crocevia delle strade".

Infine il Papa si è riferito al terzo aspetto: "Chiamati a promuovere la cultura dell’incontro" ed ha detto: "In molti ambienti, e in generale in questo umanesimo economicista che ci è stato imposto nel mondo - ha sottolineato - si è fatta strada una cultura dell’esclusione, una 'cultura dello scarto'. Non c'è posto né per l’anziano né per il figlio non voluto; non c’è tempo per fermarsi con quel povero nella strada. A volte sembra che per alcuni, i rapporti umani siano regolati da due 'dogmi' moderni: efficienza e pragmatismo. (...) Abbiate il coraggio di andare controcorrente a questa cultura efficentista, a questa cultura dello scarto. L’incontro e l’accoglienza di tutti, la solidarietà - una parola che si sta nascondendo in questa cultura, quasi fosse una cattiva parola -, la solidarietà e la fraternità, sono elementi che rendono la nostra civiltà veramente umana. Essere servitori della comunione e della cultura dell'incontro! (...) E farlo senza essere presuntuosi, imponendo 'le nostre verità', ma bensì guidati dall'umile e felice certezza di chi è stato trovato, raggiunto e trasformato dalla Verità che è Cristo e non può non annunciarla".

Al termine della Messa e dopo la Benedizione dei presenti, il Papa a bordo dell'autovettura panoramica ha raggiunto il Teatro Municipale per l'Incontro con la classe dirigente del Brasile.

PAPA FRANCESCO ALLA CLASSE DIRIGENTE DEL BRASILE: "UN PAESE CRESCE QUANDO DIALOGANO IN MODO COSTRUTTIVO LE SUE DIVERSE RICCHEZZE CULTURALI"

Città del Vaticano, 28 luglio 2013 (VIS). "Vedo in voi la memoria e la speranza: la memoria del cammino e della coscienza della vostra Patria e la speranza che questa Patria, sempre aperta alla luce che promana dal Vangelo, possa continuare a svilupparsi nel pieno rispetto dei principi etici fondati sulla dignità trascendente della persona. Memoria del passato e utopia verso il futuro si incontrano nel presente, che non è una congiuntura senza storia e senza promessa, ma un momento nel tempo, una sfida per raccogliere saggezza e saperla proiettare". Con queste parole, nel pomeriggio di ieri, Papa Francesco ha aperto l'incontro con la classe dirigente del Brasile nel Teatro Municipale di Rio de Janeiro. Erano presenti politici, diplomatici, esponenti della società civile, dell'imprenditoria, della cultura e rappresentanti delle maggiori comunità religiose del Brasile.

Il Santo Padre che è stato accolto al suo arrivo dalla Presidente del Teatro e dalla Segretario di Stato alla Cultura, ha citato il pensatore brasiliano Aleceu Amoroso Lima che affermava: "Quanti, in una Nazione, hanno un ruolo di responsabilità, sono chiamati ad affrontare il futuro 'con lo sguardo calmo di chi sa vedere la verità', ed ha aggiunto: "Vorrei condividere con voi tre aspetti di questo sguardo calmo, sereno e saggio: primo, l’originalità di una tradizione culturale; secondo, la responsabilità solidale per costruire il futuro; e terzo, il dialogo costruttivo, per affrontare il presente".

"Anzitutto, è giusto - ha detto il Papa - valorizzare la dinamica originalità che caratterizza la cultura brasiliana, con la sua straordinaria capacità di integrare elementi diversi. Il comune sentire di un popolo, le basi del suo pensiero e della sua creatività, i principi fondamentali della sua vita, i criteri di giudizio in merito alle priorità, alle norme di azione, si fondano, si fondono e crescono su una visione integrale della persona umana. Questa visione dell’uomo e della vita così come è propria del popolo brasiliano, ha ricevuto anche la linfa del Vangelo, la fede in Gesù Cristo, nell’amore di Dio e la fraternità con il prossimo. La ricchezza di questa linfa può fecondare un processo culturale fedele all’identità brasiliana e, al tempo stesso, un processo costruttore di un futuro migliore per tutti".

"Un processo che fa crescere l’umanizzazione integrale e la cultura dell’incontro e della relazione; questo è il modo cristiano di promuovere il bene comune, la gioia di vivere. E qui convergono fede e ragione, la dimensione religiosa con i diversi aspetti della cultura umana: arte, scienza, lavoro, letteratura… Il cristianesimo unisce trascendenza e incarnazione; per la capacità di rivitalizzare sempre il pensiero e la vita, di fronte alla minaccia della frustrazione e del disincanto che possono invadere i cuori e si diffondono nelle strade".

Un secondo elemento, la responsabilità sociale "richiede - ha spiegato il Pontefice - un certo tipo di paradigma culturale e, conseguentemente, di politica. Siamo responsabili della formazione di nuove generazioni, di aiutarle ad essere capaci nell'economia e nella politica, e ferme sui valori etici. Il futuro esige oggi l'opera di riabilitare la politica, riabilitare la politica, che è una delle forme più alte della carità. Il futuro esige anche una visione umanista dell'economia e una politica che realizzi sempre più e meglio la partecipazione della gente, eviti gli élitarismi e sradichi la povertà. Che nessuno sia privo del necessario e che a tutti sia assicurata dignità, fratellanza e solidarietà: questa è la strada proposta. Già ai tempi del profeta Amos, era molto frequente l’avvertimento di Dio: 'Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali […] calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare il cammino dei miseri'. Le grida che chiedono giustizia continuano ancor oggi".

"Chi ha un ruolo di guida, permettetemi che dica, chi la vita ha unto come guida, deve avere obiettivi concreti e ricercare i mezzi specifici per raggiungerli, ma anche ci può essere il pericolo della disillusione, dell’amarezza, dell’indifferenza, quando le aspirazioni non si realizzano. Qui faccio appello alla dinamica della speranza che ci spinge ad andare sempre oltre, a impiegare tutte le energie e le capacità in favore delle persone per cui si opera, accettando i risultati e creando condizioni per scoprire nuovi percorsi, donandosi anche senza vedere risultati, ma mantenendo viva la speranza, con quella costanza e coraggio che nascono dall'accettazione della propria vocazione di guida e di dirigente".

"È proprio della leadership scegliere la più giusta delle opzioni dopo averle considerate partendo dalla propria responsabilità e dall’interesse del bene comune; per questa strada si va al centro dei mali della società e per vincerli anche con l’audacia di azioni coraggiose e libere. È nostra responsabilità, pur sempre limitata, questa comprensione di tutta la realtà (...) per prendere decisioni nel momento presente, ma allargando lo sguardo verso il futuro, riflettendo sulle conseguenze delle decisioni. Chi agisce responsabilmente colloca la propria azione davanti ai diritti degli altri e davanti al giudizio di Dio. Questo senso etico appare oggi come una sfida storica senza precedenti, dobbiamo cercarlo, dobbiamo inserirlo nella stessa società. Oltre alla razionalità scientifica e tecnica, nella situazione attuale si impone il vincolo morale con una responsabilità sociale e profondamente solidale".

Infine Papa Francesco si è soffermato su un aspetto che considera fondamentale per affrontare il presente: il dialogo costruttivo. "Tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni, il dialogo nel popolo, perché tutti siamo popolo, la capacità di dare e ricevere, rimanendo aperti alla verità. Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali (...). È impossibile immaginare un futuro per la società senza un forte contributo di energie morali in una democrazia che rimanga chiusa nella pura logica o nel mero equilibrio di rappresentanza di interessi costituiti. Considero anche fondamentale in questo dialogo il contributo delle grandi tradizioni religiose, che svolgono un fecondo ruolo di lievito della vita sociale e di animazione della democrazia. Favorevole alla pacifica convivenza tra religioni diverse è la laicità dello Stato, che, senza assumere come propria nessuna posizione confessionale, rispetta e valorizza la presenza della dimensione religiosa nella società, favorendone le sue espressioni più concrete".

"Quando i leader dei diversi settori mi chiedono un consiglio - ha detto Papa Francesco - , la mia risposta sempre è la stessa: dialogo, dialogo, dialogo. L'unico modo di crescere per una persona, una famiglia, una società, l'unico modo per far progredire la vita dei popoli è la cultura dell'incontro, una cultura in cui tutti hanno qualcosa di buono da dare e tutti possono ricevere qualcosa di buono in cambio. (...) Questo atteggiamento aperto, disponibile e senza pregiudizi, lo definirei come 'umiltà sociale che è ciò che favorisce il dialogo. Solo così può crescere una buona intesa fra le culture e le religioni, la stima delle une per le altre senza precomprensioni gratuite e in un clima di rispetto per i diritti di ciascuna. Oggi, o si scommette sul dialogo, o si scommette sulla cultura dell'incontro, o tutti perdiamo, tutti pe4rdiamo. Per di qui va il cammino fecondo".

Al termine il Papa si è rivolto ai presenti pregandoli di accogliere le sue "parole come espressione della mia sollecitudine di Pastore di Chiesa e del rispetto e affetto che nutro per il popolo brasiliano. La fraternità tra gli uomini e la collaborazione per costruire una società più giusta non sono sogno fantasioso, ma il risultato di uno sforzo concertato di verso il bene comune. Vi incoraggio in questo vostro impegno per il bene comune, che richiede da parte di tutti saggezza, prudenza e generosità".

