Città
del Vaticano, 27 novembre 2013
(VIS). Il Santo Padre ha nominato il Vescovo Benjamin Marc Balthason
Ramaroson, C.M., Arcivescovo di Antsiranana (superficie: 37.924;
popolazione: 1.431.000; cattolici: 590.796; sacerdoti: 65; religiosi:
181), Madagascar. Finora Vescovo di Farafangana (Madagascar), succede
all'Arcivescovo Michel Melo, dell'Ist. Del Prado, del quale il Santo
Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della medesima
Arcidiocesi, presentata per raggiunti limiti di età.
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Il Vatican Information Service (VIS), istituito nell'ambito della Sala Stampa della Santa Sede, è un bollettino telematico che diffonde notizie relative all'attività magistrale e pastorale del Santo Padre e della Curia Romana... [+]
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mercoledì 27 novembre 2013
martedì 26 novembre 2013
SINTESI DELL'ESORTAZIONE APOSTOLICA "EVANGELII GAUDIUM"
Città
del Vaticano, 26 novembre 2013
(VIS). “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di
coloro che si incontrano con Gesù”: inizia così l’Esortazione
apostolica “Evangelii Gaudium” con cui Papa Francesco sviluppa il
tema dell’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, raccogliendo, tra
l’altro, il contributo dei lavori del Sinodo che si è svolto in
Vaticano dal 7 al 28 ottobre 2012 sul tema “La nuova
evangelizzazione per la trasmissione della fede”. Il testo che il
Santo Padre ha consegnato a 36 fedeli domenica scorsa, nel corso
della Santa Messa di chiusura dell'Anno della fede, è il primo
documento ufficiale del suo Pontificato, essendo stata la Lettera
Enciclica "Lumen Fidei" redatta in collaborazione con il
predecessore Papa Benedetto XVI.
“Desidero
indirizzarmi ai fedeli cristiani – scrive il Papa - per invitarli a
una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare
vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (1). Si tratta
di un accorato appello a tutti i battezzati perché con nuovo fervore
e dinamismo portino agli altri l’amore di Gesù in uno “stato
permanente di missione” (25), vincendo “il grande rischio del
mondo attuale”: quello di cadere in “una tristezza
individualista” (2).
Il
Papa invita a “recuperare la freschezza originale del Vangelo”,
trovando “nuove strade” e “metodi creativi”, a non
imprigionare Gesù nei nostri “schemi noiosi” (11). Occorre “una
conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose
come stanno” (25) e una “riforma delle strutture” ecclesiali
perché “diventino tutte più missionarie” (27). Il Pontefice
pensa anche ad “una conversione del papato” perché sia “più
fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità
attuali dell’evangelizzazione”. L’auspicio che le Conferenze
episcopali potessero dare un contributo affinché “il senso di
collegialità” si realizzasse “concretamente” – afferma -
“non si è pienamente realizzato” (32). E’ necessaria “una
salutare decentralizzazione” (16). In questo rinnovamento non
bisogna aver paura di rivedere consuetudini della Chiesa “non
direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel
corso della storia” (43).
Segno
dell’accoglienza di Dio è “avere dappertutto chiese con le porte
aperte” perché quanti sono in ricerca non incontrino “la
freddezza di una porta chiusa”. “Nemmeno le porte dei Sacramenti
si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”. Così,
l’Eucaristia “non è un premio per i perfetti ma un generoso
rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche
conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e
audacia”. (47). Ribadisce di preferire una Chiesa “ferita e
sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa …
preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un
groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente
inquietarci … è che tanti nostri fratelli vivono” senza
l’amicizia di Gesù (49).
Il
Papa indica le “tentazioni degli operatori pastorali”:
individualismo, crisi d’identità, calo del fervore (78). “La più
grande minaccia” è “il grigio pragmatismo della vita quotidiana
della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità,
mentre in realtà la fede si va logorando” (83). Esorta a non
lasciarsi prendere da un “pessimismo sterile” (84) e ad essere
segni di speranza (86) attuando la “rivoluzione della
tenerezza”(88). Occorre rifuggire dalla “spiritualità del
benessere” che rifiuta “impegni fraterni” (90) e vincere “la
mondanità spirituale” che “consiste nel cercare, al posto della
gloria del Signore, la gloria umana” (93). Il Papa parla di quanti
“si sentono superiori agli altri” perché “irremovibilmente
fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato” e “invece
di evangelizzare … classificano gli altri” o di quanti hanno una
“cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio
della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del
Vangelo” nei bisogni della gente. (95). Questa “è una tremenda
corruzione con apparenza di bene … Dio ci liberi da una Chiesa
mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali!” (97).
Lancia
un appello alle comunità ecclesiali a non cadere nelle invidie e
nelle gelosie: “all’interno del Popolo di Dio e nelle diverse
comunità, quante guerre!” (98). “Chi vogliamo evangelizzare con
questi comportamenti?” (100). Sottolinea la necessità di far
crescere la responsabilità dei laici, tenuti “al margine delle
decisioni” da “un eccessivo clericalismo” (102). Afferma che
“c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza
femminile più incisiva nella Chiesa”, in particolare “nei
diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti” (103).
“Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne …non si
possono superficialmente eludere” (104). I giovani devono avere “un
maggiore protagonismo” (106). Di fronte alla scarsità di vocazioni
in alcuni luoghi afferma che “non si possono riempire i seminari
sulla base di qualunque tipo di motivazione” (107).
Affrontando
il tema dell’inculturazione, ricorda che “il cristianesimo non
dispone di un unico modello culturale” e che il volto della Chiesa
è “pluriforme” (116). “Non possiamo pretendere che tutti i
popoli … nell’esprimere la fede cristiana, imitino le modalità
adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia”
(118). Il Papa ribadisce “la forza evangelizzatrice della pietà
popolare” (122) e incoraggia la ricerca dei teologi invitandoli ad
avere “a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa” e a
non accontentarsi “di una teologia da tavolino” (133).
Si
sofferma “con una certa meticolosità, sull’omelia” perché
“molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e
non possiamo chiudere le orecchie” (135). L’omelia “deve essere
breve ed evitare di sembrare una conferenza o una lezione” (138),
deve saper dire “parole che fanno ardere i cuori”, rifuggendo da
una “predicazione puramente moralista o indottrinante” (142).
Sottolinea l’importanza della preparazione: “un predicatore che
non si prepara non è ‘spirituale’, è disonesto ed
irresponsabile” (145). “Una buona omelia … deve contenere
‘un’idea, un sentimento, un’immagine’” (157). La
predicazione deve essere positiva perché offra “sempre speranza”
e non lasci “prigionieri della negatività” (159). L’annuncio
stesso del Vangelo deve avere caratteristiche positive: “vicinanza,
apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna”
(165).
Parlando
delle sfide del mondo contemporaneo, il Papa denuncia l’attuale
sistema economico: “è ingiusto alla radice” (59). “Questa
economia uccide” perché prevale la “legge del più forte”.
L’attuale cultura dello “scarto” ha creato “qualcosa di
nuovo”: “gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti,
‘avanzi’” (53). Viviamo “una nuova tirannia invisibile, a
volte virtuale” di un “mercato divinizzato” dove regnano
“speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”,
“evasione fiscale egoista” (56). Denuncia gli “attacchi alla
libertà religiosa” e le “nuove situazioni di persecuzione dei
cristiani … In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa
indifferenza relativista” (61). La famiglia – prosegue il Papa –
“attraversa una crisi culturale profonda”. Ribadendo “il
contributo indispensabile del matrimonio alla società” (66)
sottolinea che “l’individualismo postmoderno e globalizzato
favorisce uno stile di vita … che snatura i vincoli familiari”(67).
Ribadisce
“l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”
(178) e il diritto dei Pastori “di emettere opinioni su tutto ciò
che riguarda la vita delle persone” (182). “Nessuno può esigere
da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle
persone, senza alcuna influenza nella vita sociale”. Cita Giovanni
Paolo II dove dice che la Chiesa “non può né deve rimanere al
margine della lotta per la giustizia” (183). “Per la Chiesa
l'opzione per i poveri è una categoria teologica” prima che
sociologica. “Per questo chiedo una Chiesa povera per i poveri.
Essi hanno molto da insegnarci” (198). “Finché non si
risolveranno radicalmente i problemi dei poveri … non si
risolveranno i problemi del mondo” (202). “La politica, tanto
denigrata” – afferma - “è una delle forme più preziose di
carità”. “Prego il Signore che ci regali più politici che
abbiano davvero a cuore … la vita dei poveri!”. Poi un monito:
“Qualsiasi comunità all'interno della Chiesa” si dimentichi dei
poveri corre “il rischio della dissoluzione” (207).
Il
Papa invita ad avere cura dei più deboli: “i senza tetto, i
tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre
più soli e abbandonati” e i migranti, per cui esorta i Paesi “ad
una generosa apertura” (210). Parla delle vittime della tratta e di
nuove forme di schiavismo: “Nelle nostre città è impiantato
questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che
grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta” (211).
“Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di
esclusione, maltrattamento e violenza” (212). “Tra questi deboli
di cui la Chiesa vuole prendersi cura” ci sono “i bambini
nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali
oggi si vuole negare la dignità umana” (213). “Non ci si deve
attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione …
Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una
vita umana” (214). Quindi, un appello al rispetto di tutto il
creato: “siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del
popolo e del mondo in cui viviamo” (216).
Riguardo
al tema della pace, il Papa afferma che è “necessaria una voce
profetica” quando si vuole attuare una falsa riconciliazione che
“metta a tacere” i poveri, mentre alcuni “non vogliono
rinunciare ai loro privilegi” (218). Per la costruzione di una
società “in pace, giustizia e fraternità” indica quattro
principi (221): “il tempo è superiore allo spazio” (222)
significa “lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei
risultati immediati” (223). “L’unità prevale sul conflitto”
(226) vuol dire operare perché gli opposti raggiungano “una
pluriforme unità che genera nuova vita” (228). “La realtà è
più importante dell’idea” (231) significa evitare che la
politica e la fede siano ridotte alla retorica (232). “Il tutto è
superiore alla parte” significa mettere insieme globalizzazione e
localizzazione (234).
