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mercoledì 8 ottobre 2014

Udienza generale: ''Le divisioni tra i cristiani feriscono Cristo''

Città del Vaticano, 8 ottobre 2014 (VIS).- Puntuale come al solito, il Santo Padre è uscito in Piazza San Pietro con la sua Jeep decappottabile e ha salutato i fedeli e i pellegrini lì riuniti. Il Papa ha dedicato l'Udienza generale del mercoledì ai ''tanti fratelli che condividono con noi la fede in Cristo, ma che appartengono ad altre confessioni o a tradizioni differenti dalla nostra''. Francesco, evidenziando che ancora oggi i rapporti non sono sempre improntati al rispetto e alla cordialità, ha domandato “E noi, come ci poniamo di fronte a tutto questo? Siamo anche noi rassegnati, se non addirittura indifferenti? Oppure crediamo fermamente che si possa e si debba camminare nella direzione della riconciliazione e della piena comunione?''.


Il Papa ha sottolineato che le divisioni tra i cristiani feriscono la Chiesa e Cristo, e ha ricordato che Gesù desiderava che i suoi discepoli fossero uniti nel suo amore. Già in quel tempo, ha spiegato Francesco, questa unità era minacciata, e Gesù esortava i suoi discepoli a parlare con unanimità ''perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire''.


Il Vescovo di Roma ha parlato di come il maligno, durante tutta la storia, ha tentato la Chiesa cercando di dividerla. Come per disgrazia, la Chiesa è stata segnata da separazioni gravi e dolorose, che a volte si sono protratte a lungo nel tempo, arrivando fino ai nostri giorni ''per cui risulta difficile ricostruirne tutte le motivazioni e soprattutto trovare delle possibili soluzioni -ha detto, sottolineando che- dietro queste lacerazioni ci sono sempre la superbia e l’egoismo, che sono causa di ogni disaccordo e che ci rendono intolleranti, incapaci di ascoltare e di accettare chi ha una visione o una posizione diversa dalla nostra''.


''Di fronte a tutto questo -ha continuato- c’è qualcosa che ognuno di noi, come membri della santa madre Chiesa, possiamo e dobbiamo fare? Senz’altro non deve mancare la preghiera...e insieme a questa, il Signore ci chiede una rinnovata apertura: ci chiede di non chiuderci al dialogo e all’incontro, ma di cogliere tutto ciò che di valido e di positivo ci viene offerto anche da chi la pensa diversamente da noi o si pone su posizioni differenti. Ci chiede di non fissare lo sguardo su ciò che ci divide, ma piuttosto su quello che ci unisce...È un dolore... ma siamo divisi fra di noi. Ma tutti abbiamo qualcosa in comune: tutti crediamo in Gesù Cristo, il Signore... nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Tutti camminiamo insieme, siamo in cammino. Aiutiamoci l’un l’altro!...Facciamo la comunione in cammino. Questo si chiama ecumenismo spirituale: camminare il cammino della vita tutti insieme nella nostra fede, in Gesù Cristo il Signore.''.


Continuando con il tema della comunione, il santo Padre ha raccontato ai fedeli che oggi è molto grato al Signore perché si compiono settant'anni dalla sua prima comunione. ''Ricevere la Prima Comunione significa entrare in comunione con gli altri, con i fratelli della nostra Chiesa e anche con tutti quelli che appartengono a comunità diverse, ma che credono in Gesù''.


Prima di concludere, Francesco ha incoraggiato tutti ad andare avanti insieme verso la piena unità. ''La storia ci ha separato, ma siamo in cammino verso la riconciliazione e la comunione! E quando la meta ci può sembrare troppo distante, quasi irraggiungibile, e ci sentiamo presi dallo sconforto -ha detto- ci rincuori l’idea che Dio non può chiudere l’orecchio alla voce del proprio Figlio Gesù e non esaudire la sua e la nostra preghiera, affinché tutti i cristiani siano davvero una cosa sola''.

mercoledì 28 novembre 2012

PARLARE DI DIO NEL NOSTRO TEMPO

Città del Vaticano, 28 novembre 2012 (VIS).-“Come parlare di Dio agli uomini e alle donne del nostro tempo?Come comunicare il Vangelo, per aprire strade alla sua verità salvifica?”. Questi sono stati gli interrogativi a cui il Santo Padre ha voluto rispondere con la catechesi dell'udienza generale del mercoledì, che ha avuto luogo nell'Aula Paolo VI.

“In Gesù di Nazaret -ha detto il Papa- noi incontriamo il volto di Dio, che è sceso dal suo Cielo per immergersi nel mondo degli uomini ed insegnare l’«arte di vivere», la strada della felicità; per liberarci dal peccato e renderci pienamente figli di Dio”.

“Parlare di Dio -ha proseguito- vuol dire anzitutto avere ben chiaro ciò che dobbiamo portare agli uomini e alle donne del nostro tempo: Dio ha parlato con noi (...) non un Dio astratto, una ipotesi, ma un Dio concreto, un Dio che esiste, che è entrato nella storia ed è presente nella storia;il Dio di Gesù Cristo (...) come risposta alla domanda fondamentale del perché e del come vivere. Per questo, parlare di Dio richiede una continua crescita nella fede, una familiarità con Gesù e il suo Vangelo, una profonda conoscenza di Dio e una forte passione per il suo progetto di salvezza, senza cedere alla tentazione del successo (…). Occorre non temere l’umiltà dei piccoli passi e confidare nel lievito che penetra nella pasta e la fa crescere lentamente. Nel parlare di Dio, nell’opera di evangelizzazione, sotto la guida dello Spirito Santo, è necessario un recupero di semplicità, un ritornare all’essenziale dell’annuncio: la Buona Notizia del Dio concreto, che si interessa a noi,del Dio-Amore che si fa vicino a noi in Gesù Cristo fino alla Croce e che nella Risurrezione ci dona speranza e ci apre ad una vita che non ha fine, la vita eterna”.

Il Papa ha ricordato che “comunicare la fede, per san Paolo, quindi, non significa portare se stesso, ma dire apertamente e pubblicamente quello che ha visto e sentito nell’incontro con Cristo, quanto ha sperimentato nella sua esistenza ormai trasformata da quell’incontro. (...) L’Apostolo non si accontenta di proclamare delle parole, ma coinvolge tutta la propria esistenza nella grande opera della fede. Per parlare di Dio, bisogna fargli spazio, nella fiducia che è Lui che agisce nella nostra debolezza: fargli spazio senza paura, con semplicità e gioia, nella convinzione profonda che quanto più mettiamo al centro Lui e non noi, tanto più la nostra comunicazione sarà fruttuosa. E questo vale anche per le comunitá cristiane: esse sono chiamate a mostrare l'azione trasformante della grazia di Dio, superando individualismi, chiusure, egoismi, indifferenza e vivendo nei rapporti quotidiani l'amore di Dio (...) Dobbiamo metterci in motto per divenire sempre e realmente cosí, annunciatori di Cristo e non di noi stessi”.