Concluso il suo discorso il Pontefice ha salutato personalmente i venti rappresentanti delle varie categorie presenti, di cui sei delegati continentali del Corpo Diplomatico. Infine il Papa si è diretto in auto al Complesso São Joaquim, sede dell'Arcivescovado di Rio de Janeiro per il pranzo con i Cardinali e i Vescovi brasiliani.

FRANCESCO: SERVE UNA CHIESA CHE SI PONGA IN CAMMINO CON LA GENTE

Città del Vaticano, 28 luglio 2013 (VIS). Alle 13:00 di ieri, sabato 27 luglio, il Papa ha avuto un incontro con i Cardinali, con la Presidenza della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile e con i Vescovi brasiliani nella sede dell'Arcivescovado di Rio de Janeiro. L'Incontro è stato preceduto da un pranzo. La Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) è la più numerosa al mondo, conta 275 Circoscrizioni ecclesiastiche di cui 44 Diocesi Metropolitane, 213 Diocesi, 3 Eparchie, 11 Prelature, 1 Esarcato, un Ordinariato per fedeli di rito orientale senza Ordinario proprio, un Ordinariato Militare ed un'Amministrazione Apostolica personale. I Vescovi sono 459, i Cardinali 9, fra i quali cinque elettori. Il Presidente della CNBB è il Cardinale Raymundo Damasceno Assis, Arcivescovo di Aparecida.

Di seguito riportiamo un'ampia sintesi del discorso pronunciato dal Papa:

1. Aparecida: chiave di lettura per la missione della Chiesa

In Aparecida, Dio ha offerto al Brasile la sua propria Madre. Ma, in Aparecida, Dio ha dato anche una lezione su Se stesso, circa il suo modo di essere e di agire. Una lezione sull’umiltà che appartiene a Dio come tratto essenziale, e che è nel DNA di Dio. C’è qualcosa di perenne da imparare su Dio e sulla Chiesa in Aparecida; un insegnamento che né la Chiesa in Brasile, né il Brasile stesso devono dimenticare. All’inizio dell’evento di Aparecida c’è la ricerca dei poveri pescatori. Tanta fame e poche risorse. La gente ha sempre bisogno di pane. Gli uomini partono sempre dei loro bisogni, anche oggi. (...) Prima c’è la fatica, forse la stanchezza, per la pesca, e tuttavia il risultato è scarso: un fallimento, un insuccesso. Nonostante gli sforzi, le reti sono vuote.

Poi, quando vuole Dio, Egli stesso subentra nel suo Mistero. Le acque sono profonde e tuttavia nascondono sempre la possibilità di Dio; e Lui è arrivato di sorpresa, chissà quando non Lo si aspettava più. La pazienza di coloro che lo attendono è sempre messa alla prova. E Dio è arrivato in modo nuovo, perché Dio è sorpresa: un’immagine di fragile argilla, oscurata dalle acque del fiume, anche invecchiata dal tempo. Dio entra sempre nelle vesti della pochezza. Ecco allora l’immagine dell’Immacolata Concezione. Prima il corpo, poi la testa, poi il ricongiungimento di corpo e testa: unità. Quello che era spezzato riprende l’unità. Il Brasile coloniale era diviso dal muro vergognoso della schiavitù. La Madonna Aparecida si presenta con il volto negro, prima divisa, poi unita nelle mani dei pescatori.... (...) In Aparecida, sin dall’inizio, Dio dona un messaggio di ricomposizione di ciò che è fratturato, di compattazione di ciò che è diviso. Muri, abissi, distanze presenti anche oggi sono destinati a scomparire. La Chiesa non può trascurare questa lezione: essere strumento di riconciliazione.

I pescatori non disprezzano il mistero incontrato nel fiume, anche se è un mistero che appare incompleto. Non buttano via i pezzi del mistero. Attendono la pienezza. E questa non tarda ad arrivare. C’è qualcosa di saggio che dobbiamo imparare. Ci sono pezzi di un mistero, come parti di un mosaico, che andiamo incontrando. Noi vogliamo vedere troppo in fretta il tutto e Dio invece si fa vedere pian piano. Anche la Chiesa deve imparare questa attesa. Poi, i pescatori portano a casa il mistero. La gente semplice ha sempre spazio per far albergare il mistero. Forse abbiamo ridotto il nostro parlare del mistero ad una spiegazione razionale; nella gente, invece, il mistero entra dal cuore. Nella casa dei poveri Dio trova sempre posto".

I pescatori (...) rivestono il mistero della Vergine pescata, come se lei avesse freddo e avesse bisogno di essere riscaldata. Dio chiede di essere messo al riparo nella parte più calda di noi stessi: il cuore. Poi è Dio a sprigionare il calore di cui abbiamo bisogno, ma prima entra con l’astuzia di colui che mendica. I pescatori coprono quel mistero della Vergine con il manto povero della loro fede. Chiamano i vicini per vedere la bellezza trovata; si riuniscono intorno ad essa; raccontano le loro pene in sua presenza e le affidano le loro cause. Consentono così che le intenzioni di Dio si possano attuare: una grazia, poi l’altra; una grazia che apre ad un’altra; una grazia che prepara un’altra. Dio va gradualmente dispiegando l’umiltà misteriosa della sua forza.

C’è da imparare tanto da questo atteggiamento dei pescatori. Una Chiesa che fa spazio al mistero di Dio; una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla. Solo la bellezza di Dio può attrarre. La via di Dio è l’incanto che attrae. Dio si fa portare a casa. Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro. Parliamo di missione, di Chiesa missionaria. Penso ai pescatori che chiamano i loro vicini per vedere il mistero della Vergine. Senza la semplicità del loro atteggiamento, la nostra missione è destinata al fallimento.

La Chiesa ha sempre l’urgente bisogno di non disimparare la lezione di Aparecida, non la può dimenticare. Le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri, perché sempre è Lui che agisce. (...) Il risultato del lavoro pastorale non si appoggia sulla ricchezza delle risorse, ma sulla creatività dell’amore. Servono certamente la tenacia, la fatica, il lavoro, la programmazione, l’organizzazione, ma prima di tutto bisogna sapere che la forza della Chiesa non abita in se stessa, bensì si nasconde nelle acque profonde di Dio, nelle quali essa è chiamata a gettare le reti.

Un’altra lezione che la Chiesa deve ricordare sempre è che non può allontanarsi dalla semplicità, altrimenti disimpara il linguaggio del Mistero e resta fuori dalla porta del Mistero, e, ovviamente, non riesce ad entrare in coloro che pretendono dalla Chiesa quello che non possono darsi da sé, cioè Dio. A volte, perdiamo coloro che non ci capiscono perché abbiamo disimparato la semplicità, importando dal di fuori anche una razionalità aliena alla nostra gente. Senza la grammatica della semplicità, la Chiesa si priva delle condizioni che rendono possibile 'pescare' Dio nelle acque profonde del suo Mistero. Un ultimo ricordo: Aparecida è comparsa in un luogo di incrocio. La strada che univa Rio, la capitale, con San Paolo, la provincia intraprendente che stava nascendo, e Minas Gerais, le miniere molto ambite dalle Corti europee: un crocevia del Brasile Coloniale. Dio appare negli incroci. La Chiesa in Brasile non può dimenticare tale vocazione inscritta in sé fin dal suo primo respiro: essere capace di sistole e diastole, di raccogliere e diffondere.

2. L’apprezzamento per il percorso della Chiesa in Brasile

I Vescovi di Roma hanno avuto sempre il Brasile e la sua Chiesa nel loro cuore. (...) Oggi, vorrei riconoscere il lavoro senza risparmio di voi Pastori, nelle vostre Chiese. Penso ai Vescovi nelle foreste, salendo e scendendo i fiumi, nelle aree semiaride, nel Pantanal, nella pampa, nelle giungle urbane delle megalopoli. Amate sempre, con totale dedizione il vostro gregge! Ma penso anche a tanti nomi e tanti volti, che hanno lasciato impronte incancellabili nel cammino della Chiesa in Brasile, facendo toccare con mano la grande bontà del Signore verso questa Chiesa. (...) La Chiesa in Brasile ha ricevuto e applicato con originalità il Concilio Vaticano II e il percorso realizzato, pur avendo dovuto superare certe malattie infantili, ha portato ad una Chiesa gradualmente più matura, aperta, generosa, missionaria. Oggi siamo in un momento nuovo. Come si è bene espresso il Documento di Aparecida: non è un’epoca di cambiamento, ma è un cambiamento d’epoca. Allora, oggi è sempre urgente domandarci: che cosa chiede Dio a noi? A questa domanda vorrei tentare di offrire qualche linea di risposta.

3. L’icona di Emmaus come chiave di lettura del presente e del futuro

Anzitutto non bisogna cedere alla paura di cui parlava il Beato John Henry Newman: "Il mondo cristiano sta gradualmente diventando sterile, e si esaurisce come una terra sfruttata a fondo che diviene sabbia" Non bisogna cedere al disincanto, allo scoraggiamento, alle lamentele. Abbiamo lavorato molto e, a volte, ci sembra di essere degli sconfitti, e abbiamo il sentimento di chi deve fare il bilancio di una stagione ormai persa, guardando a coloro che ci lasciano o non ci ritengono più credibili, rilevanti.