“L’evangelizzazione
– prosegue il Papa – implica anche un cammino di dialogo” che
apre la Chiesa a collaborare con tutte le realtà politiche, sociali,
religiose e culturali (238). L’ecumenismo è “una via
imprescindibile dell’evangelizzazione”. Importante
l’arricchimento reciproco: “quante cose possiamo imparare gli uni
dagli altri!”, per esempio “nel dialogo con i fratelli ortodossi,
noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più
sul significato della collegialità episcopale e sulla loro
esperienza della sinodalità” (246); “il dialogo e l’amicizia
con i figli d’Israele sono parte della vita dei discepoli di Gesù”
(248); “il dialogo interreligioso”, che va condotto “con
un’identità chiara e gioiosa”, è “una condizione necessaria
per la pace nel mondo” e non oscura l’evangelizzazione (250-251);
“in quest’epoca acquista notevole importanza la relazione con i
credenti dell’Islam (252): il Papa implora “umilmente” affinché
i Paesi di tradizione islamica assicurino la libertà religiosa ai
cristiani, anche “tenendo conto della libertà che i credenti
dell’Islam godono nei paesi occidentali!”. “Di fronte ad
episodi di fondamentalismo violento” invita a “evitare odiose
generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata
interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza” (253). E
contro il tentativo di privatizzare le religioni in alcuni contesti,
afferma che “il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di
non credenti non deve imporsi in modo arbitrario che metta a tacere
le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle
tradizioni religiose” (255). Ribadisce quindi l’importanza del
dialogo e dell’alleanza tra credenti e non credenti (257).
L’ultimo
capitolo è dedicato agli “evangelizzatori con Spirito”, che sono
quanti “si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo”
che “infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con
audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche
controcorrente” (259). Si tratta di “evangelizzatori che pregano
e lavorano” (262), nella consapevolezza che “la missione è una
passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo
popolo” (268): “Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che
tocchiamo la carne sofferente degli altri” (270). “Nel nostro
rapporto col mondo – precisa – siamo invitati a dare ragione
della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e
condannano” (271). “Può essere missionario – aggiunge – solo
chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la
felicità degli altri” (272): “se riesco ad aiutare una sola
persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il
dono della mia vita” (274). Il Papa invita a non scoraggiarsi di
fronte ai fallimenti o agli scarsi risultati perché la “fecondità
molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere
contabilizzata”; dobbiamo sapere “soltanto che il dono di noi
stessi è necessario” (279). L’Esortazione si conclude con una
preghiera a Maria “Madre dell’Evangelizzazione”. “Vi è uno
stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Perché
ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza
rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto” (288).
Per
leggere il testo completo dell'Esortazione Apostolica "Evangelii
Gaudium", o scaricarlo in formato PDF, cliccare o copiare il
seguente link:
Italiano:
http://www.vatican.va/phome_it.htm
L'ARCIVESCOVO FISICHELLA PRESENTA L'ESORTAZIONE APOSTOLICA "EVANGELII GAUDIUM"
Città
del Vaticano, 26 novembre 2013
(VIS). Questa mattina, nella Sala Stampa della Santa Sede,
l'Arcivescovo Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio
per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l'Arcivescovo Lorenzo
Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi e
l'Arcivescovo Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio
Consiglio delle Comunicazioni Sociali, sono intervenuti alla
Conferenza Stampa di presentazione dell'Esortazione Apostolica
"Evangelii Gaudium" che Papa Francesco,ha redatto a seguito
del Sinodo dei Vescovi, convocato dal Predecessore Benedetto XVI,
(7-28 ottobre 2012), sul tema: "La nuova evangelizzazione per la
trasmissione della fede cristiana".
L'Esortazione,
di 222 pagine, è suddivisa in cinque capitoli con una presentazione.
I capitoli sono intitolati: La trasformazione missionaria della
Chiesa; Nella crisi dell'impegno comunitario; L'annuncio del Vangelo;
La dimensione sociale dell'evangelizzazione e Evangelizzatori con
spirito.
Pubblichiamo
di seguito il testo dell'intervento dell'Arcivescovo Fisichella,
conservando i numeri che indicano le corrispondenti citazioni
dell'Esortazione.
"Evangelii
gaudium: l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco scritta alla
luce della gioia per riscoprire la sorgente dell’evangelizzazione
nel mondo contemporaneo. Si potrebbe riassumere in questa espressione
l’intero contenuto del nuovo documento che Papa Francesco offre
alla Chiesa per delineare le vie di impegno pastorale che la
riguarderanno da vicino nel prossimo futuro. Un invito a recuperare
una visione profetica e positiva della realtà senza distogliere lo
sguardo dalle difficoltà. Papa Francesco infonde coraggio e provoca
a guardare avanti nonostante il momento di crisi, facendo ancora una
volta della croce e risurrezione di Cristo il “vessillo della
vittoria” (85).
A
più riprese, Papa Francesco fa riferimento alle 'Propositiones' del
Sinodo dell’ottobre 2012, mostrando quanto il contributo sinodale
sia stato un punto di riferimento importante per la redazione di
questa Esortazione. Il testo, comunque, va oltre l’esperienza del
Sinodo. Il Papa imprime in queste pagine non solo la sua esperienza
pastorale precedente, ma soprattutto il suo richiamo a cogliere il
momento di grazia che la Chiesa sta vivendo per intraprendere con
fede, convinzione, ed entusiasmo la nuova tappa del cammino di
evangelizzazione. Prolungando l’insegnamento di Evangelii
nuntiandi, di Paolo VI, egli pone di nuovo al centro la persona di
Gesù Cristo, il primo evangelizzatore, che oggi chiama ognuno di noi
a partecipare con lui all’opera della salvezza (12). “L’azione
missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa” (15)
–afferma il Santo Padre- per questo è necessario cogliere il tempo
favorevole per scorgere e vivere la “nuova tappa”
dell’evangelizzazione (17). Essa si articola su due tematiche
particolari che segnano la trama basilare dell’Esortazione. Da una
parte, Papa Francesco si rivolge alle Chiese particolari perché,
vivendo in prima persona le sfide e le opportunità proprie di ogni
contesto culturale, siano in grado di proporre gli aspetti peculiari
della nuova evangelizzazione nei loro Paesi. Dall’altra, il Papa
traccia un denominatore comune per permettere a tutta la Chiesa, e ad
ogni singolo evangelizzatore, di ritrovare una metodologia comune per
convincersi che l’impegno di evangelizzazione è sempre un cammino
partecipato, condiviso e mai isolato. I sette punti, raccolti nei
cinque capitoli dell’Esortazione, costituiscono le colonne fondanti
della visione di Papa Francesco per la nuova evangelizzazione: la
riforma della Chiesa in uscita missionaria, le tentazioni degli
agenti pastorali, la Chiesa intesa come totalità del popolo di Dio
che evangelizza, l’omelia e la sua preparazione, l’inclusione
sociale dei poveri, la pace e il dialogo sociale, le motivazioni
spirituali per l’impegno missionario. Il mastice che tiene unite
queste tematiche si concentra nell’amore misericordioso di Dio che
va incontro ad ogni persona per manifestare il cuore della sua
rivelazione: la vita di ogni persona acquista senso nell’incontro
con Gesù Cristo e nella gioia di condividere questa esperienza di
amore con gli altri (8).
Il
primo capitolo, quindi, si sviluppa alla luce della riforma in chiave
missionaria della Chiesa, chiamata ad “uscire” da se stessa per
incontrare gli altri. È la “dinamica dell’esodo e del dono
dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo,
sempre oltre” (21), ciò che il Papa esprime in queste pagine. La
Chiesa che deve fare sua “l’intimità di Gesù che è un’intimità
itinerante” (23). Il Papa, come ormai siamo abituati, indugia in
espressioni ad effetto e crea neologismi per far cogliere la natura
stessa dell’azione evangelizzatrice. Tra tutte, quella di
“primerear”; cioè Dio ci precede nell’amore indicando alla
Chiesa il cammino da seguire. Essa non si trova in un vicolo cieco,
ma ripercorre le orme stesse di Cristo (cfr 1 Pt 2,21); pertanto, ha
certezza del cammino da compiere. Questo non le fa paura, sa che deve
“andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle
strade per invitare gli esclusi. Vive un inesauribile desiderio di
offrire misericordia” (24). Perché questo avvenga, Papa Francesco
ripropone con forza la richiesta della “conversione pastorale”.
Ciò significa, passare da una visione burocratica, statica e
amministrativa della pastorale a una prospettiva missionaria; anzi,
una pastorale in stato permanente di evangelizzazione (25). Come,
infatti, ci sono strutture che facilitano e sostengono la pastorale
missionaria, purtroppo “ci sono strutture ecclesiali che possono
arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore” (26). La
presenza di prassi pastorali stantie e rancide obbliga, quindi,
all’audacia di essere creativi per ripensare l’evangelizzazione.
In questo senso afferma il Papa: “Un’individuazione dei fini
senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è
condannata a tradursi in mera fantasia” (33).
È
necessario, pertanto, “concentrarsi sull’essenziale” (35) e
sapere che solo una dimensione sistematica, cioè unitaria,
progressiva e proporzionata della fede può essere di vero aiuto. Ciò
comporta per la Chiesa la capacità di evidenziare la “gerarchia
delle verità” e il suo adeguato riferimento con il cuore del
Vangelo (37-39). Ciò evita di cadere nel pericolo di una
presentazione della fede fatta solo alla luce di alcune questioni
morali come se queste prescindessero dal loro rapporto con la
centralità dell’amore. Fuori da questa prospettiva, “l’edificio
morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di
carte, e questo è il nostro peggior pericolo” (39). C’è un
forte richiamo del Papa, quindi, perché si giunga a un sano
equilibrio tra il contenuto della fede e il linguaggio che lo
esprime. Può accadere, a volte, che la rigidità con cui si intende
conservare la precisione del linguaggio, vada a danno del contenuto,
compromettendo la visione genuina della fede (41).