A questo punto, ha proseguito, dobbiamo chiederci “come comunicava Gesù stesso. Gesù parla del Padre suo - lo chiama Abbà - e del Regno di Dio, con lo sguardo pieno di compassione per i disagi e le difficoltà dell’esistenza umana. La sua comunicazione è stata una continua educazione a chinarsi sull’uomo per condurlo a Dio. Dai Vangeli noi vediamo come Gesù si interessa di ogni situazione umana che incontra, si immerge nella realtà degli uomini e delle donne del suo tempo, con una fiducia piena nell’aiuto del Padre.(...) In Lui annuncio e vita si intrecciano: Gesù agisce e insegna, partendo sempre da un intimo rapporto con Dio Padre. Questo stile diventa un’indicazione essenziale per i cristiani: il nostro modo di vivere nella fede e nella carità diventa un parlare di Dio nell’oggi, perché mostra con un’esistenza vissuta in Cristo la credibilità di quello che diciamo con le parole. E in questo dobbiamo essere attenti a cogliere i segni dei tempi nella nostra epoca, ad individuare cioè le potenzialità, i desideri, gli ostacoli che si incontrano nella cultura attuale, in particolare il desiderio di autenticità, l’anelito alla trascendenza, la sensibilità per la salvaguardia del creato, e comunicare senza timore la risposta che offre la fede in Dio”.

“Parlare di Dio, quindi, vuol dire far comprendere con la parola e con la vita che Dio non è il concorrente della nostra esistenza, ma piuttosto ne è il vero garante, il garante della grandezza della persona umana. Così ritorniamo all’inizio: parlare di Dio è comunicare, con forza e semplicità, con la parola e con la vita, ciò che è essenziale: il Dio di Gesù Cristo, quel Dio che ci ha mostrato un amore così grande da incarnarsi, morire e risorgere per noi; quel Dio che chiede di seguirlo e lasciarsi trasformare dal suo immenso amore per rinnovare la nostra vita e le nostre relazioni; quel Dio che ci ha donato la Chiesa, per camminare insieme e, attraverso la Parola e i Sacramenti, rinnovare l’intera Città degli uomini, affinché possa diventare Città di Dio”, ha concluso il Santo Padre.

APPELLO IN FAVORE DELLE TERAPIE CONTRO L'AIDS

Città del Vaticano, 28 novembre 2012 (VIS).-“Il prossimo 1 dicembre -ha detto il Papa dopo la catechesi dell'udienza generale- ricorre la Giornata Mondiale contro l’AIDS, iniziativa delle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione su una malattia che ha causato milioni di morti e tragiche sofferenze umane, accentuate nelle regioni più povere del mondo, che con grande difficoltà possono accedere a farmaci efficaci. In particolare, il mio pensiero va al grande numero di bambini che ogni anno contraggono il virus dalle proprie madri, nonostante vi siano terapie per impedirlo. Incoraggio le numerose iniziative che, nell’ambito della missione ecclesiale, sono promosse per debellare questo flagello.”

mercoledì 21 novembre 2012

BENEDETTO XVI: È RAGIONEVOLE CREDERE

Città del Vaticano, 21 novembre 2012 (VIS).- “Avanziamo in quest’Anno della fede, portando nel nostro cuore la speranza di riscoprire quanta gioia c’è nel credere e di ritrovare l’entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede. (…), che porta a scoprire che l’incontro con Dio valorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo”, ha detto il Papa nella catechesi dell'udienza generale del mercoledì, svoltasi nell'Aula Paolo VI.

La fede, ha spiegato è “la conoscenza di Dio-Amore, grazie al suo stesso amore. L’amore di Dio, poi, (...) apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive anguste dell’individualismo e del soggettivismo che disorientano le coscienze”.

Benedetto XVI ha dedicato la catechesi alla razionalità della fede in Dio, puntualizzando che la tradizione cattolica “ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione (...). Dio, infatti, non è assurdo, semmai è mistero.(...) Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa. Così come quando gli occhi dell’uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso? La fede permette di guardare il “sole” di Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia (...) Dio si è avvicinato all’uomo e si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione”.

Allo stesso tempo, Dio, “con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. (...) Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero.(...) La fede cattolica è dunque ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana.(...) La conoscenza della fede, inoltre, non è contro la retta ragione.(...) Nell’irresistibile desiderio di verità, solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé”.

Su queste premesse, “circa il nesso fecondo tra comprendere e credere, si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull’uomo e sul cosmo. Il vero bene dell’umanità, accessibile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella consapevolezza che l’uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile”.

Così la fede “non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che - opponendosi al progetto originario di Dio - possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno”.

“Per questo,-ha concluso il Santo Padre -è decisivo per l’uomo aprirsi alla fede e conoscere Dio e il suo progetto di salvezza in Gesù Cristo. Nel Vangelo viene inaugurato un nuovo umanesimo, un’autentica “grammatica” dell’umano e di tutta la realtà.(...) E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza”.

APPELLO PER LA PACE NELLA STRISCIA DI GAZA

Città del Vaticano, 21 novembre 2012 (VIS).- “Seguo con grave preoccupazione -ha detto il Papa dopo i saluti nelle diverse lingue- l'aggravarsi della violenza tra gli Israeliani e i Palestinesi della Striscia di Gaza. Insieme al ricordo orante per le vittime e per coloro che soffrono, sento il dovere di ribadire ancora una volta che l'odio e la violenza non sono la soluzione dei problemi. Inoltre, incoraggio le iniziative e gli sforzi di quanti stanno cercando di ottenere una tregua e di promuovere il negoziato. Esorto anche le Autorità di entrambe le Parti ad adottare decisioni coraggiose in favore della pace e a porre fine a un conflitto con ripercussioni negative in tutta la Regione medio-orientale, travagliata da troppi scontri e bisognosa di pace e di riconciliazione”.

IL PAPA RINGRAZIA LE RELIGIOSE DI CLAUSURA

Città del Vaticano, 21 novembre 2012 (VIS).-Alla fine della catechesi il Papa ha ricordato che oggi, memoria liturgica della Presentazione della Vergine Maria al tempio, si celebra la Giornata delle Religiose di Clausura.