Rileggiamo in questa luce, ancora una volta, l’episodio di Emmaus. I due discepoli scappano da Gerusalemme. Si allontano dalla “nudità” di Dio. Sono scandalizzati dal fallimento del Messia nel quale avevano sperato e che ora appare irrimediabilmente sconfitto, umiliato, anche dopo il terzo giorno. Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa - la loro Gerusalemme - non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande; forse la Chiesa aveva risposte per l’infanzia dell’uomo ma non per la sua età adulta. Il fatto è che oggi ci sono molti che sono come i due discepoli di Emmaus; non solo coloro che cercano risposte nei nuovi e diffusi gruppi religiosi, ma anche coloro che sembrano ormai senza Dio sia nella teoria che nella pratica.

Di fronte a questa situazione che cosa fare? Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte (...). Serve una Chiesa che sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, da soli, con il proprio disincanto, con la delusione di un Cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso.

La globalizzazione implacabile, e l'intensa urbanizzazione spesso selvagge, hanno promesso molto. Tanti si sono innamorati dalle loro potenzialità e in esse c’è qualcosa di veramente positivo, come, per esempio, la diminuzione delle distanze, l'avvicinamento tra le persone e le culture, la diffusione dell'informazione e dei servizi. Ma, dall'altro lato, molti vivevano i loro effetti negativi senza rendersi conto di come essi pregiudicano la propria visione dell'uomo e del mondo, generando maggiore disorientamento, e un vuoto che non riescono a spiegare. Alcuni di questi effetti sono la confusione circa il senso della vita, la disintegrazione personale, la perdita dell'esperienza di appartenere a un "nido", la mancanza di un luogo e di legami profondi.

E siccome non c'è chi li accompagni e mostri con la propria vita il vero cammino, molti hanno cercato scorciatoie, perché appare troppo alta la “misura” della Grande Chiesa. Ci sono anche quelli che riconoscono l'ideale dell'uomo e di vita proposto dalla Chiesa, ma non hanno l'audacia di abbracciarlo. Pensano che questo ideale sia troppo grande per loro, sia fuori delle loro possibilità; la meta a cui tendere è irraggiungibile. Tuttavia non possono vivere senza avere almeno qualcosa, sia pure una caricatura, di quello che sembra troppo alto e lontano. Con la disillusione nel cuore, vanno alla ricerca di qualcosa che li illuda ancora una volta, o si rassegnano ad una adesione parziale, che, in definitiva, non riesce a dare pienezza alla loro vita. Il grande senso di abbandono e di solitudine, di non appartenenza neanche a se stessi che spesso emerge da questa situazione, è troppo doloroso per essere messo a tacere. C’è bisogno di uno sfogo e allora resta la via del lamento. Ma anche il lamento diventa a sua volta come un boomerang che torna indietro e finisce per aumentare l’infelicità. Poca gente è ancora capace di ascoltare il dolore; bisogna almeno anestetizzarlo.

Davanti a questo panorama, serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente; una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme; una Chiesa che si renda conto di come le ragioni per le quali c’è gente che si allontana contengono già in se stesse anche le ragioni per un possibile ritorno, ma è necessario saper leggere il tutto con coraggio. Gesù diede calore al cuore dei discepoli di Emmaus.

Vorrei che ci domandassimo tutti, oggi: siamo ancora una Chiesa capace di riscaldare il cuore? Una Chiesa capace di ricondurre a Gerusalemme? Di riaccompagnare a casa? In Gerusalemme abitano le nostre sorgenti: Scrittura, Catechesi, Sacramenti, Comunità, amicizia del Signore, Maria e gli Apostoli... Siamo ancora in grado di raccontare queste fonti così da risvegliare l’incanto per la loro bellezza? Tanti se ne sono andati poiché è stato loro promesso qualcosa di più alto, qualcosa di più forte, qualcosa di più veloce. Ma c’è qualcosa di più alto dell’amore rivelato a Gerusalemme? Nulla è più alto dell’abbassamento della Croce, poiché lì si raggiunge veramente l’altezza dell’amore! Siamo ancora in grado di mostrare questa verità a coloro che pensano che la vera altezza della vita sia altrove? Si conosce qualcosa di più forte della potenza nascosta nella fragilità dell’amore, del bene, della verità, della bellezza?

La ricerca di ciò che è sempre più veloce attira l’uomo d’oggi: Internet veloce, auto veloci, aerei veloci, rapporti veloci... E tuttavia si avverte una disperata necessità di calma, vorrei dire di lentezza. La Chiesa, sa ancora essere lenta: nel tempo, per ascoltare, nella pazienza, per ricucire e ricomporre? O anche la Chiesa è ormai travolta della frenesia dell’efficienza? Recuperiamo, cari Fratelli, la calma di saper accordare il passo con le possibilità dei pellegrini, con i loro ritmi di cammino, la capacità di essere sempre vicini per consentire loro di aprire un varco nel disincanto che c’è nei cuori, così da potervi entrare. (...). Serve una Chiesa che torni a portare calore, ad accendere il cuore. Serve una Chiesa capace ancora di ridare cittadinanza a tanti dei suoi figli che camminano come in un esodo.

4. Le sfide della Chiesa in Brasile

La priorità della formazione: Vescovi, sacerdoti, religiosi, laici. (...) È importante promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità. Serve una solidità umana, culturale, affettiva, spirituale, dottrinale. Cari Fratelli nell’Episcopato, bisogna avere il coraggio di una revisione a fondo delle strutture di formazione e di preparazione del clero e del laicato della Chiesa che è in Brasile. (...) I Vescovi non possono delegare tale compito. Voi non potete delegare tale compito, ma assumerlo come qualcosa di fondamentale per il cammino delle vostre Chiese.

Collegialità e solidarietà della Conferenza Episcopale. (...) È importante ricordare Aparecida, il metodo di raccogliere la diversità. Non tanto diversità di idee per produrre un documento, ma varietà di esperienze di Dio per mettere in moto una dinamica vitale. (...) Serve, allora, una valorizzazione crescente dell’elemento locale e regionale. Non è sufficiente la burocrazia centrale, ma bisogna far crescere la collegialità e la solidarietà, sarà una vera ricchezza per tutti.

Stato permanente di missione e conversione pastorale.

(...) Sulla missione è da ricordare che l’urgenza deriva dalla sua motivazione interna, si tratta cioè di trasmettere un’eredità, e sul metodo è decisivo ricordare che un’eredità .è come il testimone, il bastone, nella corsa a staffetta: non si butta per aria e chi riesce a prenderlo, bene, e chi non ci riesce rimane senza. Per trasmettere l’eredità bisogna consegnarla personalmente, toccare colui al quale si vuole donare, trasmettere, tale eredità. Sulla conversione pastorale vorrei ricordare che “pastorale” non è altra cosa che l’esercizio della maternità della Chiesa. (...) Serve, allora, una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia c’è poco da fare oggi per inserirsi in un mondo di “feriti”, che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore. Nella missione, anche continentale, è molto importante rinforzare la famiglia, che rimane cellula essenziale per la società e per la Chiesa; i giovani, che sono il volto futuro della Chiesa; le donne, che hanno un ruolo fondamentale nel trasmettere la fede e costituiscono una forza quotidiana in una società che la porti avanti a la rinnovi. Non riduciamo l’impegno delle donne nella Chiesa, bensì promuoviamo il loro ruolo attivo nella comunità ecclesiale. Se la Chiesa perde le donne, nella sua dimensione totale e reale, la Chiesa rischia la sterilità. Aparecida sottolinea anche la vocazione e la missione dell'uomo nella famiglia, nella Chiesa e nella società, come padri, lavoratori e cittadini. Tenetelo in seria considerazione!

Il compito della Chiesa nella società

Nell’ambito della società c’è una sola cosa che la Chiesa chiede con particolare chiarezza: la libertà di annunciare il Vangelo in modo integrale, anche quando si pone in contrasto con il mondo, anche quando va controcorrente, difendendo il tesoro di cui è solo custode, e i valori dei quali non dispone, ma che ha ricevuto e ai quali deve essere fedele. La Chiesa afferma il diritto di servire l’uomo nella sua interezza, dicendogli quello che Dio ha rivelato circa l’uomo e la sua realizzazione, ed essa desidera rendere presente quel patrimonio immateriale senza il quale la società si sfalda (...). La Chiesa ha il diritto e il dovere di mantenere accesa la fiamma della libertà e dell’unità dell’uomo. Educazione, salute, pace sociale sono le urgenze brasiliane. La Chiesa ha una parola da dire sui questi temi, perché per rispondere adeguatamente a tali sfide non sono sufficienti soluzioni meramente tecniche, ma bisogna avere una sottostante visione dell’uomo, della sua libertà, del suo valore, della sua apertura al trascendente. E voi, (...) non abbiate timore di offrire (...) questa parola "incarnata" anche con la testimonianza.

L’Amazzonia come cartina di tornasole, banco di prova per la Chiesa e la società brasiliane

(...) La Chiesa è in Amazzonia non come chi ha le valigie in mano per partire dopo aver sfruttato tutto ciò che ha potuto. La Chiesa è presente in Amazzonia sin dall’inizio con missionari, congregazioni religiose, sacerdoti, laici e vescovi, e tuttora è presente e determinante per il futuro dell’area. (...) Vorrei invitare tutti a riflettere su quello che Aparecida ha detto sull’Amazzonia, anche il forte richiamo al rispetto e alla custodia dell'intera creazione che Dio ha affidato all’uomo non perché lo sfrutti selvaggiamente, ma perché lo renda un giardino.

(...) Cari Confratelli, ho cercato di offrivi in modo fraterno delle riflessioni e delle linee di lavoro in una Chiesa come quella in Brasile che è un grande mosaico di piccole pietre, di immagini, di forme, di problemi, di sfide, ma che proprio per questo è una enorme ricchezza. La Chiesa non è mai uniformità, ma diversità che si armonizzano nell’unità e questo vale in ogni realtà ecclesiale.