Un
passaggio certamente importante, in questo capitolo, è il n. 32 dove
Papa Francesco mostra l’urgenza per portare a termine alcune
prospettive del Vaticano II. In particolare il compito dell’esercizio
del Primato del Successore di Pietro, e delle Conferenze Episcopali.
Già Giovanni Paolo II in 'Ut unum sint', aveva avanzato una
richiesta di aiuto per comprendere meglio i compiti del Papa nel
dialogo ecumenico. Ora, Papa Francesco prosegue su questa richiesta e
vede che una più coerente forma di aiuto potrebbe giungere se si
sviluppasse ulteriormente lo Statuto delle Conferenze Episcopali. Un
ulteriore passaggio di particolare intensità, per le conseguenze che
porterà nella pastorale, sono i nn. 38-45: il cuore del Vangelo “si
incarna nei limiti del linguaggio umano”. La dottrina, cioè, si
inserisce nella “gabbia del linguaggio” –per usare
un’espressione cara a Wittgenstein- ciò comporta l’esigenza di
un reale discernimento tra la povertà e i limiti del linguaggio con
la ricchezza –spesso ancora sconosciuta- del contenuto di fede. Il
pericolo che la Chiesa possa a volte non considerare questa dinamica
è reale; può succedere, quindi, che su alcune posizioni vi sia un
arroccamento ingiustificato con il rischio di sclerotizzare il
messaggio evangelico senza percepirne più la dinamica propria dello
sviluppo.
Il
secondo capitolo è dedicato a recepire le sfide del mondo
contemporaneo e a superare le facili tentazioni che minano la nuova
evangelizzazione. In primo luogo, afferma il Papa, è necessario
recuperare la propria identità senza avere complessi di inferiorità
che portano poi ad “occultare la propria identità e le
convinzioni… che finiscono per soffocare la gioia della missione in
una specie di ossessione per essere come tutti gli altri e per avere
quello che gli altri possiedono” (79). Ciò fa cadere i cristiani
in un “relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale”
(80), perché intacca direttamente lo stile di vita dei credenti.
Avviene così, che in molte espressioni della nostra pastorale le
iniziative risentano di pesantezza perché al primo posto viene messa
l’iniziativa e non la persona. Sostiene il Papa, che la tentazione
di una “spersonalizzazione della persona” per favorire
l’organizzazione, è reale e comune. Alla stessa stregua, le sfide
nell’evangelizzazione dovrebbero essere accolte più come una
chance per crescere, che non come un motivo per cadere in
depressione. Bando quindi al “senso della sconfitta” (85). È
necessario recuperare il rapporto interpersonale perché abbia il
primato sulla tecnologia dell’incontro, fatto con il telecomando in
mano per stabilire come, dove, quando e per quanto tempo incontrare
gli altri a partire dalla proprie preferenze (88). Tra queste sfide,
comunque, oltre alle usuali e più diffuse, è necessario cogliere
quelle che hanno una valenza più diretta nella vita. Il senso di
“quotidiana precarietà, con conseguenze funeste”, le varie forme
di “disparità sociale”, il “feticismo del denaro e la
dittatura di un’economia senza volto”, la “esasperazione del
consumo” e il “consumismo sfrenato”... insomma, si è dinanzi a
una “globalizzazione dell’indifferenza” e a un “disprezzo
beffardo” nei confronti dell’etica con un permanente tentativo di
emarginare ogni richiamo critico nei confronti del predominio del
mercato che con la sua teoria della “ricaduta favorevole” illude
sulla reale possibilità di andare a favore dei poveri (cfr nn.
52-64). Se la Chiesa oggi appare ancora fortemente credibile in tanti
Paesi del mondo, anche là dove è minoranza, questo è dovuto alla
sua opera di carità e solidarietà (65).
Nell’evangelizzazione
per il nostro tempo, pertanto, soprattutto dinanzi alle sfide delle
grandi “culture urbane” (71), i cristiani sono invitati a fuggire
da due espressioni che ne minano la natura stessa, e che Papa
Francesco definisce “mondanità” (93). In primo luogo, il
“fascino dello gnosticismo”; una fede cioè rinchiusa in se
stessa, nelle sue certezze dottrinali, e che fa delle proprie
esperienze il criterio di verità per il giudizio degli altri.
Inoltre, il “neopelagianesino autoreferenziale e prometeico” di
quanti ritengono che la grazia sia solo un accessorio mentre ciò che
crea progresso è solo il proprio impegno e le proprie forze. Tutto
questo contraddice l’evangelizzazione. Crea una sorta di
“elitarismo narcisista” che deve essere evitato (94). Cosa
vogliamo essere, si domanda il Papa, “Generali di eserciti
sconfitti” oppure “semplici soldati di uno squadrone che continua
a combattere”? Il rischio di una “Chiesa mondana sotto drappeggi
spirituali o pastorali” (96), non è recondito, ma reale. Occorre,
quindi, non soccombere a queste tentazioni, ma offrire la
testimonianza della comunione (99). Essa si fa forte della
complementarità. A partire da questa considerazione, Papa Francesco
espone l’esigenza per la promozione del laicato e della donna;
dell’impegno per le vocazioni e dei sacerdoti. Guardare alla Chiesa
con il progresso compiuto in questi decenni richiede di evitare la
mentalità del potere, ma a far crescere quella del servizio per la
costruzione unitaria della Chiesa (102-108).
L’evangelizzazione
è un compito di tutto il popolo di Dio, nessuno escluso. Essa, non è
riservata né può essere delegata a un gruppo particolare. Tutti i
battezzati sono direttamente coinvolti. Papa Francesco spiega, nel
terzo capitolo dell’Esortazione, come essa si possa sviluppare e le
tappe che ne esprimono il progresso. In primo luogo, si sofferma a
evidenziare il “primato della grazia” che opera instancabilmente
nella vita ogni evangelizzatore (112). Sviluppa, inoltre, il tema del
grande ruolo svolto dalle varie culture nel loro processo di
inculturazione del Vangelo, e previene dal cadere nella “vanitosa
sacralizzazione della propria cultura” (117). Indica poi il
percorso fondamentale della nuova evangelizzazione nell’incontro
interpersonale (127-129) e nella testimonianza di vita (121).
Insiste, infine, perché si valorizzi la pietà popolare, perché
esprime la fede genuina di tante persone che in questo modo danno
vera testimonianza dell’incontro semplice con l’amore di Dio
(122-126). Da ultimo, un invito del Papa ai teologi perché studino
le mediazioni necessarie per giungere alla valorizzazione delle varie
forme di evangelizzazione (133), mentre si sofferma più a lungo sul
tema dell’omelia come forma privilegiata dell’evangelizzazione
che richiede una autentica passione e amore per la Parola di Dio e
per il popolo che ci è affidato (135-158).
Il
quarto capitolo è dedicato alla riflessione sulla dimensione sociale
dell’evangelizzazione. Un tema caro a Papa Francesco perché “se
questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre
il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della
missione evangelizzatrice” (176). È il grande tema del legame tra
l’annuncio del Vangelo e la promozione della vita umana in tutte le
sue espressioni. Una promozione integrale di ogni persona che
impedisce di rinchiudere la religione come un fatto privato senza
alcuna incidenza nella vita sociale e pubblica. Una “fede autentica
implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo” (183).
Due grandi tematiche appartengono a questa sezione dell’Esortazione.
Il Papa ne parla con particolare passione evangelica, consapevole che
segneranno il futuro dell’umanità: anzitutto, “l’inclusione
sociale dei poveri”; inoltre, “la pace e il dialogo sociale”.
Per
quanto concerne il primo punto, con la nuova evangelizzazione la
Chiesa sente come propria missione quella di “collaborare per
risolvere le cause strumentali della povertà e per promuovere lo
sviluppo integrale dei poveri”, come pure quella di “gesti
semplici e quotidiani di solidarietà di fronte alle miserie molto
concrete” che ogni giorno sono dinanzi ai nostri occhi (188). Ciò
che giunge da queste dense pagine, è un invito a riconoscere la
“forza salvifica” che i poveri possiedono, e che deve essere
posta al centro della vita della Chiesa con la nuova evangelizzazione
(198). Ciò significa, comunque, riscoprire anzitutto l’attenzione,
l’urgenza e la consapevolezza di questa tematica, prima ancora di
ogni esperienza concreta. Non solo, l’opzione fondamentale verso i
poveri che preme di essere realizzata, sostiene Papa Francesco, è
primariamente quella di una “attenzione spirituale” e
“religiosa”; essa è prioritaria su ogni altra forma (200). Su
questi temi, la parola di Papa Francesco è franca, detta con
parresia e senza circonlocuzioni. Un “Pastore di una Chiesa senza
frontiere” (210), non può permettersi di volgere lo sguardo
altrove. Ecco perché mentre chiede con forza di considerare il tema
dei migranti, denuncia con altrettanta chiarezza le nuove forme di
schiavitù: “Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella
piccola fabbrica clandestina, nella rete di prostituzione, nei
bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve
lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo
finta di niente. Ci sono molte complicità” (211). A scanso di
equivoci, il Papa difende con altrettanta forza la vita umana nel suo
primo inizio e la dignità di ogni essere vivente (213). Per quanto
concerne il secondo aspetto, il Papa enuclea quattro principi che
sono come il denominatore comune per la crescita nella pace e la sua
concreta applicazione sociale. Memore, forse, dei suoi studi su R.
Guardini, Papa Francesco sembra creare una nuova opposizione polare;
ricorda infatti che “Il tempo è superiore allo spazio”, “l’unità
prevale sul conflitto”, la “realtà è più importante dell’idea”
e che il “tutto è superiore alla parte”. Questi principi si
aprono alla dimensione del dialogo come primo contributo per la pace.
Esso si estende nel corso della Esortazione all’ambito della
scienza, nei confronti dell’ecumenismo e delle religioni non
cristiane.
L’ultimo
capitolo intende esprimere lo “spirito della nuova
evangelizzazione” (260). Esso si sviluppa sotto il primato
dell’azione dello Spirito Santo che infonde sempre e di nuovo
l’impulso missionario a partire dalla vita di preghiera, dove la
contemplazione occupa il posto centrale (264). La Vergine Maria
“stella della nuova evangelizzazione” è presentata, a
conclusione, come l’icona della genuina azione di annuncio e
trasmissione del Vangelo che la Chiesa è chiamata a compiere nei
prossimi decenni con entusiasmo forte e immutato amore per il Signore
Gesù.