“Alle sorelle chiamate dal Signore alla vita contemplativa -ha detto-, desidero assicurare la speciale vicinanza mia e dell’intera Comunità ecclesiale. Rinnovo, al tempo stesso, l’invito a tutti i cristiani affinché non facciano mancare ai monasteri di clausura il necessario sostegno spirituale e materiale. Tanto dobbiamo, infatti, a queste persone che si consacrano interamente alla preghiera per la Chiesa e per il mondo!”.

mercoledì 14 marzo 2012

VENERARE VERGINE NELLA CHIESA SIGNIFICA ESSERE COMUNITÀ CHE PREGA

Città del Vaticano, 14 marzo 2012 (VIS). Il Santo Padre ha iniziato oggi, una nuova serie di catechesi per l'Udienza Generale del Mercoledì, sulla preghiera negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di San Paolo. La presenza orante di Maria, come si rileva negli Atti degli Apostoli - quando attende con gli apostoli la venuta dello Spirito Santo - è stata al centro delle riflessioni del Pontefice.

"Con Maria inizia la vita terrena di Gesù - ha spiegato Benedetto XVI agli oltre diecimila pellegrini riuniti in Piazza San Pietro - e con Lei iniziano anche i primi passi della Chiesa (...). Ella ha seguito con discrezione tutto il cammino di suo Figlio durante la vita pubblica fino ai piedi della croce, e ora continua a seguire, con una preghiera silenziosa, il cammino della Chiesa".

Le tappe del cammino di Maria, dalla casa di Nazareth fino al cenacolo a Gerusalemme "sono segnate dalla capacità di mantenere un perseverante clima di raccoglimento, per meditare ogni avvenimento nel silenzio del suo cuore, davanti a Dio. La presenza della Madre di Dio con gli Undici, dopo l’Ascensione, (...) assume un significato di grande valore, perché con loro Ella condivide ciò che vi è di più prezioso: la memoria viva di Gesù, nella preghiera".

Dopo l'Ascensione di Gesù, gli Apostoli si radunano con Maria per attendere con Lei il dono dello Spirito Santo, senza il quale non si può testimoniare Cristo. "Lei che l’ha già ricevuto per generare il Verbo incarnato, condivide con tutta la Chiesa l’attesa dello stesso dono (...). Se non c’è Chiesa senza Pentecoste, non c’è neanche Pentecoste senza la Madre di Gesù, perché Lei ha vissuto in modo unico ciò che la Chiesa sperimenta ogni giorno sotto l’azione dello Spirito Santo".

Il Papa ha ricordato che il Concilio Vaticano II ha sottolineato questo rapporto speciale tra la Vergine e la Chiesa nella Costituzione dogmatica "Lumen gentium". "Vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste 'perseveranti d'un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù (At 1,14). (...) Il posto privilegiato di Maria è la Chiesa, dove è riconosciuta quale (...), figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità".

"Venerare la Madre di Gesù nella Chiesa significa allora imparare da Lei ad essere comunità che prega: è questa una delle note essenziali della prima descrizione della comunità cristiana delineata negli Atti degli Apostoli".

"Spesso la preghiera è dettata da situazioni di difficoltà, da problemi personali che portano a rivolgersi al Signore per avere luce, conforto e aiuto. Maria invita ad aprire le dimensioni della preghiera, a rivolgersi a Dio non solamente nel bisogno e non solo per se stessi, ma in modo unanime, perseverante, fedele, con un 'cuore solo e un’anima sola'".

"La Madre di Gesù - ha affermato il Pontefice - è stata posta dal Signore in momenti decisivi della storia della salvezza e ha saputo rispondere sempre con piena disponibilità, frutto di un legame profondo con Dio maturato nella preghiera assidua e intensa. (...) Tra l’Ascensione e la Pentecoste, Ella si trova con e nella Chiesa in preghiera (cfr At 1,14). Madre di Dio e Madre della Chiesa, Maria esercita questa sua maternità sino alla fine della storia".

"Maria ci insegna la necessità della preghiera - ha concluso il Pontefice - e ci indica come solo con un legame costante, intimo, pieno di amore con suo Figlio possiamo uscire dalla 'nostra casa' con coraggio, per raggiungere i confini del mondo e annunciare ovunque il Signore Gesù, Salvatore del mondo".

FIACCOLA BENEDETTINA DELLA PACE A ROMA

Città del Vaticano, 14 marzo 2012 (VIS). Al termine dell'Udienza Generale Benedetto XVI ha salutato una delegazione guidata dall'Arcivescovo Renato Boccardo di Norcia (Italia) e dagli Abati di Montecassino e Subiaco, di ritorno da Malta, dove domenica scorsa si è proceduto all'accensione della fiaccola benedettina della pace in ricordo dell'itinerario di San Benedetto per le vie d''Europa. La fiaccola farà ritorno a Norcia, terra natale di San Benedetto, il 20 marzo prossimo.

Le origini del viaggio della Fiaccola benedettina nelle diverse capitali europee e non solo risalgono al 1964 con la proclamazione, da parte di Papa Paolo VI, di San Benedetto a Patrono principale d'Europa. Essa simboleggia la fratellanza e la pace sulla base del Vangelo e al di là delle barriere politiche, ideologiche e religiose. Negli anni passati la Fiaccola è stata accesa a Berlino, Praga, Bucarest, Strasburgo, Budapest, Madrid, Lisbona, Varsavia, Bruxelles, Vienna, Mosca, Gerusalemme. Nel 2001 la torcia è arrivata anche a New York per portare un messaggio di speranza dopo gli attacchi dell'11 settembre, mentre lo scorso anno è stata accesa a Londra, nel corso di una cerimonia ecumenica nella Westminster Abbey.

mercoledì 18 gennaio 2012

IL PAPA: INVOCATE SEMPRE IL DONO DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI


CITTÀ DEL VATICANO, 18 GEN 2012 (VIS).- La Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani, che comincia oggi, è stato il tema trattato da Benedetto XVI nell’udienza generale di questa mattina, celebrata nell’Aula Paolo VI. Il Santo Padre ha spiegato che si tratta di un’iniziativa che ha luogo ogni anno da ormai più di un secolo, e alla quale partecipano cristiani di tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, al fine di invocare “quel dono straordinario per cui lo stesso Signore Gesù ha pregato durante l’Ultima Cena, prima della sua passione: ‘Perché tutti siano una sola cosa’”.

  La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani fu introdotta nel 1908 da Padre Paul Wattson, fondatore di una comunità religiosa anglicana che entrò in seguito nella Chiesa cattolica. Il Papa ha affermato che, in questa Settimana, “l’impulso impresso dal Concilio Vaticano II alla ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo trova ogni anno una delle sue più efficaci espressioni. Questo appuntamento spirituale, che unisce cristiani di tutte le tradizioni, accresce la nostra consapevolezza del fatto che l’unità verso cui tendiamo non potrà essere solo il risultato dei nostri sforzi, ma sarà piuttosto un dono ricevuto dall’alto, da invocare sempre”.