IL PAPA ESORTA A "SUDARE LA CAMICIA" COME AUTENTICI ATLETI DI CRISTO

Città del Vaticano, 28 luglio 2013 (VIS). Nel tardo pomeriggio di ieri il Santo Padre si è recato a Copacabana dove si è tenuta la Veglia di Preghiera con i giovani. La Liturgia della Parola ha avuto inizio con diverse testimonianze e domande che i giovani hanno posto al Santo Padre.

Al termine della Veglia il Papa ha indirizzato un breve discorso ai quasi due milioni di giovani ai quali ha ricordato la storia di San Francesco d'Assisi che dà "il suo contributo per la vita della Chiesa; si trattava di mettersi a servizio della Chiesa, amandola e lavorando perché in essa si riflettesse sempre più il Volto di Cristo. Anche oggi - ha detto il Papa - il Signore continua ad avere bisogno di voi giovani per la sua Chiesa. Anche oggi chiama ciascuno di voi a seguirlo nella sua Chiesa e ad essere missionari".

A causa del maltempo, la Veglia di Preghiera che avrebbe dovuto tenersi nel "Campus Fidei" di Guaratiba, si è tenuta a Copacabana. Prendendo spunto da ciò, Papa Francesco ha esortato a ben comprendere che: "Non voleva il Signore dirci che il vero campo della fede, il vero 'Campus Fidei' non è un luogo geografico ma siamo noi?". Con questo interrogativo il Papa ha introdotto nel suo discorso tre immagini di "campo", che possono aiutare - ha detto - "a capire meglio che cosa significa essere discepolo-missionario".

In primo luogo "Il campo come luogo in cui si semina". Il Papa ha ricordato la parabola di Gesù del buon seminatore. Alcuni semi cadono sulla strada, altri in mezzo ai sassi, altri tra le spine e non riescono a svilupparsi; ma altri cadono su terra buona e producono molto frutto. "Gesù stesso spiega il significato della parabola - ha detto il Papa - il seme è la Parola di Dio che è gettata nei nostri cuori. Tutti i giorni, ma oggi in modo particolare, Gesù semina. Quando accettiamo la Parola di Dio, allora siamo il Campus Fidei. Per favore lasciate che Cristo e la sua Parola entrino nella vostra vita, lasciate entrare il seme della parola di Dio.... lasciate che cresca. Dio fa di tutto perché possano germogliare e crescere!".

"Credo che con onestà possiamo chiederci: Quale terreno siamo o vogliamo essere? Forse a volte siamo come la strada: ascoltiamo il Signore, ma non cambia nulla nella vita perché ci lasciamo intontire da tanti richiami superficiali che ascoltiamo; o come il terreno sassoso: accogliamo con entusiasmo Gesù, ma siamo incostanti e davanti alle difficoltà non abbiamo il coraggio di andare contro corrente; o siamo come il terreno con le spine: le cose, le passioni negative soffocano in noi le parole del Signore. Ho nel mio cuore due atteggiamenti: uno di stare bene con Dio e una di stare bene con il diavolo. Una di ricevere il seme di Gesù e nello stesso tempo bagnare le erbacce... Che nasce nel mio cuore?".

"Oggi, però, sono certo - ha ribadito il Papa - che il seme cade in terra buona .... No, padre, io non sono terra buona.... sono pieno di pietre, di spine. Può succedere, ma cerca un po' di buona terra nel tuo cuore e lascia che i semi buoni cadano in quel pezzettino di quella terra e vedrai come questi porteranno buoni frutti. Voi volete essere terreno buono, cristiani non part-time, non 'inamidati', di facciata, ma autentici. Sono certo che non volete vivere nell'illusione di una libertà che si lascia trascinare dalle mode e dalle convenienze del momento. So che voi puntate in alto, a scelte definitive che diano senso pieno alla vita. In silenzio lasciamo entrare il seme di Gesù. Gesù è in grado di offrirvi questo. Lui è 'la via, la verità e la vita'. Fidiamoci di Lui. Lasciamoci guidare da Lui!".

In secondo luogo: "Il campo come luogo di allenamento. Gesù ci chiede di seguirlo per tutta la vita, ci chiede di essere suoi discepoli, di 'giocare nella sua squadra'. Penso che la maggior parte di voi ami lo sport. E qui in Brasile, come in altri Paesi, il calcio è una passione nazionale. Ebbene, che cosa fa un giocatore quando è convocato a far parte di una squadra? Deve allenarsi, e allenarsi molto! Così è nella nostra vita di discepoli del Signore. (...) Gesù ci offre qualcosa di superiore della Coppa del Mondo! Ci offre la possibilità di una vita feconda e felice e ci offre anche un futuro con Lui che non avrà fine, la vita eterna. - ha assicurato il Santo Padre - Ma ci chiede di pagare un biglietto. E il biglietto è allenarci per 'essere in forma' (...) testimoniando la nostra fede. Come? Attraverso il dialogo con Lui: la preghiera".

Papa Francesco ha posto diverse domande ai giovani e ha chiesto che rispondessero in silenzio nel loro cuore. "Io prego? Lascio che lo Spirito Santo parli nel mio cuore? Chiedo a Gesù cosa vuoi che faccio? Questo è allenarsi. Chiedete a Gesù, parlate con Lui e se fate qualche errore qualcosa che non sta bene, non abbiate paura, parlate sempre con Gesù nelle buone e nelle cattive, questo è la preghiera. E in questo modo vi allenate nel dialogo con Gesù in questo discepolato missionario. E anche attraverso i sacramenti che fanno crescere in noi la sua presenza. Attraverso l'amore fraterno... a tutti, senza escludere e senza emarginare. Questi sono gli allenamenti per seguire Gesù: la preghiera, i sacramenti e l'aiuto agli altri, il servizio agli altri".

Infine "Il campo come cantiere. Quando il nostro cuore è una terra buona che accoglie la Parola di Dio, quando 'si suda la camicia' cercando di vivere da cristiani, noi sperimentiamo qualcosa di grande: non siamo mai soli, siamo parte di una famiglia di fratelli che percorrono lo stesso cammino: siamo parte della Chiesa; anzi, diventiamo costruttori della Chiesa e protagonisti della storia. Ragazzi e ragazze vi prego non mettetevi in coda nella storia, siate i protagonisti, fate passi avanti, costruite un mondo migliore".

Francesco ha ricordato che "Nella Chiesa di Gesù siamo noi le pietre vive, e Gesù ci chiede di costruire la sua Chiesa; e non come una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone. Ci chiede che la sua Chiesa vivente sia così grande da poter accogliere l’intera umanità, sia la casa per tutti!"

"Per favore - ha detto il papa ai giovani - non lasciate che gli altri siano i protagonisti del cambiamenti. Il futuro è nelle vostre mani. Continuate superando l'apatia e dando una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche nelle diverse parti del mondo. Vi chiedo: siate costruttori del futuro e mettetevi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, non guardate la vita dalla finestra, lanciatevi. Gesù non è rimasto alla finestra, si è lanciato nella vita...da dove iniziamo? Una volta chiesero a Madre Teresa di Calcutta che cosa doveva cambiare nella Chiesa, rispose: 'Tu ed io'! ... Anche io oggi rubo le parole a Madre Teresa e vi dico: voi ed io".

"Cari amici - ha detto il Papa ai giovani - non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore. Alziamo lo sguardo verso la Madonna. Essa aiuta a seguire Gesù, ci dà l'esempio con il suo 'sì' a Dio: 'Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola'. Lo diciamo anche noi, insieme con Maria, a Dio: avvenga per me secondo la tua parola. Così sia!".

Terminato il discorso di Papa Francesco, i diaconi hanno portato in Processione il Santissimo Sacramento. Dopo l'Adorazione Eucaristica e la preghiera dei giovani nelle diverse lingue, la celebrazione si è conclusa con la recita del Salve Regina.

sabato 27 luglio 2013

ANGELUS DEDICATO ALLA FAMIGLIA, AI NONNI E AL DIALOGO INTERGENERAZIONALE

Città del Vaticano, 27 luglio 2013 (VIS). Venerdì mattina, 26 luglio, il Papa si è recato al Parco "Quinta Boa Vista", che dista 19 chilometri della Residenza di Sumaré. Inizialmente magnifico bosco di proprietà della Compagnia di Gesù (XVI-XVII sec.), "Quinta da Boa Vista" (fattoria del bel panorama), attualmente è un parco comunale che ospita il Bioparco di Rio e l'omonimo Museo Nazionale, prima istituzione scientifica del Paese ritenuta a tutt'oggi il principale Museo di Storia Naturale ed Antropologico di tutta l'America Latina. Nel parco sono stati allestiti numerosi confessionali per i giovani della GMG, uno di essi è stato scelto dal Papa che ha confessato personalmente cinque giovani di lingua italiana, spagnola e portoghese. Al termine il Papa ha raggiunto in auto l'Arcivescovado di Rio, situato nel "Palácio de São Joaquim", noto anche come "Palácio da Mitra Arquiepiscopal". Edificato nel 1918 quale residenza ufficiale del primo Cardinale Arcivescovo di Rio de Janeiro, Cardinale Joaquim Arcoverde Cavalcanti de Albuquerque, l'edificio, opera dell'architetto Morales de los Rios, è caratterizzato da uno stile eclettico dai numerosi riferimenti architettonici a diversi monumenti storici. Durante la dittatura militare, l'allora Arcivescovo di Rio, Cardinale Eugênio de Araújo Sales diede asilo ad oppositori al regime all'interno del Palazzo.