“Non
lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!” (83). È un
linguaggio chiaro, immediato, senza retorica né sottointesi, quello
con cui ci si incontra in questa Esortazione Apostolica. Papa
Francesco va al cuore dei problemi che vive l’uomo di oggi e che,
da parte della Chiesa, richiedono molto più di una semplice
presenza. A lei è chiesta una fattiva azione programmatica e una
rinnovata prassi pastorale che evidenzi il suo impegno per la nuova
evangelizzazione. Il Vangelo deve giungere a tutti, senza esclusione
di sorta. Alcuni, comunque, sono privilegiati. A scanso di equivoci,
Papa Francesco presenta il suo orientamento: “Non tanto gli amici e
i vicini ricchi, bensì soprattutto i poveri, gli infermi coloro che
spesso sono disprezzati e dimenticati… non devono restare dubbi né
sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto
chiaro” (48).
Come
in altri momenti cruciali della storia, così anche oggi la Chiesa
sente l’urgenza di affinare lo sguardo per compiere
l’evangelizzazione alla luce dell’adorazione; con uno “sguardo
contemplativo” per vedere ancora i segni della presenza di Dio.
Segni dei tempi non solo incoraggianti, ma posti come criterio per
una efficace testimonianza (71). Primo fra tutti, Papa Francesco
ricorda il mistero centrale della nostra fede: “Non fuggiamo dalla
risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che
accada” (3). Quella che Papa Francesco ci indica, alla fine, è la
Chiesa che si fa compagna di strada di quanti sono nostri
contemporanei nella ricerca di Dio e nel desiderio di vederlo".
ALTRI ASPETTI DELL'ESORTAZIONE APOSTOLICA
Città
del Vaticano, 26 novembre 2013
(VIS).Nel corso della Conferenza Stampa di presentazione
dell'Esortazione Apostolica "Evangelii Gaudium", il nuovo
Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, Arcivescovo Lorenzo
Baldisseri, si è soffermato sugli aspetti che si riferiscono alla
sinodalità, mentre l'Arcivescovo Claudio Maria Celli si è
soffermato sulla parte relativa alla comunicazione.
"Il
documento 'Evangelii Gaudium' (EG) del Santo Padre Francesco nasce
dalla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi su 'La
nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana'
(2012), come annuncio di gioia ai cristiani discepoli e missionari e
a tutta l’umanità. Il Santo Padre ha avuto nelle mani le
'Propositiones' dei Padri sinodali, le ha fatte proprie,
rielaborandole in modo personale, ed ha scritto un documento
programmatico ed esortativo, utilizzando la forma di 'Esortazione
Apostolica', la cui centralità è 'la missionarietà', a tutto
campo. Ciò che colpisce fin dalle prime pagine è la presentazione
gioiosa del Vangelo - perciò 'Evangelii Gaudium' -, che si esprime
addirittura con la ripetizione, in tutto il testo, della parola
'gioia' per ben 59 volte.
Il
Papa ha tenuto conto delle 'Propositiones' citandole 27 volte. Su
questa base, proveniente dalla riflessione dei Padri sinodali, egli
sviluppa l’Esortazione in un solido quadro dottrinale, fondato sui
riferimenti biblici e magisteriali, con una presentazione tematica
dei vari aspetti della fede, ove si affermano i principî e le
dottrine incarnate nella vita. Tale sviluppo è arricchito da rimandi
ai Padri della Chiesa, tra cui Sant’Ireneo, Sant’Ambrogio e
Sant’Agostino - per citarne alcuni -; è ulteriormente sostenuto
dall’apporto di Maestri medioevali come il Beato Isacco della
Stella, San Tommaso d’Aquino e Tommaso da Kempis; tra i teologi
moderni compaiono il Beato John Henry Newman, Henri De Lubac e Romano
Guardini, e altri scrittori, tra cui Georges Bernanos.
In
modo particolare, è da notare la frequentazione, nel testo, di vari
riferimenti ad Esortazioni Apostoliche come l’'Evangelii nuntiandi'
di Paolo VI (13 occorrenze), e ad altre Post-sinodali come
'Christifideles laici'; 'Familiaris consortio'; 'Pastores dabo
vobis'; 'Ecclesia in Africa', 'in Asia', 'in Oceania', 'in America',
'in Medio Oriente', 'in Europa'; 'Verbum Domini'. Inoltre, si
registra l’attenzione data ai pronunciamenti degli Episcopati
latinoamericani, come ai documenti di Puebla e di Aparecida; a quello
dei Patriarchi Cattolici del Medio Oriente nella XVI Assemblea; a
quelli delle Conferenze Episcopali di India, Stati Uniti, Francia,
Brasile, Filippine e Congo.
Il
tema della 'sinodalità' è introdotto già all’interno della parte
iniziale che tratta ìLa trasformazione missionaria della Chiesa'.
Nella prospettiva della 'Chiesa in uscita' (n. 20) 'da sé verso il
fratello' (n. 179), il Santo Padre propone una 'pastorale in
conversione' a 360 gradi", e "Si percepisce che egli
desidera includere in questa 'pastorale in conversione' una speciale
attenzione all’espressione collegiale dell’esercizio del
primato".
"Riferendosi
al Concilio Vaticano II, in analogia con le antiche Chiese
patriarcali, il Santo Padre auspica che le Conferenze Episcopali
possano 'sviluppare un contributo molteplice e fecondo perché
l’affetto collegiale trovi concrete applicazioni' (LG n. 22; EG n.
32). Questa espressione di sinodalità aiuterebbe a concrete
attribuzioni circa l’autorità dottrinale e di governo (cfr. n.
32). Sotto il profilo ecumenico - grazie anche all’esperienza della
presenza al Sinodo del Patriarca di Costantinopoli e dell’Arcivescovo
di Canterbury (cfr. n. 245) -, la sinodalità si esprime in modo
particolare, poiché, attraverso il dialogo 'con i fratelli
ortodossi, i cattolici hanno la possibilità di apprendere qualcosa
di più circa il significato della collegialità episcopale e
sull’esperienza della sinodalità'" (n. 246).
L'Arcivescovo
Claudio Maria Celli si è soffermato sulla "dimensione
comunicativa nella nuova evangelizzazione" alla luce
dell'Esortazione Apostolica.
Nel
documento "Emerge, innanzitutto, - ha detto l'Arcivescovo Celli
- la consapevolezza del Papa di quanto sta avvenendo nel mondi di
oggi, specialmente nel campo della salute, educazione, comunicazione.
il Papa (...) fa riferimento alle evidenti innovazioni tecnologiche".
"Senza
dubbio si tratta di progresso e di successi, ma il Papa, è
pienamente consapevole che l’attuale società dell’informazione,
è satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello e
che finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento
di impostare le questioni morali. Per questo motivo - ha proseguito
l'Arcivescovo Celli - il Papa, sottolinea che è necessaria una vera
educazione che insegni a pensare criticamente ed offra un appropriato
percorso di maturazione dei valori. (n. 64). Il documento riconosce
altresì che le attuali maggiori possibilità di comunicazione
possono tradursi in più ampie possibilità di incontro tra tutti. Di
qui l’esigenza di scoprire e trasmettere la mistica del vivere
insieme, di mescolarsi, di incontrarsi. (n. 87)".
L'Arcivescovo
Celli ha spiegato inoltre che: "Un ampio settore del documento è
dedicato ad analizzare come il messaggio della Chiesa è comunicato.
(...) Il Papa è consapevole della velocità della comunicazione
odierna e di come a volte i media operano una selezione interessata
dei vari contenuti. Ecco perché c’è il rischio che il messaggio
possa apparire mutilato e ridotto ad aspetti secondari. (...) Di
fronte a questi rischi il Papa ritiene che si debba essere realisti,
vale a dire non dare per scontato che gli interlocutori conoscano lo
sfondo completo di ciò che diciamo o che possano collegare il nostro
discorso con il nucleo essenziale del Vangelo". Per questo
motivo, il Papa sottolinea che: "L’annuncio deve concentrarsi
sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più
attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta quindi
deve semplificarsi senza perdere per questo profondità e verità".
IL PAPA RICEVE IL PRESIDENTE PUTIN: URGENZA DI FAR CESSARE LE VIOLENZE IN SIRIA
Città
del Vaticano, 26 novembre 2013
(VIS). Nel pomeriggio di ieri, il Presidente della Federazione Russa,
Signor Vladimir V. Putin, è stato ricevuto in Udienza dal Santo
Padre Francesco. Successivamente ha incontrato il Segretario di
Stato, Arcivescovo Pietro Parolin, che era accompagnato dal
Segretario per i Rapporti con gli Stati, Arcivescovo Dominique
Mamberti.
Durante
i cordiali colloqui, si è espresso compiacimento per i buoni
rapporti bilaterali e ci si è soffermati su alcune questioni di
interesse comune, in modo particolare sulla vita della comunità
cattolica in Russia, rilevando il contributo fondamentale del
cristianesimo nella società. In tale contesto, si è fatto cenno
alla situazione critica dei cristiani in alcune regioni del mondo,
nonché alla difesa e alla promozione dei valori riguardanti la
dignità della persona, e la tutela della vita umana e della
famiglia.
Inoltre,
è stata prestata speciale attenzione al perseguimento della pace nel
Medio Oriente e alla grave situazione in Siria, in riferimento alla
quale il Presidente Putin ha espresso ringraziamento per la lettera
indirizzatagli dal Santo Padre in occasione del G20 di S.