  Quest’anno, i testi per la Settimana di Preghiera sono stati proposti da un gruppo composto da rappresentanti della Chiesa cattolica e del Consiglio Ecumenico Polacco. Quest’ultimo ha suggerito il tema: “Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore”. La storia della Polonia è stata segnata da invasioni e disfatte, ma anche dalla costante lotta contro l’oppressione e dalla sete di libertà; questo ha indotto il gruppo ecumenico polacco a riflettere sul vero significato delle parole “vittoria” e “sconfitta”.

  In questo senso, il Papa ha sottolineato che “rispetto alla ‘vittoria’ intesa in termini trionfalistici, Cristo ci suggerisce una strada ben diversa; la sua vittoria non passa attraverso il potere e la potenza. (…) Cristo parla di una vittoria attraverso l’amore, il servizio reciproco, l’aiuto, la nuova speranza e il concreto conforto donati agli ultimi, ai dimenticati, ai rifiutati. Per tutti i cristiani, la più alta espressione di tale umile servizio è Gesù Cristo stesso, il dono totale che fa di Se stesso, la vittoria del suo amore sulla morte (…). Noi possiamo prendere parte a questa ‘vittoria’ solo se ci lasciamo trasformare da Dio”.

  Allo stesso modo, “l’unità per la quale preghiamo richiede una conversione interiore, sia comune che personale. Non si tratta semplicemente di cordialità e di cooperazione, occorre rafforzare la nostra fede in Dio (…); occorre entrare nella nuova vita in Cristo, che è la nostra vera e definitiva vittoria; occorre aprirsi gli uni agli altri, cogliendo tutti gli elementi di unità che Dio ha conservato per noi (…); occorre sentire l’urgenza di testimoniare all’uomo del nostro tempo il Dio vivente, che si è fatto conoscere in Cristo”.

  Il compito ecumenico, come sottolineano il Concilio Vaticano II e il beato Giovanni, “è una responsabilità dell’intera Chiesa e di tutti i battezzati, che devono far crescere la comunione parziale già esistente tra i cristiani fino alla piena comunione nella verità e nella carità. Pertanto, la preghiera per l’unità (…) deve diventare parte integrante della vita orante di tutti i cristiani, in ogni luogo e in ogni tempo, soprattutto quando persone di tradizioni diverse s’incontrano e lavorano insieme per la vittoria, in Cristo, su tutto ciò che è peccato, male, ingiustizia, violazione della dignità dell’uomo”.

  Benedetto XVI ha posto in risalto anche che “la mancanza di unità tra i cristiani impedisce un annuncio più efficace del Vangelo, mette in pericolo la nostra credibilità. (…) Certamente, per quanto riguarda le verità fondamentali della fede, ci unisce molto più di quanto ci divide. (…) E’ una grande sfida questa per la nuova evangelizzazione, che può essere più fruttuosa se tutti i cristiani annunciano insieme la verità del Vangelo di Gesù Cristo e danno una risposta comune alla sete spirituale dei nostri tempi”.

  Per concludere, il Pontefice ha esortato i fedeli ad unirsi in preghiera in modo più intenso in questa settimana, “perché cresca la testimonianza comune, la solidarietà e la collaborazione tra i cristiani, aspettando il giorno glorioso in cui potremo professare insieme la fede trasmessa dagli Apostoli e celebrare insieme i Sacramenti”.

   Alla fine dell’udienza generale, il Santo Padre ha salutato un gruppo di avvocati italiani e li ha incoraggiati a svolgere la loro professione “mantenendosi sempre fedeli alla verità, presupposto fondamentale per l’attuazione della giustizia”.
AG/                                                                                    VIS 20120118 (750)

mercoledì 11 gennaio 2012

L’ORAZIONE DI GESÙ NELL’ULTIMA CENA



CITTÀ DEL VATICANO, 11 GEN (VIS).-L’orazione di Gesù nell’Ultima Cena è stato il tema della catechesi dell’udienza generale del mercoledì, che ha avuto luogo nell’Aula Paolo VI, e a cui hanno assistito 4.000 persone.

   Lo sfondo temporale ed emozionale del convito, in cui Gesù si congeda dagli amici, è l'imminenza della sua morte che Egli sente ormai vicina. Inoltre, nei giorni in cui si preparava a dare l’addio ai discepoli, la vita del popolo ebreo era segnata dall'avvicinarsi della Pasqua, memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto.

  “L’Ultima Cena -ha spiegato il Papa- si inserisce in questo contesto, ma con una novità di fondo. Gesù vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso. In questo modo, Gesù celebra la sua Pasqua, anticipa la sua Croce e la sua Risurrezione”.

  Il nucleo della Cena sono “i gesti dello spezzare il pane, del distribuirlo ai suoi e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: è l’istituzione dell’Eucaristia, è la grande preghiera di Gesù e della Chiesa”. Allo stesso modo, le parole che usano gli evangelisti per descrivere questo momento ricordano la “berakha” ebraica, la grande preghiera di ringraziamento e di benedizione della tradizione d’Israele, che inaugurava i grandi conviti. “Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza a Dio, -ha detto il Pontefice-  ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. (…) Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia si collocano in questo contesto di preghiera; in esse la lode e la benedizione della berakha diventano benedizione e trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù”.

  I gesti che compie Gesù erano tradizionalmente i gesti di ospitalità del padrone di casa verso i suoi invitati, ma nell’Ultima Cena acquistano una profondità nuova: Cristo dà “un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso”. Cosciente della sua morte ormai prossima “offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo”.

  “Contemplando i gesti e le parole di Gesù in quella notte, vediamo chiaramente che il rapporto intimo e costante con il Padre è il luogo in cui Egli realizza il gesto di lasciare ai suoi, e a ciascuno di noi, il Sacramento dell'amore”, ha detto il Santo Padre. Durante la Cena, Cristo prega anche per i suoi discepoli, che, a loro volta, saranno sottoposti a dure prove, e con questa preghiera “sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato”.

  Partecipando all'Eucaristia, “viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo. Nell’Eucaristia la Chiesa risponde al comando di Gesù: ‘Fate questo in memoria di me’; ripete la preghiera di ringraziamento e di benedizione e, con essa, le parole della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue del Signore. Le nostre Eucaristie sono un essere attirati in quel momento di preghiera, un unirci sempre di nuovo alla preghiera di Gesù”.

  “Chiediamo al Signore che, dopo esserci debitamente preparati, anche con il Sacramento della Penitenza, la nostra partecipazione alla sua Eucaristia, indispensabile per la vita cristiana, sia sempre il punto più alto di tutta la nostra preghiera. Domandiamo che, uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli”, ha concluso Benedetto XVI.