Alle 11:30 il Papa ha avuto un breve incontro con otto giovani detenuti, sei ragazzi e due ragazze, che scontano la pena in diversi carceri minorili di Rio. I giovani hanno donato al Santo Padre un grandissimo Rosario di polistirolo, sulla Croce all'inizio del Rosario c'era scritto "Candelaria nunca maís", che si riferisce ad un terribile fatto di violenza occorso il 22 luglio 1993, sul portale della Chiesa della Candelaria a Rio de Janeiro: alcuni bambini e adolescenti di strada furono uccisi da un gruppo di uomini armati. Il Papa ha pregato ricordando anche i defunti che hanno sofferto violenza, ed ha invitato tutti i giovani presenti a non scoraggiarsi e continuava a ripetere "Violencia nunca mais! Mai più la violenza: solo amore! Mai più la violenza, solo amore!".

Immediatamente dopo il Papa si è diretto alla Cappella per salutare le Religiose della Residenza. Dalla Loggia dell'Episcopio il Santo Padre ha recitato l'Angelus con i fedeli che gremivano la piazza sottostante e le strade adiacenti.

"Vorrei che il mio passaggio in questa città di Rio rinnovasse in tutti l'amore per Cristo e per la Chiesa, la gioia di essere uniti a Lui e di appartenere alla Chiesa e l'impegno di vivere e di testimoniare la fede".

Papa Francesco ha spiegato i tre momenti della giornata in cui si recita la preghiera dell'Angelus: "una preghiera semplice" che "ci ricorda un evento luminoso che ha trasformato la storia: l’Incarnazione, il Figlio di Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazaret".

"Oggi la Chiesa celebra i genitori della Vergine Maria, i nonni di Gesù: i santi Gioacchino e Anna. Nella loro casa è venuta al mondo Maria (...); nella loro casa è cresciuta accompagnata dal loro amore e dalla loro fede", ha detto il Papa ribadendo il "valore prezioso della famiglia come luogo privilegiato per trasmettere la fede! Guardando all’ambiante familiare vorrei sottolineare una cosa: oggi, in questa festa dei santi Gioacchino ed Anna in Brasile come in altri Paesi, si celebra la festa dei nonni. Quanto sono importanti nella vita della famiglia per comunicare quel patrimonio di umanità e di fede che è essenziale per ogni società! E come è importante l'incontro e il dialogo tra le generazioni, soprattutto all'interno della famiglia".

"Il Documento di Aparecida ce lo ricorda: 'I bambini e gli anziani costruiscono il futuro dei popoli; i bambini perché porteranno avanti la storia, gli anziani perché trasmettono l'esperienza e la saggezza della loro vita'. Questo rapporto, questo dialogo tra le generazioni è un tesoro da conservare e alimentare!".

Infine il Papa si è diretto al Salone rotondo, situato al primo piano del Palazzo dell'Arcivescovado, per il pranzo con l'Arcivescovo Tempesta e con 12 giovani di diverse nazionalità, rappresentanti dei cinque continenti. Al termine del pranzo, il Santo Padre ha raggiunto la Residenza di Sumaré per un breve riposo prima dell'inizio della Via Crucis con i giovani.


GIOVANI CORAGGIOSI CHE PRENDONO LA CROCE SENZA PAURA

Città del Vaticano, 27 luglio 2013 (VIS). Nel pomeriggio di ieri alle 17:20, ora locale, il Santo Padre è giunto sul Lungomare di Copacabana e dall'auto panoramica ha salutato i la folla di giovani che era lì ad attenderlo. Il Papa ha chiesto che si andassero a cercare i rappresentanti dei "laboradores excluidos" argentini o "cartoneros" e fossero messi sul palco vicino a lui durante la Via Crucis. In Argentina i "cartoneros" sono uomini e donne senza lavoro costretti a vivere nelle "villas miserias", le favelas argentine. Dopo la devastante crisi economica del 2011 sono circa centomila gli uomini e donne che vivono frugando nelle immondizie alla ricerca di cartone, metallo e cibo.

Alle 18:00 ha avuto inizio la Via Crucis con le 14 Stazioni. Tredici Stazioni si trovavano lungo un percorso di 900 metri presso il Viale Atlantico, il lungomare di Copacabana, l'ultima Stazione è stata rappresentata sul palco centrale dove si trovava Papa Francesco. Un cast di 280 artisti e volontari ha animato la celebrazione di un'ora e un quarto. I testi delle meditazioni erano stati composti dai sacerdoti dehoniani Padre Zezinho e Padre Joãozinho, noti in Brasile per il loro impegno con i giovani.

Al termine della Via Crucis, Papa Francesco ha ricordato il cammino della Croce "che è uno dei momenti forti della Giornata Mondiale della Gioventù". Dal 1984, la Croce "ha percorso tutti i Continenti e ha attraversato i più svariati mondi dell’esistenza umana, restando quasi impregnata dalle situazioni di vita dei tanti giovani che l’hanno vista e l’hanno portata". Fu al termine dell'Anno Santo della Redenzione che il Beato Giovanni Paolo II volle affidare la Croce ai giovani dicendo loro: "'Portatela nel mondo come segno dell'amore di Gesù per l'umanità e annunciate a tutti che solo in Cristo morto e risorto c'è salvezza e redenzione'".

"Nessuno può toccare la Croce di Gesù senza lasciarvi qualcosa di se stesso e senza portare qualcosa della Croce di Gesù nella propria vita. - ha detto il Papa rivolgendo tre domane ai giovani: "Che cosa avete lasciato nella Croce voi, cari giovani del Brasile, in questi due anni in cui ha attraversato il vostro immenso Paese? E che cosa ha lasciato la Croce di Gesù in ciascuno di voi? E, infine, che cosa insegna alla nostra vita questa Croce?"

"Un’antica tradizione della Chiesa di Roma - ha ricordato il Pontefice - racconta che l'Apostolo Pietro, uscendo dalla città per scappare dalla persecuzione di Nerone, vide Gesù che camminava nella direzione opposta e stupito gli domandò: 'Signore, dove vai?'. La risposta di Gesù fu: 'Vado a Roma per essere crocifisso di nuovo'. In quel momento, Pietro capì che doveva seguire il Signore con coraggio, fino in fondo, ma capì soprattutto che non era mai solo nel cammino; con lui c’era sempre quel Gesù che lo aveva amato fino a morire. Ecco - ha proseguito il Papa - Gesù con la sua Croce percorre le nostre strade e prende su di sé le nostre paure, i nostri problemi, le nostre sofferenze, anche le più profonde. Con la Croce Gesù si unisce al silenzio delle vittime della violenza, che ormai non possono più gridare, soprattutto gli innocenti e gli indifesi; con la Croce, Gesù si unisce alle famiglie che sono in difficoltà, e che piangono la tragica perdita dei loro figli, come nel caso dei 242 giovani vittime dell'incendio nella città di Santa María all'inizio di quest'anno. Preghiamo per loro. Con la Croce Gesù si unisce a tutte le persone che soffrono la fame in un mondo che, dall'altro lato, si permette il lusso di gettare via ogni giorno tonnellate di cibo; con la Croce, Gesù è unito a tante madri e a tanti padri che soffrono vedendo i propri figli vittime di paradisi artificiali come la droga; con la Croce, Gesù si unisce a chi è perseguitato per la religione, per le idee, o semplicemente per il colore della pelle; nella Croce, Gesù è unito a tanti giovani che hanno perso la fiducia nelle istituzioni politiche perché vedono l'egoismo e la corruzione o che hanno perso la fede nella Chiesa, e persino in Dio, per l’incoerenza di cristiani e di ministri del Vangelo. Quanto fanno soffrire Gesù le nostre incoerenze! Nella Croce di Cristo c’è la sofferenza, il peccato dell’uomo, anche il nostro, e Lui accoglie tutto con le braccia aperte, carica sulle sue spalle le nostre croci e ci dice: Coraggio! Non sei solo a portarle! Io le porto con te e io ho vinto la morte e sono venuto a darti speranza, a darti vita".

Nel rispondere alla seconda domanda: "Che cosa ha lasciato la Croce in coloro che l’hanno vista e in coloro che l’hanno toccata?, il Papa ha risposto: "Vedete: lascia un bene che nessuno può darci: la certezza dell’amore fedele di Dio per noi. Un amore così grande che entra nel nostro peccato e lo perdona, entra nella nostra sofferenza e ci dona la forza per portarla, entra anche nella morte per vincerla e salvarci. Nella Croce di Cristo c’è tutto l’amore di Dio, c'è la sua immensa misericordia. E questo è un amore di cui possiamo fidarci, nel quale possiamo credere. Cari giovani - ha proseguito il Pontefice - fidiamoci di Gesù, affidiamoci a Lui perché Lui non delude mai nessuno! Solo in Cristo morto e risorto troviamo la salvezza e la redenzione. Con Lui, il male, la sofferenza e la morte non hanno l'ultima parola, perché Lui ci dona speranza e vita: ha trasformato la Croce dall'essere uno strumento di odio, di sconfitta e di morte ad essere un segno di amore, di vittoria, di trionfo e di vita".