Pietroburgo. È stata sottolineata l’urgenza di far cessare le
violenze e di recare l’assistenza umanitaria necessaria alla
popolazione, come pure di favorire iniziative concrete per una
soluzione pacifica del conflitto, che privilegi la via negoziale e
coinvolga le varie componenti etniche e religiose, riconoscendone
l’imprescindibile ruolo nella società.
lunedì 25 novembre 2013
COLLABORAZIONE TRA PARAGUAY E SANTA SEDE
Città
del Vaticano, 25 novembre 2013
(VIS). Nella mattinata di lunedì 25 novembre 2013, il Signor
Horacio Manuel Cartes Jara, Presidente della Repubblica del Paraguay,
è stato ricevuto in Udienza dal Santo Padre Francesco e
successivamente si è incontrato con l'Arcivescovo Pietro Parolin,
Segretario di Stato, accompagnato dall'Arcivescovo Dominique
Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
Nel
corso dei cordiali colloqui, dopo aver rilevato i buoni rapporti
bilaterali esistenti tra la Santa Sede e il Paraguay, sono stati
affrontati temi di comune interesse attinenti alla situazione del
Paese e della Regione, come la lotta alla povertà e alla corruzione,
la promozione dello sviluppo integrale della persona umana ed il
rispetto dei diritti umani. Non si è mancato, inoltre, di
sottolineare il ruolo e il contributo della Chiesa nella società,
come anche la collaborazione del Paraguay con la Santa Sede a livello
internazionale.
SAN GIOSAFAT ESEMPIO DI AMORE FRATERNO E DI IMPEGNO NEL SERVIZIO ALL'UNITÀ DELLA CHIESA
Città
del Vaticano, 25 novembre 2013
(VIS). "'Ognuno amerà l'altro come se stesso e perciò godrà
del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo sarà tanto
maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri
beati'". Con queste parole di San Tommaso d'Aquino, il Papa ha
ricevuto questa mattina 3.000 pellegrini greco-cattolici provenienti
da Ucraina e Bielorussia, a Roma per celebrare il 50° anniversario
della deposizione dei resti di San Giosafat nella Basilica Vaticana.
Questa mattina, il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della
Congregazione per le Chiese Orientali, insieme con l'Arcivescovo
Maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, Sua Beatitudine
Sviatoslav Shevchuk, ha celebrato la Divina Liturgia presso l'altare
della Confessione della Basilica Vaticana.
Alle
ore 12:00 il Santo Padre Francesco è giunto in Basilica per salutare
i pellegrini ai quali ha detto: "Cari fratelli e sorelle, il
modo migliore di celebrare san Giosafat è amarci tra noi e amare e
servire l’unità della Chiesa. Ci sostiene in questo anche la
testimonianza coraggiosa di tanti martiri dei tempi più recenti, i
quali costituiscono una grande ricchezza e un grande conforto per la
vostra Chiesa. Auguro che la comunione profonda che desiderate
approfondire ogni giorno all’interno della Chiesa cattolica, vi
aiuti a costruire ponti di fraternità anche con le altre Chiese e
Comunità ecclesiali in terra ucraina e altrove, dove le vostre
comunità sono presenti".
LA VERA FEDE SI VEDE SPECIALMENTE NEI MOMENTI DI DIFFICOLTÀ
Città
del Vaticano, 25 novembre 2013
(VIS). Questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico,
il Santo Padre ha ricevuto i volontari che hanno prestato servizio
nell'organizzazione dell'Anno della fede. "In questo tempo di
grazia - ha detto il Papa - abbiamo potuto riscoprire l’essenziale
del cammino cristiano, nel quale la fede, insieme con la carità,
occupa il primo posto".
"La
fede, infatti, - ha proseguito il Papa - è cardine dell’esperienza
cristiana, perché motiva le scelte e gli atti della nostra vita
quotidiana. Essa è la vena inesauribile di tutto il nostro agire, in
famiglia, al lavoro, in parrocchia, con gli amici, nei vari ambienti
sociali. E questa fede salda, genuina, si vede specialmente nei
momenti di difficoltà e di prova: allora il cristiano si lascia
prendere in braccio da Dio, e si stringe a Lui, con la sicurezza di
affidarsi ad un amore forte come roccia indistruttibile. Proprio
nelle situazioni di sofferenza, se ci abbandoniamo a Dio con umiltà,
noi possiamo dare una buona testimonianza".
"C’è
bisogno - ha sottolineato il Pontefice - di comunità cristiane
impegnate per un apostolato coraggioso, che raggiunga le persone nei
loro ambienti, anche in quelli più difficili. (...) Sopratutto
aprirsi a quanti sono più poveri di fede e di speranza nella loro
vita. Parliamo tanto di povertà, ma non sempre pensiamo ai poveri di
fede: ce ne sono tanti. Sono tante le persone - ha ricordato infine
il Papa - che hanno bisogno di un gesto umano, di un sorriso, di una
parola vera, di una testimonianza attraverso la quale cogliere la
vicinanza di Gesù Cristo. Non manchi a nessuno questo segno di amore
e di tenerezza che nasce dalla fede".
PAPA FRANCESCO CHIUDE L'ANNO DELLA FEDE
Città
del Vaticano, 24 novembre 2013 (VIS). Questa mattina, Solennità di
Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'Universo, il Santo Padre
Francesco ha presieduto, sul Sagrato della Basilica Vaticana, la
Celebrazione Eucaristica in occasione della chiusura dell'Anno della
fede, che era stato inaugurato da Papa Benedetto XVI l'11 ottobre
2012, nel cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio
Vaticano II. Hanno concelebrato con il Santo Padre i Cardinali, i
Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali
Cattoliche, gli Arcivescovi e i Vescovi.
A
lato dell’altare sono state esposte le reliquie dell’Apostolo
Pietro, contenute in una cassetta in bronzo che reca la scritta 'Ex
ossibus quae in Arcibasilicae Vaticanae hypogeo inventa Beati Petri
Apostoli esse putantur' ("Dalle ossa rinvenute nell’ipogeo
della Basilica Vaticana, che sono ritenute del Beato Pietro
Apostolo").
Prima
dell’inizio della Santa Messa, è stata effettuata una raccolta di
offerte da destinare alle popolazioni delle Filippine recentemente
colpite dal tifone Haiyan. Al termine della Celebrazione, il Santo
Padre ha consegnato la sua Esortazione Apostolica "Evangelii
gaudium" a 36 rappresentanti del Popolo di Dio provenienti da 18
diversi Paesi: un vescovo, un sacerdote e un diacono scelti tra i più
giovani ad essere stati ordinati; religiosi e religiose, quindi
alcuni rappresentanti di ogni evento di questo Anno della fede: dei
cresimati, un seminarista e una novizia, una famiglia, dei
catechisti, un non vedente (che ha ricevuto dal Papa il documento in
Cd-rom tale da essere riprodotto in forma auditiva), dei giovani,
esponenti delle confraternite, dei movimenti, e infine due artisti e
due rappresentanti dei media.
Di
seguito pubblichiamo il testo dell’omelia che Papa Francesco ha
pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo:
"La
solennità odierna di Cristo Re dell’universo, coronamento
dell’anno liturgico, segna anche la conclusione dell’Anno della
fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, al quale va ora il nostro
pensiero pieno di affetto e di riconoscenza per questo dono che ci ha
dato. Con tale provvidenziale iniziativa, egli ci ha offerto
l’opportunità di riscoprire la bellezza di quel cammino di fede
che ha avuto inizio nel giorno del nostro Battesimo, che ci ha resi
figli di Dio e fratelli nella Chiesa. Un cammino che ha come meta
finale l’incontro pieno con Dio, e durante il quale lo Spirito
Santo ci purifica, ci eleva, ci santifica, per farci entrare nella
felicità a cui anela il nostro cuore.
Desidero
anche rivolgere un cordiale e fraterno saluto ai Patriarchi e agli
Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, qui presenti.
Lo scambio della pace, che compirò con loro, vuole significare
anzitutto la riconoscenza del Vescovo di Roma per queste Comunità,
che hanno confessato il nome di Cristo con una esemplare fedeltà,
spesso pagata a caro prezzo.
Allo
stesso modo, per loro tramite, con questo gesto intendo raggiungere
tutti i cristiani che vivono nella Terra Santa, in Siria e in tutto
l’Oriente, al fine di ottenere per tutti il dono della pace e della
concordia.
Le
Letture bibliche che sono state proclamate hanno come filo conduttore
la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro.
Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo
centro della storia".
L’Apostolo
Paolo, nella seconda lettura tratta dalla Lettera ai Colossesi, "ci
offre una visione molto profonda della centralità di Gesù. Ce lo
presenta come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo
di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il
centro di tutte le cose, è il principio: Gesù Cristo, il Signore.
Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano
riconciliate tutte le cose. Signore della creazione, Signore della
riconciliazione.
Questa
immagine ci fa capire che Gesù è il centro della creazione; e
pertanto l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere
tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa
centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle
opere. E così i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri
di Cristo. Le nostre opere saranno opere cristiane, opere di Cristo,
le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo. Invece,
quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa
d’altro, ne derivano soltanto dei danni, per l’ambiente attorno a
noi e per l’uomo stesso.
Oltre
ad essere centro della creazione e centro della riconciliazione,
Cristo è centro del popolo di Dio. E proprio oggi è qui, al centro
di noi. Adesso è qui nella Parola, e sarà qui sull’altare, vivo,
presente, in mezzo a noi, il suo popolo. È
quanto ci viene mostrato nella prima Lettura, dove si racconta del
giorno in cui le tribù d’Israele vennero a cercare Davide e
davanti al Signore lo unsero re sopra Israele. Attraverso la ricerca
della figura ideale del re, quegli uomini cercavano Dio stesso: un
Dio che si facesse vicino, che accettasse di accompagnarsi al cammino
dell’uomo, che si facesse loro fratello.
Cristo,
discendente del re Davide, è proprio il 'fratello' intorno al quale
si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti
noi, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno; un solo popolo
uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente
in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo.
E,
infine, Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il
centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e
le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra
vita. Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della
nostra esistenza si illuminano, e ci dà speranza, come avviene per
il buon ladrone nel Vangelo di oggi.