  Al termine della catechesi, il Papa ha salutato nelle diverse lingue i pellegrini presenti. Dirigendosi in modo particolare ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli, ha messo in risalto che la solennità del Battesimo del Signore, celebrata domenica scorsa, offre l’opportunità di riflettere sul proprio Battesimo: “Cari giovani, vivete con gioia la vostra appartenenza alla Chiesa, che è la famiglia di Gesù. Cari ammalati, la grazia del Battesimo lenisca le vostre sofferenze e vi spinga ad offrirle a Cristo per la salvezza dell’umanità. E voi, cari sposi novelli, fondate il vostro matrimonio sulla fede, ricevuta in dono il giorno del vostro Battesimo”.

  Nell’Udienza hanno partecipato anche gli artisti di vari Circhi, che si sono esibiti brevemente. A loro ed a tutti i pellegrini di lingua italiana, il Santo Padre ha augurato che “quest’incontro con il successore di Pietro riempia ciascuno di entusiasmo e stimoli a testimoniare, con le parole e con le opere, Gesù nostro Salvatore”.
AG/                                                    VIS 20120111 (840)

mercoledì 9 novembre 2011

SALMO 119: CELEBRAZIONE BELLEZZA PAROLA DI DIO

CITTA' DEL VATICANO, 9 NOV. 2011 (VIS). Il Santo Padre Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale di questo Mercoledì al Salmo 119, particolare per la sua lunghezza; infatti è composto da 176 versetti divisi in 22 strofe di otto versetti ciascuna, e per essere un “acrostico alfabetico”: ogni strofa comincia con una delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico. Questo Salmo è un canto sulla “Torah” del Signore “cioè sulla Legge del Signore, termine che, nella sua accezione più ampia e completa, va compreso come insegnamento, istruzione, direttiva di vita; la ‘Torah’ è rivelazione, è Parola di Dio che interpella l’uomo e ne provoca la risposta di obbedienza fiduciosa e di amore generoso”.

“La fedeltà del Salmista nasce dall’ascolto della Parola, da custodire nell’intimo, meditandola e amandola, proprio come Maria, che ‘custodiva, meditandole nel suo cuore’ le parole che le erano state rivolte e gli eventi meravigliosi in cui Dio si rivelava, chiedendo il suo assenso di fede”. Il Salmo inizia nei primi versetti proclamando “beato” ‘chi cammina nella Legge del Signore’. La ‘beata’ per eccellenza è Maria “perché il suo grembo ha portato il Salvatore, ma soprattutto perché ha accolto l’annuncio di Dio, è stata attenta e amorosa custode della sua Parola”.

“Il Salmo 119 è dunque tutto intessuto intorno a questa Parola di vita e di beatitudine. Se il suo tema centrale è la ‘Parola’ e la ‘Legge’ del Signore, accanto a questi termini ricorrono in quasi tutti i versetti dei sinonimi come ‘precetti’, ‘decreti’, ‘comandi’, ‘insegnamenti’, ‘promessa’, ‘giudizi’; e poi tanti verbi ad essi correlati come osservare, custodire, comprendere, conoscere, amare, meditare, vivere. Tutto l’alfabeto si snoda attraverso le 22 strofe di questo Salmo” – ha sottolineato il Pontefice – “e anche tutto il vocabolario del rapporto fiducioso del credente con Dio; vi troviamo la lode, il ringraziamento, la fiducia, ma anche la supplica e il lamento, sempre però pervasi dalla certezza della grazia divina e della potenza della Parola di Dio. Anche i versetti maggiormente segnati dal dolore e dal senso di buio rimangono aperti alla speranza e sono permeati di fede”.

“Centro dell’esistenza, la Legge di Dio chiede l’ascolto del cuore, un ascolto fatto di obbedienza non servile, ma filiale, fiduciosa, consapevole. L’ascolto della Parola è incontro personale con il Signore della vita (...). Il compimento della Legge è seguire Gesù. Il Salmo 119 ci porta dunque all’incontro con il Signore e ci orienta verso il Vangelo. C’è in esso un versetto su cui vorrei ora soffermarmi: è il v. 57: ‘La mia parte è il Signore; ho deciso di osservare le tue parole’”.

“Il termine ‘parte’ evoca l’evento della ripartizione della terra promessa tra le tribù d’Israele, quando ai Leviti non venne assegnata alcuna porzione del territorio, perché la loro ‘parte’ era il Signore stesso. (...) Questi versetti sono di grande importanza anche oggi per tutti noi. Innanzitutto per i sacerdoti, chiamati a vivere solo del Signore e della sua Parola, senza altre sicurezze, avendo Lui come unico bene e unica fonte di vera vita. In questa luce si comprende la libera scelta del celibato per il Regno dei cieli da riscoprire nella sua bellezza e forza”.

“Questi versetti sono importanti anche per tutti i fedeli, popolo di Dio appartenente a Lui solo, (...) chiamati alla radicalità del Vangelo, testimoni della vita portata dal Cristo, nuovo e definitivo ‘Sommo Sacerdote’ che si è offerto in sacrificio per la salvezza del mondo. Il Signore e la sua Parola: questi sono la nostra ‘terra’, in cui vivere nella comunione e nella gioia”.
AG/ VIS 20111109 (600)

APPELLO VITTIME CATASTROFI NATURALI

CITTA' DEL VATICANO, 9 NOV. 2011 (VIS). Dopo i saluti nelle diverse lingue ai pellegrini che hanno assistito all’Udienza Generale di oggi, Benedetto XVI ha lanciato un appello a favore delle vittime delle recenti inondazioni ed ha detto: “In questo periodo, varie parti del mondo, a partire dall’America Latina - specie quella Centrale - fino al Sud-est asiatico, sono state colpite da alluvioni, allagamenti, frane, che hanno provocato numerosi morti, dispersi, senza tetto. Ancora una volta desidero manifestare la mia vicinanza a tutti coloro che soffrono per questi disastri naturali, mentre invito alla preghiera per le vittime e i loro familiari e alla solidarietà, affinché le istituzioni e gli uomini di buona volontà collaborino, con spirito generoso, a soccorrere le migliaia di persone provate da tali calamità”.