"Tanti volti li abbiamo visti nella 'Via Crucis', tanti volti hanno accompagnato Gesù nel cammino verso il Calvario - ha detto il Papa - Pilato, il Cireneo, Maria, le donne… Io oggi ti chiedo: Tu come chi di loro vuoi essere? Vuoi essere come Pilato che non ha il coraggio di andare controcorrente per salvare la vita di Gesù e se ne lava le mani. Dimmi: sei uno di quelli che si lavano le mani, che fa il finto tonto e guarda dall'altra parte? O sei come il Cireneo, che aiuta Gesù a portare quel legno pesante, come Maria e le altre donne, che non hanno paura di accompagnare Gesù fino alla fine, con amore, con tenerezza. E tu, come chi di questi vuoi essere? Come Pilato, come il Cireneo, come Maria? Gesù ti sta guardando adesso e ti dice: mi vuoi aiutare a portare la Croce? Fratelli e sorelle: con tutta la tua forza di giovane, che cosa Gli rispondi'?" - ha infine domandato il Papa esortando i giovani con queste parole: "Cari giovani, alla Croce di Cristo portiamo le nostre gioie, le nostre sofferenze, i nostri insuccessi; troveremo un Cuore aperto che ci comprende, ci perdona, ci ama e ci chiede di portare questo stesso amore nella nostra vita, di amare ogni nostro fratello e sorella con questo stesso amore".


INVIATO SPECIALE DEL SANTO PADRE VI CENTENARIO DELLA SAMOGIZIA

Città del Vaticano, 27 luglio 2013 (VIS). Questa mattina è stata resa pubblica la Lettera Pontificia, redatta in latino e datata 27 giugno, con la quale il Santo Padre nomina il Cardinale Péter Erdö, Arcivescovo di Esztergom-Budapest (Ungheria), suo Inviato Speciale alla celebrazione del VI centenario del "battesimo" della Samogizia (regione occidentale della Lituania), che avrà luogo in concomitanza con un Congresso Eucaristico a Telsiai, dal 2 al 4 agosto 2013.

La Missione Pontificia che accompagnerà l'Inviato Speciale è composta da Don Darius Trijonis, Segretario aggiunto della Conferenza Episcopale Lituana e dal Canonico Viktoras Acas, Rettore del Seminario diocesano di Telsiai.


ALTRI ATTI PONTIFICI

Città del Vaticano, 27 luglio 2013 (VIS). Il Santo Padre:

- Ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Saitama, (Giappone), presentata dal Vescovo Marcellino Daiji Tani, in conformità al canone 401, paragrafo 2, del Codice di Diritto Canonico.

- Ha nominato l'Arcivescovo Peter Takeo Okada, Arcivescovo di Tokyo, Amministratore Apostolico "sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis" della Diocesi di Saitama (Giappone).

- Ha accettato la rinuncia all'ufficio di Ausiliare dell'Arcidiocesi di Port-au-Prince (Haiti), presentata dal Vescovo Joseph Lafontant, per raggiunti limiti di età.

- In data 20 luglio ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell'Ordinariato Militare per il Perù, presentata dal Vescovo Guillermo Martín Abanto Guzmán, in conformità al canone 401, paragrafo 2, del Codice di Diritto Canonico.


venerdì 26 luglio 2013

ALLA FAVELA DI VARGINHA: "NESSUNO SFORZO DI PACIFICAZIONE SARÀ DURATURO PER UNA SOCIETÀ CHE METTE AI MARGINI E CHE ABBANDONA NELLA PERIFERIA UNA PARTE DI SE STESSA".

Città del Vaticano, 26 luglio 2013 (VIS). Ieri, alle 9:45, al termine della Messa mattutina nella Residenza di Sumaré, il Papa ha visitato il "Palácio de Cidade", sede degli uffici del Sindaco di Rio de Janeiro. Papa Francesco si è affacciato dal balcone del Salone centrale dove il Sindaco Eduardo Paes, gli ha consegnato le Chiavi della Città. Nei Giardini del Palácio Papa Francesco ha benedetto le bandiere ufficiali dei Giochi Olimpici e Paraolimpici lì esposte ed ha salutato i giovani atleti rappresentanti di due importanti manifestazioni sportive. Oltre ai Mondiali di Calcio del 2014 il Brasile ospiterà nel 2016 le XXXI Olimpiadi, le prime a svolgersi in Sudamerica.

Alle 10:00 il Papa in automobile si è diretto alla Comunità di Varginha - Manguinhos, distante 18 chilometri. La comunità di Varginha fa parte di una più ampia favela "pacificada" in seguito al programma di recupero attuato dalle Autorità nella zona settentrionale della città. Il termine "favela" deriva dal nome di una pianta, la faveleria, una pianta leguminosa che cresce selvatica in varie regioni del Brasile. Nel novembre del 1897 i soldati che avevano combattuto la Guerra di Canudos, nello stato di Bahia, si recarono a Rio perché il governo aveva promesso loro l'alloggio. A causa dei tempi infiniti della burocrazia, i reduci occuparono la collina di Gamboa, e vi costruirono le loro abitazioni denominando il luogo Morro da Favela.

Giunto alla comunità di Varginha, alle 11:00, accolto dal Parroco, dal Vicario episcopale e dalla Superiora delle Suore della Carità, il Santo Padre ha raggiunto la piccola chiesa intitolata a San Girolamo Emiliani. Dopo un momento di preghiera Papa Francesco si è recato a piedi al campo di calcio dove era riunita la Comunità. Sul suo percorso il Papa è entrato a visitare la famiglia dei coniugi Rangler e Joana.

Nel programmare la visita in Brasile, Papa Francesco aveva espresso il desiderio di visitare tutti i rioni della Nazione: "Avrei voluto bussare ad ogni porta, dire 'Buon giorno', chiedere un bicchiere di acqua fresca, prendere un 'cafezinho' - non un bicchiere di grappa! - parlare come ad amici di casa, ascoltare il cuore di ciascuno, dei genitori, dei figli, dei nonni... Ma il Brasile è così grande! E non è possibile bussare a tutte le porte! Allora ho scelto di venire qui, di fare visita alla vostra Comunità; questa Comunità che oggi rappresenta tutti i rioni del Brasile. Che bello essere accolti con amore, con generosità, con gioia! Basta vedere come avete decorato le strade della Comunità; anche questo è un segno di affetto, nasce dal vostro cuore, dal cuore dei brasiliani, che è in festa! (...) Quando siamo generosi nell’accogliere una persona e condividiamo qualcosa con lei - un po’ di cibo, un posto nella nostra casa, il nostro tempo - non solo non rimaniamo più poveri, ma ci arricchiamo. (...) Come dice il proverbio, si può sempre 'aggiungere più acqua ai fagioli'!".

"E il popolo brasiliano - ha proseguito il Papa - in particolare le persone più semplici, può offrire al mondo una preziosa lezione di solidarietà, una parola - questa parola solidarietà - spesso dimenticata o taciuta, perché scomoda. Quasi sembra una brutta parola ... solidarietà. Vorrei fare appello a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e a tutti gli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale: non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo! Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è, non è la cultura dell’egoismo, dell’individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta ad un mondo più abitabile; non è questa, la cultura della solidarietà; la cultura della solidarietà è vedere nell’altro non un concorrente o un numero, ma un fratello. E tutti noi siamo fratelli!".

"Desidero incoraggiare gli sforzi che la società brasiliana sta facendo per integrare tutte le parti del suo corpo, anche le più sofferenti e bisognose, attraverso la lotta contro la fame e la miseria. Nessuno sforzo di 'pacificazione' sarà duraturo, non ci saranno armonia e felicità per una società che ignora, che mette ai margini e che abbandona nella periferia una parte di se stessa. Non lasciamo, non lasciamo entrare nel nostro cuore la cultura dello scarto! Non lasciamo entrare nel nostro cuore la cultura dello scarto, perché noi siamo fratelli. Nessuno è da scartare! Ricordiamolo sempre: solo quando si è capaci di condividere ci si arricchisce veramente; tutto ciò che si condivide si moltiplica! Pensiamo alla moltiplicazione dei pani di Gesù! La misura della grandezza di una società è data dal modo con cui essa tratta chi è più bisognoso, chi non ha altro che la sua povertà!".

"La Chiesa - ha ricordato Papa Francesco - desidera offrire la sua collaborazione ad ogni iniziativa che possa significare un vero sviluppo di ogni uomo e di tutto l’uomo - ed ha sottolineato - Certamente è necessario dare il pane a chi ha fame; è un atto di giustizia. Ma c’è anche una fame più profonda, la fame di una felicità che solo Dio può saziare. Fame di dignità. Non c’è né vera promozione del bene comune, né vero sviluppo dell'uomo, quando si ignorano i pilastri fondamentali che reggono una Nazione, i suoi beni immateriali: la vita, che è dono di Dio, valore da tutelare e promuovere sempre; la famiglia, fondamento della convivenza e rimedio contro lo sfaldamento sociale; l’educazione integrale, che non si riduce ad una semplice trasmissione di informazioni con lo scopo di produrre profitto; la salute, che deve cercare il benessere integrale della persona, anche della dimensione spirituale, essenziale per l'equilibrio umano e per una sana convivenza; la sicurezza, nella convinzione che la violenza può essere vinta solo a partire dal cambiamento del cuore umano".