Mentre
tutti gli altri si rivolgono a Gesù con disprezzo – 'Se tu sei il
Cristo, il Re Messia, salva te stesso scendendo dal patibolo!' –
quell’uomo, che ha sbagliato nella vita, alla fine si aggrappa
pentito a Gesù crocifisso implorando: 'Ricordati di me, quando
entrerai nel tuo regno'. E Gesù gli promette: 'Oggi con me sarai nel
paradiso': il suo Regno. Gesù pronuncia solo la parola del perdono,
non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di
chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile
richiesta. Oggi tutti noi possiamo pensare alla nostra storia, al
nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi ha
anche i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi
momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra
storia, e guardare Gesù, e dal cuore ripetergli tante volte, ma con
il cuore, in silenzio, ognuno di noi: 'Ricordati di me, Signore,
adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho
voglia di diventare buono, ho voglia di diventare buona, ma non ho
forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore. Ma ricordati di me,
Gesù! Tu puoi ricordarti di me, perché Tu sei al centro, Tu sei
proprio nel tuo Regno!'. Che bello! Facciamolo oggi tutti, ognuno nel
suo cuore, tante volte. 'Ricordati di me, Signore, Tu che sei al
centro, Tu che sei nel tuo Regno!.
La
promessa di Gesù al buon ladrone ci dà una grande speranza: ci dice
che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che
l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso,
dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di
ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno! Gesù è proprio il
centro dei nostri desideri di gioia e di salvezza. Andiamo tutti
insieme su questa strada!".
ANGELUS: PAPA FRANCESCO RICORDA L'HOLODOMOR, LA GRANDE FAME IN UCRAINA E RINGRAZIA TUTTI COLORO CHE HANNO LAVORATO PER L'ANNO DELLA FEDE
Città
del Vaticano, 24 novembre 2013 (VIS). Al termine della Santa Messa
per la chiusura dell’Anno della fede, il Santo Padre Francesco ha
guidato la recita dell’Angelus con i fedeli presenti in Piazza San
Pietro.
"Prima
di concludere questa celebrazione - ha detto il Papa - desidero
salutare tutti i pellegrini, le famiglie, i gruppi parrocchiali, le
associazioni e i movimenti, venuti da tanti Paesi. Saluto i
partecipanti al Congresso nazionale della Misericordia; saluto la
comunità ucraina, che ricorda l’80° anniversario
dell’'Holodomor', la 'grande fame' provocata dal regime sovietico
che causò milioni di vittime".
"In
questa giornata, il nostro pensiero riconoscente va ai missionari
che, nel corso dei secoli, hanno annunciato il Vangelo e sparso il
seme della fede in tante parti del mondo; tra questi il Beato
Junípero Serra, missionario francescano spagnolo, di cui ricorre il
terzo centenario della nascita".
"Non
voglio finire senza un pensiero a tutti quelli che hanno lavorato per
portare avanti quest’Anno della fede. Mons. Rino Fisichella, che ha
guidato questo cammino: lo ringrazio tanto, di cuore, lui e tutti i
suoi collaboratori. Grazie tante!".
"Ora
preghiamo insieme l’Angelus. Con questa preghiera invochiamo la
protezione di Maria specialmente per i nostri fratelli e le nostre
sorelle che sono perseguitati a motivo della loro fede, e sono
tanti!"
Al
termine della recita della preghiera mariana, Papa Francesco ha
ringraziato nuovamente tutti per la loro presenza ed ha augurato
buona domenica e buon pranzo.
CATECUMENI: CUSTODITE L’ENTUSIASMO DEL PRIMO MOMENTO CHE VI HA FATTO APRIRE GLI OCCHI ALLA LUCE DELLA FEDE
Città
del Vaticano, 23 novembre 2913 (VIS). Nel pomeriggio di oggi, nella
Basilica Vaticana, il Santo Padre ha presieduto il Rito di ammissione
al Catecumenato, indetto nel contesto dell'Anno della fede. Erano
presenti circa 500 catecumeni, provenienti da 47 paesi dei cinque
continenti, accompagnati dai loro catechisti. Dalle ore 16:00, prima
dell’arrivo del Santo Padre, sono state proposte ai presenti alcune
testimonianze di adulti che si stanno preparando a ricevere i
sacramenti dell’iniziazione cristiana e di una coppia di
catechisti. Alle ore 16.30 è iniziata la Liturgia, con i Riti di
introduzione che si sono svolti nell’atrio della Basilica di San
Pietro, dove il Papa ha accolto una rappresentanza dei candidati con
i loro garanti, invitandoli poi ad entrare in chiesa.
Nel
corso della Liturgia della Parola, prima della consegna del testo dei
Vangeli ad alcuni dei catecumeni, Papa Francesco ha pronunciato
l’omelia ed ha ricordato che i presenti provenivano da molti Paesi
diversi "da tradizioni culturali ed esperienze differenti.
Eppure,- ha detto - questa sera sentiamo di avere tra di noi tante
cose in comune. Soprattutto ne abbiamo una: il desiderio di Dio.
(...) Quanto è importante mantenere vivo questo desiderio (...). Se
viene a mancare la sete del Dio vivente, la fede rischia di diventare
abitudinaria, rischia di spegnersi, come un fuoco che non viene
ravvivato. Rischia di diventare 'rancida', senza senso".
Papa
Francesco ha citato il racconto del Vangelo nel quale Giovanni
Battista indica ai suoi discepoli Gesù come l'Agnello di Dio. "Due
di essi seguono il Maestro, e poi, a loro volta, diventano
'mediatori' che permettono ad altri di incontrare il Signore, di
conoscerlo e di seguirlo. Ci sono tre momenti in questo racconto che
richiamano l’esperienza del catecumenato".
"In
primo luogo, c’è l’ascolto. I due discepoli hanno ascoltato la
testimonianza del Battista. Anche voi, cari catecumeni, avete
ascoltato coloro che vi hanno parlato di Gesù e vi hanno proposto di
seguirlo (...). Nel tumulto di tante voci che risuonano intorno a noi
e dentro di noi, voi avete ascoltato e accolto la voce che vi
indicava Gesù come l’unico che può dare senso pieno alla nostra
vita".
"Il
secondo momento è l’incontro. I due discepoli incontrano il
Maestro e rimangono con Lui. Dopo averlo incontrato, avvertono subito
qualcosa di nuovo nel loro cuore: l’esigenza di trasmettere la loro
gioia anche agli altri, affinché anch’essi lo possano incontrare.
Andrea, infatti, incontra suo fratello Simone e lo conduce da Gesù.
Quanto ci fa bene contemplare questa scena! Ci ricorda che Dio non ci
ha creato per essere soli, chiusi in noi stessi, ma per poter
incontrare Lui e per aprirci all’incontro con gli altri. Dio per
primo viene verso ognuno di noi; e questo è meraviglioso! (...)
Nella Bibbia Dio appare sempre come colui che prende l’iniziativa
dell’incontro con l’uomo: è Lui che cerca l’uomo, e di solito
lo cerca proprio mentre l’uomo fa l’esperienza amara e tragica di
tradire Dio e di fuggire da Lui. Dio non aspetta a cercarlo: lo cerca
subito. È un cercatore paziente il nostro Padre! Lui ci precede e ci
aspetta sempre. Non si stanca di aspettarci (...) E quando avviene
l’incontro, non è mai un incontro frettoloso, perché Dio desidera
rimanere a lungo con noi per sostenerci, per consolarci, per donarci
la sua gioia. Dio si affretta per incontrarci, ma mai ha fretta di
lasciarci. (...). Come noi aneliamo a Lui (...) così anche Lui ha
desiderio di stare con noi, perché noi (...) siamo le sue creature".
"L’ultimo
tratto del racconto è camminare. I due discepoli - ha spiegato il
Papa - camminano verso Gesù e poi fanno un tratto di strada insieme
con Lui. (...) La fede è un cammino con Gesù (...) ed è un cammino
che dura tutta la vita. Alla fine ci sarà l’incontro definitivo.
Certo, in alcuni momenti di questo cammino ci sentiamo stanchi e
confusi. La fede però ci dà la certezza della presenza costante di
Gesù in ogni situazione, anche la più dolorosa o difficile da
capire".
"Cari
catecumeni - ha concluso il Pontefice - oggi voi iniziate il cammino
del catecumenato. Vi auguro di percorrerlo con gioia, certi del
sostegno di tutta la Chiesa, che guarda a voi con tanta fiducia.
Maria, la discepola perfetta, vi accompagna (...). Vi invito a
custodire l’entusiasmo del primo momento che vi ha fatto aprire gli
occhi alla luce della fede".
LA CHIESA DEVE DARE ESEMPIO A TUTTA LA SOCIETÀ DEL FATTO CHE LE PERSONE ANZIANE SONO IMPORTANTI, ANZI INDISPENSABILI
Città
del Vaticano, 23 novembre 2013
(VIS). Le persone anziane sono sempre state protagoniste nella Chiesa
e oggi più che mai la Chiesa deve dare esempio a tutta la società
del fatto che esse sono sempre importanti, anzi, "indispensabili",
ha detto il Papa questa mattina, nel ricevere in udienza i
partecipanti alla XXVIII Conferenza Internazionale del Pontificio
Consiglio per gli Operatori Sanitari, svoltasi dal 21 al 23 novembre,
nell'Aula Nuova del Sinodo, sul tema: "La Chiesa al servizio
della persona anziana malata: la cura delle persone affette da
patologie neurodegenerative".
Le
persone anziane "portano con sé la memoria e la saggezza della
vita, per trasmetterle agli altri, e partecipano a pieno titolo della
missione della Chiesa. Ricordiamo che la vita umana conserva sempre
il suo valore agli occhi di Dio, al di là di ogni visione
discriminante", ha sottolineato Papa Francesco. "Il
prolungamento delle aspettative di vita, - ha ricordato il Santo
Padre - intervenuto nel corso del XX secolo, comporta che un numero
crescente di persone vada incontro a patologie neurodegenerative,
spesso accompagnate da un deterioramento delle capacità cognitive.
Queste patologie investono il mondo socio-sanitario sia sul versante
della ricerca, sia su quello dell’assistenza e della cura nelle
strutture socio-assistenziali, come pure nella famiglia, che resta il
luogo privilegiato di accoglienza e di vicinanza".