Il Papa, Cittadino onorario di Natz-Schabs /Naz-Siaves

Al termine dell’Udienza Generale, una Delegazione del Comune di Natz-Schabs (Provincia di Bolzano, Italia), guidata dal Sindaco Signor Peter Gasser, ha conferito al Pontefice la cittadinanza onoraria nel corso di una cerimonia tenuta nell’Auletta dell’Aula Paolo VI. Nella frazione di Raas/Rasa della citata località del Sud-Tirolo, sono nate la bisnonna e la nonna materna di Benedetto XVI, Elisabeth Maria Tauber (1832) e Maria Tauber-Peintner (1855).
AG/ VIS 20111109 (210)

giovedì 3 novembre 2011

FEDE VITA ETERNA DÀ FORZA COSTRUIRE FUTURO NOSTRA TERRA

CITTA' DEL VATICANO, 2 NOV. 2011 (VIS). Questa mattina, nell’Aula Paolo VI, dove ha ricevuto pellegrini provenienti da diverse parti del mondo, il Santo Padre ha tenuto l’Udienza Generale che ha dedicato alla Commemorazione di tutti i fedeli defunti e alla realtà della morte.

“Nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società” – ha detto Benedetto XVI – “e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi (...). E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che ci apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro”.

“Abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è igno¬to. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento. (...) Quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza”.

“Oggi il mondo è diventato molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte”.

“Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può an¬che vivere una vita a partire dalla speranza. (...) L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita”.

“Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo ‘da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna’, e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha at¬traversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare sen¬za alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attra¬verso l’oscurità”.

“E proprio la fede nella vita eterna” – ha concluso il Santo Padre – “dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza”.

Dopo i saluti nelle diverse lingue ai pellegrini presenti, Benedetto XVI ha ricordato che il 3 e il 4 novembre prossimo “i Capi di Stato o di Governo del G-20 si riuniranno a Cannes, per esaminare le principali problematiche connesse con l’economia globale. Auspico che l’incontro aiuti a superare le difficoltà che, a livello mondiale, ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente umano e integrale”.

L’Udienza si è conclusa con il canto del Padre Nostro e la Benedizione Apostolica.
AG/ VIS 20111103 (670)

mercoledì 26 ottobre 2011

REGNO PACE CRISTO NON SI COSTRUISCE CON GUERRA E POTERE

CITTA' DEL VATICANO, 26 OTT. 2011 (VIS). A causa del maltempo il Santo Padre ha tenuto nell’Aula Paolo VI, invece che in Piazza San Pietro, la Celebrazione della Parola che ha sostituito l’Udienza Generale del Mercoledì, per la “Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo” in programma domani ad Assisi. Prima della Celebrazione della Parola, il Papa ha salutato nella Basilica Vaticana i fedeli che non avevano trovato posto nell’Aula Paolo VI.

Dopo il saluto del Cardinale Agostino Vallini, Vicario del Papa per la Diocesi di Roma e le letture della Bibbia, il Santo Padre ha tenuto l’omelia.

“Come cristiani, siamo convinti che il contributo più prezioso che possiamo dare alla causa della pace è quello della preghiera – ha detto Benedetto XVI. - Per questo motivo ci ritroviamo oggi, come Chiesa di Roma, insieme ai pellegrini presenti nell’Urbe, nell’ascolto della Parola di Dio, per invocare con fede il dono della pace”.

Successivamente il Papa ha citato un brano del profeta Zaccaria in cui Dio promette la salvezza che giungerà con un re. “Ma quello che viene annunciato non è un re che si presenta con la potenza umana, la forza delle armi; non è un re che domina con il potere politico e militare; è un re mansueto, che regna con l’umiltà e la mitezza di fronte a Dio e agli uomini, un re diverso rispetto ai grandi sovrani del mondo”.

“L’annuncio del profeta Zaccaria (...) tornò alla mente dei discepoli di Gesù (...) dopo gli eventi della passione, morte e risurrezione, (...) quando riandarono con gli occhi della fede a quel gioioso ingresso del maestro nella Città Santa. Egli cavalca un’asina, presa in prestito: (...) non è a cavallo come i grandi. Non entra in Gerusalemme accompagnato da un potente esercito di carri e di cavalieri. Egli è un re povero, il re di coloro che sono i poveri di Dio (...) di quanti hanno quella libertà interiore che rende capaci di superare l’avidità, l’egoismo che c’è nel mondo, e sanno che Dio solo è la loro ricchezza. (...) È un re che farà sparire i carri e i cavalli da battaglia, che spezzerà gli archi da guerra; un re che realizza la pace sulla Croce, congiungendo la terra e il cielo e gettando un ponte fraterno tra tutti gli uomini. La Croce è il nuovo arco di pace, segno e strumento di riconciliazione, (...) segno che l’amore è più forte di ogni violenza e di ogni oppressione, più forte della morte: il male si vince con il bene, con l’amore”.

“Il regno che Cristo inaugura ha dimensioni universali. L’orizzonte di questo re povero, mite non è quello di un territorio, di uno Stato, ma sono i confini del mondo; al di là di ogni barriera di razza, di lingua, di cultura, Egli crea comunione, crea unità. E dove vediamo realizzarsi nell’oggi questo annuncio? Nella grande rete delle comunità eucaristiche che si estende su tutta la terra riemerge luminosa la profezia di Zaccaria. (...) Dappertutto, in ogni realtà, in ogni cultura, (...) Egli viene, si rende presente; e nell’entrare in comunione con Lui anche gli uomini sono uniti tra di loro in un unico corpo, superando divisioni, rivalità, rancori. Il Signore viene nell’Eucaristia per toglierci dal nostro individualismo, dai nostri particolarismi che escludono gli altri, per formare di noi un solo corpo, un solo regno di pace in un mondo diviso”.

“Ma come possiamo costruire questo regno di pace di cui Cristo è il re? (...) Come Gesù, i messaggeri di pace del suo regno devono mettersi in cammino (...). Devono andare, ma non con la potenza della guerra o con la forza del potere. (...) Non è con il potere, con la forza, con la violenza che il regno di pace di Cristo si estende, ma con il dono di sé, con l’amore portato all’estremo, anche verso i nemici. Gesù non vince il mondo con la forza delle armi, ma con la forza della Croce, che è la vera garanzia della vittoria”.

Nel descrivere le due statue degli Apostoli Pietro e Paolo collocate davanti alla facciata della Basilica di San Pietro, facilmente riconoscibili poiché San Pietro tiene in mano le chiavi e San Paolo la spada, il Papa ha spiegato che “la spada che tiene tra le mani è lo strumento con cui Paolo venne messo a morte, con cui subì il martirio e sparse il suo sangue”. San Paolo “dedicò la sua vita a portare il messaggio di riconciliazione e di pace del Vangelo, spendendo ogni energia per farlo risuonare fino ai confini della terra. E questa è stata la sua forza: non ha cercato una vita tranquilla, (...) lontana dalle difficoltà, dalle contrarietà, ma si è consumato per il Vangelo, ha dato tutto se stesso senza riserve, e così è diventato il grande messaggero della pace e della riconciliazione di Cristo. La spada che San Paolo tiene nelle mani richiama anche la potenza della verità, che spesso può ferire, può far male; l’Apostolo è rimasto fedele fino in fondo a questa verità (...) ha consegnato la sua vita per essa. Questa stessa logica vale anche per noi, se vogliamo essere portatori del regno di pace annunciato dal profeta Zaccaria e realizzato da Cristo: dobbiamo essere disposti a pagare di persona, a soffrire in prima persona l’incomprensione, il rifiuto, la persecuzione. Non è la spada del conquistatore che costruisce la pace, ma la spada del sofferente, di chi sa donare la propria vita”.