Il Papa ha dedicato alcune parole ai giovani: "Voi, cari giovani, avete una particolare sensibilità contro le ingiustizie, ma spesso siete delusi da fatti che parlano di corruzione, da persone che, invece di cercare il bene comune, cercano il proprio interesse. Anche a voi e a tutti ripeto: non scoraggiatevi mai, non perdete la fiducia, non lasciate che si spenga la speranza. La realtà può cambiare, l’uomo può cambiare. Cercate voi per primi di portare il bene, di non abituarvi al male, ma di vincerlo con il bene".

"Oggi a tutti voi - ha concluso il Santo Padre - in particolare agli abitanti di questa Comunità di Varginha dico: non siete soli, la Chiesa è con voi, il Papa è con voi. Porto ognuno di voi nel mio cuore e faccio mie le intenzioni che avete nell’intimo: i ringraziamenti per le gioie, le richieste di aiuto nelle difficoltà, il desiderio di consolazione nei momenti di dolore e di sofferenza. Tutto affido all'intercessione di Nostra Signora di Aparecida, Madre di tutti i poveri del Brasile, e con grande affetto vi imparto la mia Benedizione".


"VOGLIO CHE LA CHIESA ESCA PER LE STRADE"

Città del Vaticano, 26 luglio 2013 (VIS). Nella giornata di ieri, includendo una nuova attività al programma ufficiale, Papa Francesco si è recato alla Cattedrale di Rio de Janeiro per salutare i suoi compatrioti argentini ai quali ha rivolto parole a braccio. Nel ringraziare i giovani che si erano avvicinati per salutarlo, il Santo Padre ha detto: "Voglio che la Chiesa esca per le strade, voglio che ci difendiamo da tutto ciò che è mondanità, immobilismo, da ciò che è comodità, da ciò che è clericalismo, da tutto quello che è l'essere chiusi in noi stessi. Le parrocchie, le scuole, le istituzioni sono fatte per uscire fuori..., se non lo fanno diventano una Ong e la Chiesa non può essere una Ong".

"Guardate, io penso che, in questo momento, questa civiltà mondiale sia andata oltre i limiti, sia andata oltre i limiti perché ha creato un tale culto del dio denaro, che siamo in presenza di una filosofia e di una prassi di esclusione dei due poli della vita che sono le promesse dei popoli. Esclusione degli anziani, ovviamente. Uno potrebbe pensare che ci sia una specie di eutanasia nascosta, cioè non ci si prende cura degli anziani; ma c'è anche un'eutanasia culturale, perché non li si lascia parlare, non li si lascia agire. E l'esclusione dei giovani. La percentuale che abbiamo di giovani senza lavoro, senza impiego, è molto alta e abbiamo una generazione che non ha esperienza della dignità guadagnata con il lavoro. Questa civiltà. cioè, ci ha portato a escludere i due vertici che sono il nostro futuro".

Il Papa ha esortato i giovani ad emergere, a farsi valere, a lottare per i valori e nel contempo ha esortato gli anziani "ad aprire la bocca, gli anziani devono aprire la bocca e insegnarci! Trasmetteteci la saggezza dei popoli! Nel popolo argentino, io chiedo, di vero cuore, agli anziani: non venite meno nell'essere la riserva culturale del nostro popolo, riserva che trasmette la giustizia, che trasmette la storia, che trasmette i valori, che trasmette la memoria del popolo. E voi - ha detto il Papa rivolgendosi nuovamente ai giovani - per favore, non mettetevi contro gli anziani: lasciateli parlare, ascoltateli e andate aventi. Ma sappiate, sappiate che in questo momento voi, giovani, e gli anziani, siete condannati allo stesso destino: esclusione. Non vi lasciate escludere. È chiaro! Per questo credo che dobbiate lavorare".

"La fede in Gesù Cristo - ha sottolineato il Pontefice - non è uno scherzo, è una cosa molto seria. È uno scandalo che Dio sia venuto a farsi uno di noi. È uno scandalo che sia morto su una croce. È uno scandalo: lo scandalo della Croce. La Croce continua a far scandalo. Ma è l'unico cammino sicuro: quello della Croce, quello di Gesù, quello dell'Incarnazione di Gesù. per favore, non 'frullate' la fede in Gesù Cristo. C'è il frullato di arancia, c'è il frullato di mela, c'è il frullato di banana, ma per favore non bevete 'frullato' di fede. La fede è intera, non si frulla. È la fede in Gesù. È la fede nel Figlio di Dio fatto uomo, che mi ha amato ed è morto per me. Allora: fate chiasso; abbiate cura degli estremi della popolazione, che sono gli anziani e i giovani; non lasciatevi escludere e che non si escludano gli anziani. Secondo: non 'frullate' la fede in Gesù Cristo".

Il Santo Padre ha invitato i presenti a leggere le Beatitudini e Matteo 25: "Con queste due cose avete il Piano d'azione", ed ha concluso con la preghiera alla Vergine e la Benedizione.

IL PAPA AI GIOVANI: LA FEDE COMPIE NELLA NOSTRA VITA UNA RIVOLUZIONE CHE POTREMMO CHIAMARE COPERNICANA

Città del Vaticano, 26 luglio 2013 (VIS). Nel tardo pomeriggio di ieri (18:00 ora locale, 21:00 ora di Roma), sul lungomare di Copacabana, un milione di giovani ha salutato Papa Francesco nel suo primo incontro con i giovani brasiliani e con i partecipanti alla GMG. Per l'occasione è stato allestito un gigantesco palco ispirato alla linea irregolare delle montagne di Rio de Janeiro, definito dal direttore artistico Abel Gomes "una scultura di 4 mila metri quadri". La costruzione ha richiesto l'allestimento di quattro piattaforme circolari di altezze diverse unite tra di loro da una scala. Dietro al Papa è stato allestito un megaschermo di 15 metri affinché i giovani delle ultime file potessero vedere e ascoltare il Papa. Prima dell'incontro propriamente detto ha avuto luogo una rappresentazione dal titolo "Rio de Fe" in cui 150 giovani hanno presentato artisticamente la vita quotidiana della "Città Meravigliosa". Dopo il saluto dell'Arcivescovo Orani João Tempesta, il Santo Padre ha preso la parola.

"Vedo in voi la bellezza del volto giovane di Cristo e il mio cuore si riempie di gioia!" - ha esclamato il Papa nel salutare i giovani e, ricordando la prima Giornata Mondiale della Gioventù che si tenne a Buenos Aires, la sua città, nel 1987, ha detto: "Prima di continuare vorrei ricordare il tragico incidente nella Guyana francese, che hanno sofferto i giovani che venivano a questa Giornata. Lì ha perso la vita la giovane Sophie Morinière, e altri giovani sono stati feriti. Vi invito a fare un momento di silenzio e di preghiera a Dio, nostro Padre, per Sophie, per i feriti e per i familiari".

"Quest’anno - ha proseguito il Pontefice - la Giornata ritorna, per la seconda volta, in America Latina. E voi, giovani, avete risposto in tanti all'invito del Papa Benedetto XVI, che vi ha convocato per celebrarla. Lo ringraziamo con tutto il cuore! A lui che ci ha convocati oggi, qui, inviamo un saluto e un forte applauso. Voi sapete che prima di venire in Brasile ho conversato con lui, e gli ho chiesto di accompagnarmi nel Viaggio, con la preghiera. E lui mi ha detto: vi accompagno con la preghiera e sarò vicino alla televisione. Così, in questo momento, ci sta guardando. Il mio sguardo si estende su questa grande folla: Siete in tanti! Venite da tutti i continenti! Siete spesso distanti non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista esistenziale, culturale, sociale, umano. Ma oggi siete qui, anzi oggi siamo qui, insieme, uniti per condividere la fede e la gioia dell’incontro con Cristo, dell’essere suoi discepoli. Questa settimana, Rio diventa il centro della Chiesa, il suo cuore vivo e giovane, perché voi avete risposto con generosità e coraggio all’invito che Gesù vi ha fatto per rimanere con Lui, per essere suoi amici".

"Il treno di questa Giornata Mondiale della Gioventù è venuto da lontano e ha attraversato tutta la Nazione brasiliana seguendo le tappe del progetto 'Bota fé – Metti fede'. Oggi è arrivato a Rio de Janeiro. Dal Corcovado, il Cristo Redentore ci abbraccia e ci benedice. Guardando questo mare, la spiaggia e tutti voi, mi viene in mente il momento in cui Gesù ha chiamato i primi discepoli a seguirlo sulla riva del lago di Tiberiade. Oggi Gesù ci chiede ancora: Vuoi essere mio discepolo? Vuoi essere mio amico? Vuoi essere testimone del mio Vangelo? Nel cuore dell'Anno della fede queste domande ci invitano a rinnovare il nostro impegno di cristiani. Le vostre famiglie e le comunità locali vi hanno trasmesso il grande dono della fede, Cristo è cresciuto in voi. Oggi desidera venire qui per confermarvi in questa fede, la fede nel Cristo vivente che dimora in voi, ma sono venuto anche io per essere confermato dall'entusiasmo della vostra fede! Voi sapete che nella vita di un vescovo ci sono tanti problemi che richiedono di essere risolti. E con questi problemi e difficoltà, la fede di un vescovo può rattristarsi. Che brutto è un vescovo triste! Che brutto! Perché la mia fede non sia triste sono venuto qui per essere contagiato dall'entusiasmo di tutti voi!".

A questo punto il Papa ha ricevuto il saluto di cinque giovani provenienti dai cinque continenti e dopo la lettura del Vangelo di San Luca che narra l'episodio della Trasfigurazione, Papa Francesco si è nuovamente rivolto ai presenti.