Il
Papa ha ribadito l'importanza di "una assistenza che, accanto al
tradizionale modello biomedico, si arricchisca di spazi di dignità e
di libertà, lontani dalle chiusure e dai silenzi, che troppo spesso
circondano le persone in ambito assistenziale. In questa prospettiva
vorrei sottolineare l’importanza dell’aspetto religioso e
spirituale. Anzi, questa è una dimensione che rimane vitale anche
quando le capacità cognitive sono ridotte o perdute. Si tratta di
attuare un particolare approccio pastorale per accompagnare la vita
religiosa delle persone anziane con gravi patologie degenerative, con
forme e contenuti diversificati, perché comunque la loro mente e il
loro cuore non interrompono il dialogo e la relazione con Dio".
"Cari
amici - ha concluso il Pontefice rivolgendosi agli anziani - voi non
siete solo destinatari dell’annuncio del messaggio evangelico, ma
siete sempre, a pieno titolo, anche annunciatori in forza del vostro
Battesimo".
QUANDO LO SPORT VIENE CONSIDERATO UNICAMENTE SECONDO PARAMETRI ECONOMICI SI CORRE IL RISCHIO DI RIDURRE GLI ATLETI A MERA MERCANZIA DA CUI TRARRE PROFITTO
Città
del Vaticano, 23 novembre 2013
(VIS). Il linguaggio sportivo è "un linguaggio universale, che
supera confini, lingue, razze, religioni e ideologie" e
"possiede la capacità di unire le persone, favorendo il dialogo
e l'accoglienza" ha affermato il Papa ricevendo questa mattina,
nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, i Delegati dei Comitati
Olimpici Europei a Roma in occasione della 42ma Assemblea Generale.
"Il
legame tra la Chiesa e lo sport è una bella realtà che si è
consolidata nel tempo, perché la Comunità ecclesiale vede nello
sport un valido strumento per la crescita integrale della persona
umana. La pratica sportiva, infatti, stimola a un sano superamento di
sé stessi e dei propri egoismi, allena allo spirito di sacrificio e
(...) favorisce la lealtà nei rapporti interpersonali, l’amicizia,
il rispetto delle regole", ha continuato Papa Francesco
invitando le istituzioni e le organizzazioni sportive a proporre,
specialmente alle giovani generazioni, "itinerari sportivi di
formazione alla pace, alla condivisione e alla convivenza tra i
popoli".
"È
tipico dell’attività sportiva unire e non dividere! Fare ponti e
non muri. Anche i cinque anelli intrecciati, simbolo e bandiera dei
Giochi Olimpici, stanno proprio a rappresentare lo spirito di
fratellanza che deve caratterizzare la manifestazione olimpica e la
competizione sportiva in generale" - ha affermato il Pontefice
che ha poi sottolineato: "Quando lo sport viene considerato
unicamente secondo parametri economici o di conseguimento della
vittoria ad ogni costo, si corre il rischio di ridurre gli atleti a
mera mercanzia da cui trarre profitto. Gli stessi atleti entrano in
un meccanismo che li travolge, perdono il vero senso della loro
attività, quella gioia di giocare che li ha attratti da ragazzi e
che li ha spinti a fare tanti sacrifici e a diventare campioni. Lo
sport è armonia, ma se prevale la ricerca smodata del denaro e del
successo questa armonia si rompe".
"Voi,
come dirigenti olimpici - ha concluso il Papa - siete chiamati a
favorire la funzione educativa dello sport. Tutti siamo consapevoli
della grande necessità di formare sportivi animati da rettitudine,
rigore morale e vivo senso di responsabilità".
INVIATI SPECIALI DEL SANTO PADRE
Città
del Vaticano, 23 novembre 2013
(VIS). Questa mattina è stata pubblicata la Lettera, redatta in
latino e datata 19 novembre 2013, con la quale il Santo Padre nomina
il Cardinale Walter Brandmüller, Diacono di San Giuliano dei
Fiamminghi, suo Inviato Speciale alle celebrazioni del 450°
anniversario della chiusura del Concilio ecumenico di Trento, in
programma nel Duomo di Trento (Italia), il 1° dicembre 2013. La
Missione che accompagnerà il Cardinale è composta dal Monsignore
Ludovico Maule, Decano del Capitolo metropolitano di Trento e dal
Monsignore Umberto Giacometti, Canonico onorario del medesimo
Capitolo metropolitano.
Questa
mattina è stata anche pubblicata la Lettera, redatta in latino e
datata 12 novembre, con la quale il Santo Padre nomina il Cardinale
Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo di Caracas (Venezuela), suo
Inviato Speciale alle celebrazioni conclusive del I centenario
dell'istituzione della Provincia Ecclesiastica di Managua
(Nicaragua), che avranno luogo il 2 dicembre 2013. La Missione che
accompagnerà il Cardinale è composta da Don Julio César Arana
González, Parroco della Parrocchia di "San Judas Tadeo" a
Managua e Vicario giudiziale dell'Arcidiocesi e da Don Alfonso
Alvarado Lugo, Rettore del Santuario nazionale di "Jesús del
Rescate" a Rivas e Vicario penitenziario della Diocesi di
Granada.
UDIENZE
Città
del Vaticano, 25 novembre 2013 (VIS). Il Santo Padre ha ricevuto
questa mattina in udienza:
-
Il Signor Joseph Tebah-Klah, Ambasciatore di Costa d’Avorio in
visita di congedo.
Alle
17:00 di oggi il Santo Padre riceve il Signor Vladimir Putin,
Presidente della Federazione Russa, e Seguito.
Sabato
23 il Santo Padre ha ricevuto in udienza il Cardinale Marc Ouellet,
P.S.S., Prefetto della Congregazione per i Vescovi.
ALTRI ATTI PONTIFICI
Città
del Vaticano, 25 novembre 2013 (VIS). Il Santo Padre ha accettato la
rinuncia del Vescovo István Katona all’ufficio di Ausiliare
dell’arcidiocesi di Eger (Ungheria), presentata per raggiunti
limiti d'età.
Sabato
23 novembre il Santo Padre ha nominato il Padre Medardo
de Jesús Henao del Río, M.X.Y.,
Vicario Apostolico di Mitú (superficie: 54.000; popolazione: 40.000;
cattolici: 37.000; sacerdoti: 13; religiosi: 8), Colombia. Il Vescovo
eletto è nato nel 1967 a Liborina (Colombia), è entrato
nell'Istituto per le Missioni Estere di Yarumal nel 1993, ha emesso
la prima professione religiosa nel 1994 ed è stato ordinato
sacerdote nel 1999. Nel 2000 è Missionario nella Parrocchia
dell’Immacolata Concezione della Beata Maria Vergine a Mitú; dal
2000 al 2006 è Cancelliere del Vicariato Apostolico di Mitú e
Coordinatore dell'educazione; dal 2007 al 2010 è Vice Maestro dei
Novizi; dal 2010 è stato Maestro dei Novizi dell’Istituto per le
Missioni Estere di Yarumal.
venerdì 22 novembre 2013
UDIENZA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DELLA BOSNIA ED ERZEGOVINA
Città
del Vaticano, 22 novembre 2013
(VIS). Questa mattina il Santo Padre Francesco ha ricevuto in
Udienza, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Signor Vjekoslav
Bevanda, Presidente del Consiglio dei Ministri della Bosnia ed
Erzegovina, il quale ha successivamente incontrato l'Arcivescovo
Pietro Parolin, Segretario di Stato, accompagnato dall’Arcivescovo
Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
Gli
incontri, svoltisi in un’atmosfera di cordialità, hanno fornito
l’occasione per uno scambio di opinioni sull’attuale situazione
in Bosnia ed Erzegovina, sui principali traguardi che attendono il
Paese, come pure sugli sforzi per promuovere una società sempre più
aperta e rispettosa dei diritti di tutti i cittadini e sulle sfide
che l’attuale crisi economica impone di affrontare.
È
stata, poi, espressa soddisfazione per le buone relazioni
bilaterali, di cui l’Accordo di Base del 2006 è un’importante
espressione, favorendo la collaborazione fra la Chiesa e lo Stato per
il bene comune e lo sviluppo del Paese. Nel prosieguo della
conversazione si sono, quindi, toccati alcuni temi relativi
all’applicazione del suddetto Accordo, come pure al contributo dei
cattolici nella società.
METTERE IN PRATICA LE REGOLE DEL RUGBY ANCHE NELLA VITA
Città
del Vaticano, 22 novembre 2013
(VIS). Questa mattina, nel ricevere in udienza, nella Sala Clementina
del Palazzo Apostolico, i dirigenti e gli atleti delle Nazioni di
Rugby di Argentina e Italia, il Papa ha affermato che il rugby "è
uno sport molto simpatico (...) è uno sport duro, c’è molto
scontro fisico, ma non c’è violenza, c’è grande lealtà, grande
rispetto. Giocare a rugby è faticoso, 'non es un paseo', non è una
passeggiata! E questo penso che sia utile anche a temprare il
carattere, la forza di volontà".
"Ecco,
nel rugby - ha continuato il Pontefice - si corre verso la 'meta'!
Questa parola così bella, così importante, ci fa pensare alla vita,
perché tutta la nostra vita tende a una meta; e questa ricerca,
ricerca della meta, è faticosa, richiede lotta, impegno, ma
l’importante è non correre da soli! Per arrivare bisogna correre
insieme, e la palla viene passata di mano in mano, e si avanza
insieme, finché si arriva alla meta. E allora si festeggia!".
"Forse
questa mia interpretazione non è molto tecnica - ha detto il Papa -
ma è il modo in cui un vescovo vede il rugby! E come vescovo vi
auguro di mettere in pratica tutto questo anche fuori dal campo,
metterlo in pratica nella vostra vita".
ALLA COMUNITÀ DEI FILIPPINI: NEI MOMENTI DI SOFFERENZA NON STANCATEVI DI CHIEDERE A NOSTRO PADRE: "PERCHÉ?"
Città
del Vaticano, 22 novembre 2013
(VIS). "In questi momenti di tanta sofferenza non stancatevi di
dire: 'Perché?. Come i bambini... E così attirerete gli occhi del
nostro Padre sul vostro popolo; attirerete la tenerezza del 'papà
del cielo' su di voi". Con queste parole, nel pomeriggio di
ieri, il Papa si è rivolto alla comunità dei Filippini residenti a
Roma riuniti nella Basilica Vaticana in occasione della benedizione
del mosaico raffigurante San Pedro Calungsod, santo filippino
canonizzato da Papa Benedetto XVI nel 2012.