“Cari fratelli e sorelle, come cristiani vogliamo invocare da Dio il dono della pace, vogliamo pregarlo che ci renda strumenti della sua pace in un mondo ancora lacerato da odio, da divisioni, da egoismi, da guerre, vogliamo chiedergli che l’incontro di domani ad Assisi favorisca il dialogo tra persone di diversa appartenenza religiosa e porti un raggio di luce capace di illuminare la mente e il cuore di tutti gli uomini, perché il rancore ceda il posto al perdono, la divisione alla riconciliazione, l’odio all’amore, la violenza alla mitezza, e nel mondo regni la pace”.
HML/ VIS 20111026 (1020)

IL PAPA INVITA A PREGARE PER INCONTRO DI ASSISI

CITTA' DEL VATICANO, 26 OTT. 2011 (VIS). Questa mattina, a causa della pioggia, l’Udienza Generale in forma di celebrazione della Parola si è tenuta nell’Aula Paolo VI. Il Santo Padre ha salutato i gruppi di pellegrini invitandoli a pregare per l’Incontro di domani ad Assisi: “Vi chiedo di accompagnarmi nella preghiera nel mio viaggio domani ad Assisi per la celebrazione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, con i rappresentanti di diverse religioni”, ha detto il Pontefice in inglese, ed in francese ha aggiunto: “Che questo pellegrinaggio di verità e di pace ci incoraggi a camminare sempre verso Dio e a rafforzare il nostro impegno al servizio della pace”.

Al termine dell’Udienza nell’Aula Paolo VI, Papa Benedetto XVI si è rivolto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli con queste parole: “L’esempio di San Francesco d’Assisi, sulla cui tomba sosterò domani in preghiera, sostenga voi, cari giovani, nell’impegno di quotidiana fedeltà a Cristo; incoraggi voi, cari ammalati, a seguire sempre Gesù nel cammino della prova e della sofferenza; aiuti voi, cari sposi novelli, a fare della vostra famiglia il logo del costante incontro con l’amore di Dio e dei fratelli”.
AC/ VIS 20111026 (230)

APPELLO A FAVORE VITTIME DEL TERREMOTO IN TURCHIA

CITTA' DEL VATICANO, 26 OTT. 2011 (VIS). Questa mattina, dopo i saluti ai pellegrini che hanno assistito all’Udienza Generale, Papa Benedetto XVI ha rivolto un appello a favore delle vittime del terremoto in Turchia: “In questo momento, il pensiero va alle popolazioni della Turchia duramente colpite dal terremoto, che ha causato gravi perdite di vite umane, numerosi dispersi e ingenti danni. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera per coloro che hanno perso la vita e ad essere spiritualmente vicini a tante persone così duramente provate. L’Altissimo dia sostegno a tutti coloro che sono impegnati nell’opera di soccorso”.
AC/ VIS 20111026 (110)

mercoledì 19 ottobre 2011

DIO RESTA FEDELE MENTRE L’UOMO FACILMENTE LO DIMENTICA

CITTA' DEL VATICANO, 19 OTT. 2011 (VIS). Circa 20.000 pellegrini hanno assistito questa mattina all’Udienza Generale che Papa Benedetto XVI ha tenuto in Piazza San Pietro. Nel continuare il ciclo di catechesi dedicate ai Salmi, il Santo Padre ha meditato il Salmo 136–135 - secondo la numerazione greco-latina – “un grande inno di lode che celebra il Signore nelle molteplici, ripetute manifestazioni della sua bontà lungo la storia degli uomini”.

“Solenne preghiera di rendimento di grazie, conosciuto come il “Grande Hallel”, questo Salmo” – ha spiegato il Papa – “è tradizionalmente cantato alla fine della cena pasquale ebraica ed è stato probabilmente pregato anche da Gesù nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli (...). Lungo il componimento, vengono enumerati i molti prodigi di Dio nella storia degli uomini e i suoi continui interventi in favore del suo popolo; e ad ogni proclamazione dell’azione salvifica del Signore risponde l’antifona con la motivazione fondamentale della lode: l’amore eterno di Dio, un amore che, secondo il termine ebraico utilizzato, implica fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza”.

“Dopo un triplice invito al rendimento di grazie al Dio sovrano, si celebra il Signore come Colui che compie ‘grandi meraviglie’, la prima delle quali è la creazione: il cielo, la terra, gli astri. (...) Con la creazione, il Signore si manifesta in tutta la sua bontà e bellezza, si compromette con la vita, rivelando una volontà di bene da cui scaturisce ogni altro agire di salvezza”.

Passando al manifestarsi di Dio nella storia, si inizia con il grande evento della liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. I quaranta anni di cammino nel deserto costituiscono “un tempo decisivo per Israele che lasciandosi guidare dal Signore impara a vivere di fede, nell’obbedienza e nella docilità alla legge di Dio. Sono anni difficili, segnati dalla durezza della vita nel deserto, ma anche anni felici, di confidenza nel Signore, di fiducia filiale”.

“La storia di Israele è stata attraversata da esaltanti momenti di gioia, di pienezza di vita, di consapevolezza della presenza di Dio e della sua salvezza, ma è stata anche segnata da episodi di peccato, da periodi di penosa oscurità e di profonda afflizione. E molti sono stati gli avversari da cui il Signore ha liberato il suo popolo. A tutto questo fa riferimento il Salmo, e in particolare a uno degli eventi più dolorosi, (...) l’esilio di Babilonia, con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, quando Israele sembrava aver perduto tutto, anche la propria identità, anche la sua fiducia nel Signore. Ma Dio si ricorda, e libera. La salvezza di Israele e di tutti gli uomini è legata alla fedeltà del Signore, e al suo ricordarsi. Mentre l’uomo facilmente dimentica, Dio resta fedele: la sua memoria è lo scrigno prezioso che racchiude quell’ ‘amore per sempre’ cantato dal nostro Salmo”.