"'È bello per noi essere qui!': ha esclamato Pietro, dopo aver visto il Signore Gesù trasfigurato, rivestito di gloria. Possiamo ripetere anche noi queste parole? Io penso di sì, perché per tutti noi, oggi, è bello essere qui insieme attorno a Gesù! È Lui che ci accoglie e si rende presente in mezzo a noi, qui a Rio. E nel Vangelo abbiamo ascoltato anche le parole di Dio Padre: 'Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!'. Se da una parte, allora, è Gesù che ci accoglie, dall’altra anche noi vogliamo accoglierlo, metterci in ascolto della sua parola perché è proprio accogliendo Gesù Cristo, Parola incarnata, che lo Spirito Santo ci trasforma, illumina il cammino del futuro, e fa crescere in noi le ali della speranza per camminare con gioia".

"Ma che cosa possiamo fare? - ha proseguito il Pontefice rispondendo: “Bota fé - metti fede”. La croce della Giornata Mondiale della Gioventù ha gridato queste parole lungo tutto il suo pellegrinaggio attraverso il Brasile. 'Metti fede': che cosa significa? Quando si prepara un buon piatto e vedi che manca il sale, allora tu 'metti' il sale; manca l'olio, allora tu 'metti' l'olio... 'Mettere', cioè collocare, versare. Così è anche nella nostra vita cari giovani: se vogliamo che essa abbia veramente senso e pienezza, come voi stessi desiderate e meritate, dico a ciascuno e a ciascuna di voi: 'metti fede' e la vita avrà un sapore nuovo, la vita avrà una bussola che indica la direzione; 'metti speranza' e ogni tuo giorno sarà illuminato e il tuo orizzonte non sarà più oscuro, ma luminoso; “metti amore” e la tua esistenza sarà come una casa costruita sulla roccia, il tuo cammino sarà gioioso, perché incontrerai tanti amici che camminano con te. Metti fede, metti speranza, metti amore! Tutti uniti: 'metti fede', 'metti speranza', 'metti amore'".

"Ma chi può donarci tutto questo? Nel Vangelo - ha sottolineato il Papa - sentiamo la risposta: Cristo. (...) Gesù ci porta Dio e ci porta a Dio, con Lui tutta la nostra vita si trasforma (...) Per questo oggi vi dico, a ciascuno di voi, 'metti Cristo' nella tua vita e troverai un amico di cui fidarti sempre; 'metti Cristo' e vedrai crescere le ali della speranza per percorrere con gioia la via del futuro; 'metti Cristo' e la tua vita sarà piena del suo amore, sarà una vita feconda. Perché tutti noi desideriamo avere una vita feconda, una vita che dona vita agli altri!

"Oggi, farà bene a tutti chiedersi con sincerità: in chi riponiamo la nostra fiducia? In noi stessi, nelle cose, o in Gesù? Tutti abbiamo spesso la tentazione di metterci al centro, di credere che siamo l'asse dell'universo, di credere che siamo solo noi a costruire la nostra vita o di pensare che essa sia resa felice dal possedere, dai soldi, dal potere. Ma tutti sappiamo che non è così! Certo l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo 'riempti', ma non nutriti, ed è molto triste vedere una gioventù 'riempita', ma debole. La gioventù deve essere forte, nutrirsi della sua fede e non riempirsi di altre cose! 'Metti Cristo' nella tua vita, metti in Lui la tua fiducia e non sarai mai deluso! Vedete cari amici, la fede compie nella nostra vita una rivoluzione che potremmo chiamare copernicana: ci toglie dal centro e mette al centro Dio; la fede ci immerge nel suo amore che ci dà sicurezza, forza, speranza. Apparentemente sembra che non cambi nulla, ma nel più profondo di noi stessi cambia tutto. Quando c'è Dio, nel nostro cuore dimora la pace, la dolcezza, la tenerezza, il coraggio, la serenità e la gioia, che sono i frutti dello Spirito Santo; allora la nostra esistenza si trasforma (...). Cari amici, la fede è rivoluzionaria e io oggi ti chiedo: sei disposto, sei disposta a entrare in quest'onda rivoluzionaria della fede? Solo entrando in quest'onda la tua giovane vita acquisterà senso e così sarà feconda!"

"Caro giovane, cara giovane: 'metti Cristo' nella tua vita. In questi giorni, Lui ti attende: ascoltalo con attenzione e la sua presenza entusiasmerà il tuo cuore; 'Metti Cristo': Lui ti accoglie nel Sacramento del perdono, con la sua misericordia cura tutte le ferite del peccato. Non avere paura di chiedere perdono a Dio, perché Lui nel suo grande amore non si stanca mai di perdonarci, come un padre che ci ama. Dio è pura misericordia! 'Metti Cristo': Lui ti aspetta anche nell'Eucaristia, Sacramento della sua presenza, del suo sacrificio di amore, e ti aspetta anche nell’umanità di tanti giovani che ti arricchiranno con la loro amicizia, ti incoraggeranno con la loro testimonianza di fede, ti insegneranno il linguaggio dell'amore, della bontà, del servizio. Anche tu caro giovane, cara giovane, puoi essere un testimone gioioso del suo amore, un testimone coraggioso del suo Vangelo per portare in questo mondo un po’ di luce. Lasciati amare da Gesù, è un amico che non delude".

'È bello per noi stare qui', mettere Cristo nella nostra vita, mettere la fede, la speranza, l’amore che Lui ci dona. Cari amici, in questa celebrazione abbiamo accolto l'immagine di Nostra Signora di Aparecida. Con Maria, le chiediamo che ci insegni a seguire Gesù, che ci insegni ad essere discepoli e missionari" - ha concluso il Pontefice che, dopo la recita del Padre Nostro e la Benedizione a tutti i presenti, è rientrato alla Residenza di Sumaré.





ALTRI ATTI PONTIFICI

Città del Vaticano, 26 luglio 2013 (VIS). Il Santo Padre:

- Ha nominato il Reverendo Niranjan Sual Singh, Vescovo della Diocesi di Sambalpur (superficie: 37.254; popolazione: 7.565.323; cattolici: 42.656; sacerdoti: 131; religiosi: 400), India. Il Vescovo eletto è nato nel 1961 a Kottama (Orissa, India) ed è stato ordinato sacerdote nel 1991. Dal 1991 al 1992 è stato Assistente parrocchiale in Raikia; dal 1992 al 1993: Assistente parrocchiale in Modasoro; dal 1993 al 1994: Assistente parrocchiale in Balliguda; dal 1994 al 1998: Segretario dell’Arcivescovo; dal 2001 al 2002: Docente presso il "Khristo Jyoti Mohavidyaloyo Regional Theologate" di Sason; nel 2008: Animatore dell’Apostolato laicale "Village Adoption and Tuition"; dal 2008: Animatore del Dialogue and Ecumenism. Finora Docente di Teologia e Moderatore dei Seminaristi nell'Arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar (India), succede al Vescovo Lkuas Kerketta, S.V.D., del quale il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della medesima Diocesi, presentata per raggiunti limiti d'età.

- Ha nominato il Reverendo Paul Mattekatt, Vescovo della Diocesi di Diphu (superficie: 15.222; popolazione: 1.178.809; cattolici: 57.165; sacerdoti: 55; religiosi: 161), India. Il Vescovo eletto è nato in Kerala (India) nel 1961 ed è stato ordinato sacerdote nel 1988. Dal 1989 al 1991 è stato Vicario parrocchiale della "Holy Family Parish", Japralangso, e Vice-Preside della locale scuola parrocchiale; dal 1991 al 1996: Segretario del Vescovo e Cancelliere diocesano di Diphu; dal 1999 al 2005: Economo diocesano e Direttore del Social Work Office; dal 2005 al 2008: Vicario parrocchiale della "Christ Iyoti Parish" a Dokmoka; dal 2008: Parroco della "Holy Family Parish", Japrajan, e Preside dell’annessa scuola parrocchiale. È anche Presidente della Confraternita Sacerdotale della Diocesi di Diphu.

- Ha nominato il Reverendo Kishore Kumar Kujur, Vescovo della Diocesi di Rourkela (superficie: 9.675; popolazione: 1.829.000; cattolici: 238.085; sacerdoti: 164; religiosi: 555), India. Il Vescovo eletto è nato nel 1964 a Gaibira (Orissa, India) ed è stato ordinato sacerdote nel 1993. Dal 1993 al 1995 è stato Assistente parrocchiale a Balangir; dal 2001 al 2003: Docente di Sacra Scrittura presso il Seminario Regionale dell’Orissa; dal 2003: Responsabile dei Seminaristi della Diocesi di Sambalpur; dal 2007: Docente di Sacra Scrittura presso il Seminario Regionale dell’Orissa; dal 2010: Membro del Collegio dei Consultori e Membro del Consiglio Presbiterale.

- Ha nominato il Vescovo Eugenio Scarpellini, Vescovo della Diocesi di El Alto (superficie: 23.000; popolazione: 1.342.000; cattolici: 1.007.000; sacerdoti: 64; religiosi; 80; diaconi permanenti: 38), Bolivia. È stato finora Vescovo Ausiliare della medesima sede.

AVVISO

Città del Vaticano, 26 luglio 2013 (VIS). Comunichiamo ai nostri lettori che in occasione del Viaggio Apostolico del Santo Padre in Brasile, domani, sabato 27 luglio e dopodomani, domenica 28 luglio, saranno trasmesse due edizioni speciali del V.I.S.
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