Il Salmo si conclude ricordando che Dio dà cibo ad ogni vivente “prendendosi cura della vita e donando pane. (...) Nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio si fa uomo per dare la vita, per la salvezza di ciascuno di noi, e si dona come pane nel mistero eucaristico per farci entrare nella sua alleanza che ci rende figli. A tanto giunge la bontà misericordiosa di Dio e la sublimità del suo ‘amore per sempre’”. Infine il Papa ha concluso la catechesi ricordando le parole di San Giovanni nella Prima Lettera, “e che dovremmo sempre tenere presenti nella nostra preghiera: ‘Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente’”.
AG/ VIS 20111019 (590)

mercoledì 12 ottobre 2011

LA STORIA DELL’UMANITÀ È LA STORIA DELLA SALVEZZA

CITTÀ DEL VATICANO, 12 OTT 2011 (VIS). Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’udienza generale del mercoledì al salmo 126, “che celebra le grandi cose che il Signore ha operato con il suo popolo e che continuamente opera con ogni credente”.

  Il Salmo, spiega il Papa, “parla di una ‘sorte ristabilita’, cioè restituita allo stato originario”. Ed è quanto esperimenta il Popolo di Israele tornando in patria dall’esilio di Babilonia, che fu “un’esperienza devastante non solo sul piano politico e sociale, ma anche e soprattutto sul piano religioso e spirituale”.

  “Gli interventi divini hanno spesso forme inaspettate, che vanno al di là di quanto l’uomo possa immaginare. (...) Dio fa meraviglie nella storia degli uomini. (...) Si rivela a tutti come Signore potente e misericordioso, rifugio dell’oppresso, che non dimentica il grido dei poveri. (...) Perciò, davanti alla liberazione del popolo di Israele, tutte le genti riconoscono le cose grandi e stupende che Dio compie per il suo popolo e celebrano il Signore nella sua realtà di Salvatore”.

  Il Salmo, tuttavia, va oltre il dato puramente storico per aprirsi, soprattutto nella seconda parte, a una dimensione di tipo teologico più ampia, utilizzando immagini suggestive che evocano “la realtà misteriosa della redenzione, in cui si intrecciano dono ricevuto e ancora da attendere, vita e morte”.

  I torrenti secchi del Neghev simbolizzano l’operare divino che, come l’acqua, è “capace di trasformare il deserto in una immensa distesa di erba verde e di fiori”, mentre, nella seconda immagine in cui i contadini coltivano i campi, “per parlare di salvezza, si richiama qui l’esperienza che ogni anno si rinnova nel mondo agricolo: il momento difficile e faticoso della semina e poi la gioia prorompente del raccolto. (...) Il seme germoglia e cresce”.

  “È il mistero nascosto della vita”, ha detto il Pontefice, “sono le meravigliose ‘grandi cose’ della salvezza che il Signore opera nella storia degli uomini e di cui gli uomini ignorano il segreto. L’intervento divino, quando si manifesta in pienezza, mostra una dimensione prorompente, come i torrenti del Neghev e come il grano nei campi, evocatore quest’ultimo anche di una sproporzione tipica delle cose di Dio: sproporzione tra la fatica della semina e l’immensa gioia del raccolto”.

  “A tutto questo fa riferimento il Salmista per parlare della salvezza (...), del ristabilimento della sorte. (...) La deportazione a Babilonia, come ogni altra situazione di sofferenza e di crisi, (...) con i suoi dubbi e l’apparente lontananza di Dio, in realtà, (...) è come una semina. Nel Mistero di Cristo, alla luce del Nuovo Testamento, il messaggio si fa ancora più esplicito e chiaro: il credente che attraversa quel buio è come il chicco di grano caduto in terra che muore, ma per dare molto frutto”.

  “Questo Salmo ci insegna che (...) dobbiamo rimanere sempre aperti alla speranza e saldi nella fede in Dio. La nostra storia, anche se segnata spesso da dolore, da incertezze, da momenti di crisi, è una storia di salvezza e di ‘ristabilimento delle sorti’. In Gesù, ogni nostro esilio finisce, e ogni lacrima è asciugata, nel mistero della sua Croce, della morte trasformata in vita, come il chicco di grano che si spezza nella terra e diventa spiga”.
AG/                              VIS 20111012 (530)

IL PAPA CHIEDE RISPETTO PER LE MINORANZE IN EGITTO

CITTÀ DEL VATICANO, 12 OTT 2011 (VIS). “Sono profondamente rattristato dagli episodi di violenza, che sono stati commessi a Il Cairo domenica scorsa”, ha detto Benedetto XVI al termine dei saluti nelle diverse lingue con i quali conclude abitualmente l’udienza del mercoledì.

  “Mi unisco al dolore delle famiglie delle vittime e dell’intero popolo egiziano, lacerato dai tentativi di minare la coesistenza pacifica fra le sue comunità, che è invece essenziale salvaguardare, soprattutto in questo momento di transizione”, ha continuato il Pontefice. “Esorto i fedeli a pregare affinché quella società goda di una vera pace, basata sulla giustizia, sul rispetto della libertà e della dignità di ogni cittadino”.

  “Inoltre, sostengo gli sforzi delle autorità egiziane, civili e religiose, in favore di una società nella quale siano rispettati i diritti umani di tutti e, in particolare, delle minoranze, a beneficio dell’unità nazionale”.

  Durante i saluti ai vari gruppi di pellegrini che hanno assistito all’udienza, il Santo Padre ha anche ricordato che ottobre è il mese dedicato al Rosario, e ha invitato i fedeli a “scoprire la bellezza di questa preghiera semplice ma efficace”.
AC/                                             VIS 20111012 (181)

giovedì 6 ottobre 2011

UDIENZE

CITTA' DEL VATICANO, 6 OTT. 2011 (VIS). Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienze separate:

- L’Arcivescovo Claudio Gugerotti, Nunzio Apostolico in Bielorussia.

- Otto Presuli della Conferenza Episcopale dell’Indonesia, in Visita “ad Limina Apostolorum”:

- L’Arcivescovo Florentinus Sului Hajang Hau, M.S.F., di Samarinda.

- Il Vescovo Petrus Boddeng Timang, di Baniarmasin

- Il Vescovo Aloysius Maryadi Sutrisnaatmaka, M.S.F., di Palangkaraya.

- Il Vescovo Justinus Harjosusanto, M.S.F., di Tanjung Selor.

- L’Arcivescovo Johannes Maria Trilaksyanta Pujasumarta, di Semarang.

- Il Vescovo Herman Joseph Sahadat Pandoyoputro, O.Carm., di Malang.

- Il Vescovo Julianus Kemo Sunarko, S.I., di Purwokerto.

- Il Vescovo Vincentius Sutikno Wisaksono, di Surabaya.
AP:AL/ VIS 20111006 (110)
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