Alla
cerimonia di benedizione dell'immagine del martire filippino ha fatto
seguito una Celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Luis
Antonio Tagle, Arcivescovo di Manila, che, ricordando nell'omelia gli
effetti devastanti del tifone Haiyan che si è abbattuto sulle
Filippine, ha affermato: "Vediamo la fede sorgere dalle rovine.
La speranza dalle calamità non può essere distrutta. E vediamo
l'amore che è più forte dei terremoti e dei tifoni".
Papa
Francesco ha rinnovato la sua vicinanza al popolo filippino ed ha
detto: "E ho sentito che la prova era forte, troppo forte! Ma
anche ho sentito che il popolo era forte! Quello che ha detto il
cardinale è vero: la fede viene su dalle rovine. La solidarietà di
tutti nel momento della prova. Perché succedono queste cose? Non si
può spiegare. Ci sono tante cose che noi non possiamo capire. Quando
i bambini incominciano a crescere non capiscono le cose e
incominciano a fare domande al papà o alla mamma (...) Perché il
bambino non capisce. Ma se noi stiamo attenti vedremo che il bambino
non aspetta la risposta del suo papà o della sua mamma. (...) Il
bambino ha bisogno in quell'insicurezza che il suo papà e la sua
mamma lo guardino. (...) Come fa il bambino quando chiede. 'Perché?
Perché?'. In questi momenti di dolore, questa forza sia la preghiera
più utile: la preghiera del perché. Ma senza chiedere spiegazione,
soltanto chiedere che il nostro Padre ci guardi. Anche io vi
accompagno, con questa preghiera del perché".
MARIA ICONA PIÙ ESPRESSIVA DELLA SPERANZA CRISTIANA
Città
del Vaticano, 22 novembre 2013
(VIS). Nel pomeriggio di ieri il Santo Padre Francesco si è recato
al Monastero di Sant'Antonio Abate delle Monache Benedettine
Camaldolesi all'Aventino, in occasione della Giornata per la vita
contemplativa e dell'Anno della fede che volge ormai al termine.
Accolto al suo arrivo dall'Abbadessa suor Michela Porcellato, il Papa
ha raggiunto la chiesa dove erano riunite le 21 Monache della
Comunità. Il Santo Padre ha presieduto la Celebrazione dei Vespri
secondo la regola camaldolese, cui è seguito un momento di
Adorazione Eucaristica, ed ha pronunciato la meditazione di cui
riportiamo ampi estratti.
"Maria
è la madre della speranza, l’icona più espressiva della speranza
cristiana. Tutta la sua vita è un insieme di atteggiamenti di
speranza, a cominciare dal 'sì' al momento dell’annunciazione.
(...) Poi la vediamo a Betlemme, dove colui che le è stato
annunciato come il Salvatore d’Israele e come il Messia nasce nella
povertà. In seguito, mentre si trova a Gerusalemme per presentarlo
al tempio, con la gioia degli anziani Simeone e Anna avviene anche la
promessa di una spada che le avrebbe trafitto il cuore e la profezia
di un segno di contraddizione".
"Lei
si rende conto che la missione e la stessa identità di quel Figlio,
superano il suo essere madre. (...) Eppure, di fronte a tutte queste
difficoltà e sorprese del progetto di Dio, la speranza della Vergine
non vacilla mai! Donna di speranza. Questo ci dice che la speranza si
nutre di ascolto, di contemplazione, di pazienza perché i tempi del
Signore maturino. (...) Con l’inizio della vita pubblica, Gesù
diventa il Maestro e il Messia (...) diventa sempre più quel segno
di contraddizione che il vecchio Simeone le aveva preannunciato. Ai
piedi della croce, è donna del dolore e al contempo della vigilante
attesa di un mistero, più grande del dolore, che sta per compiersi.
Tutto sembra veramente finito; ogni speranza potrebbe dirsi spenta.
Anche lei, in quel momento, ricordando le promesse dell’annunciazione
avrebbe potuto dire: non si sono avverate, sono stata ingannata. Ma
non lo ha detto. Eppure lei, beata perché ha creduto, da questa sua
fede vede sbocciare il futuro nuovo e attende con speranza il domani
di Dio".
"A
volte penso: noi sappiamo aspettare il domani di Dio? O vogliamo
l’oggi? Il domani di Dio per lei è l’alba del mattino di Pasqua
(...). L’unica lampada accesa al sepolcro di Gesù è la speranza
della madre, che in quel momento è la speranza di tutta l’umanità.
Domando a me e a voi: nei Monasteri è ancora accesa questa lampada?
Nei monasteri si aspetta il domani di Dio?".
"Dobbiamo
molto a questa Madre! In lei, presente in ogni momento della storia
della salvezza, vediamo una testimonianza solida di speranza. Lei,
madre di speranza, ci sostiene nei momenti di buio, di difficoltà,
di sconforto, di apparente sconfitta o di vere sconfitte umane".
DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA: AL CENTRO DIGNITÀ DELLA PERSONA E NON L'IDOLO DENARO
Città
del Vaticano, 22 novembre 2013
(VIS). Il Santo Padre è intervenuto con un video messaggio al Terzo
Festival della Dottrina Sociale della Chiesa in corso a Verona dal 21
al 24 novembre, sul tema: "Meno disuguaglianze, più
differenze". "Un titolo - ha detto il Papa che
evidenza la plurale ricchezza delle persone come espressione dei
talenti personali e prende le distanze dalla omologazione che
mortifica e paradossalmente aumenta le disuguaglianze".
Il
Papa ha dedicato alcune pensieri ai giovani che "sono la forza
per andare avanti" e agli anziani che "sono la memoria del
popolo". "Il riconoscimento delle differenze valorizza le
persone, a differenza dell’omologazione, che è il rischio di
scartarle perché non sono in grado di cogliere il significato. Oggi,
i giovani e i vecchi vengono considerati scarti perché non
rispondono alle logiche produttive in una visione funzionalista della
società, non rispondono ad alcun criterio utile di investimento. Si
dice sono 'passivi', non producono, nell’economia del mercato non
sono soggetti di produzione. Non dobbiamo dimenticare, però, che i
giovani ed i vecchi portano ciascuno una loro grande ricchezza:
ambedue sono il futuro di un popolo".
"Un
pensiero va anche alla Dottrina Sociale della Chiesa - ha proseguito
il Pontefice - il Magistero sociale è un grande punto di
riferimento, esso rappresenta un orientamento frutto di riflessione e
di operativa virtuosa. È molto
utile per non perdersi. Chi opera nell’economia e nella finanza è
sicuramente attratto dal profitto e se non sta attento, si mette a
servire il profitto stesso, così diventa schiavo del denaro. La
Dottrina Sociale contiene un patrimonio di riflessioni e di speranza
che è in grado anche oggi di orientare le persone e di conservarle
libere. Occorre coraggio, un pensiero e la forza della fede per stare
dentro il mercato, (...) guidati da una coscienza che mette al centro
la dignità della persona, non l’idolo denaro".
Papa
Francesco conclude il videomessaggio con un pensiero sulla
cooperazione ricordando che da bambino ascoltò una conferenza del
padre sul cooperativismo cristiano. "Da quel tempo io mi sono
entusiasmato con questo, ho visto che quella era la strada".
"Lavoro e dignità della persona camminano di pari passo. La
solidarietà va applicata anche per garantire il lavoro; la
cooperazione rappresenta un elemento importante per assicurare la
pluralità di presenze tra i datori del mercato. Oggi essa è oggetto
di qualche incomprensione anche a livello europeo, ma ritengo che non
considerare attuale questa forma di presenza nel mondo produttivo
costituisca un impoverimento che lascia spazio alle omologazioni e
non promuove le differenze e l’identità".
ORIENTE CATTOLICO IMPEGNATO NEL DIALOGO INTERRELIGIOSO NELLA QUOTIDIANITÀ DEI PAESI DEL MEDIO ORIENTE
Città
del Vaticano, 22 novembre 2013
(VIS). Si è conclusa oggi la Sessione Plenaria della Congregazione
per le Chiese Orientali, (19-22 novembre), dedicata ad un bilancio
sullo sviluppo delle idee conciliari sull'Oriente cattolico a 50 anni
dal Concilio Vaticano II.
"Il
clima di svolgimento dei lavori - si legge in un Comunicato della
Congregazione - è stato unanimemente apprezzato per la sua armonia.
(...) Si può affermare che l’esperienza della sinodalità, così
radicata nella tradizione orientale, abbia mostrato la sua fecondità
come metodo di lavoro". È stata apprezzata la bellezza
dell’ecclesiologia conciliare e il valore della diversità
nell’unità sottolineando che il riconoscimento dell’origine
apostolica è un’affermazione teologica e giuridica. Altro tema
affrontato è stato quello del fenomeno migratorio che "rappresenta
una sfida sia perché pone il serio problema della permanenza dei
cristiani in Medio Oriente, fortemente penalizzati dagli effetti
della guerra in Iraq, dall’attuale situazione in Siria, senza
dimenticare l’irrisolta questione israelo-palestinese e il
travaglio per la rinascita di un Egitto plurale. Sia perché pone il
problema di come la piena dignità delle Chiese Patriarcali ed
Arcivescovili Maggiori comporti che i Capi di esse, chiamati anche
Padri, lo possano essere realmente (...), oggi ben oltre i confini
considerati 'propri', e con le proprie rispettive tradizioni e
discipline".
"Accanto
alla significativa rappresentanza degli Arcivescovi Latini che sono
anche Ordinari per i fedeli Orientali sprovvisti di un proprio
Gerarca (...) andranno pensate e progressivamente sviluppate
strutture amministrative ecclesiali proprie. (...) La dimensione
ecumenica deve essere sempre mantenuta (...) assumendo un
atteggiamento fecondo di autentica fraternità, paziente
riconciliazione (...), senza però che ad essere penalizzati siano
coloro che con la loro esistenza testimoniano ogni giorno che si può
essere in comunione con il Vescovo di Roma, riconoscendone il
primato, senza rinunciare al proprio modo di governarsi, di vivere il
mistero della liturgia, di comprendere il mistero di Cristo".
Infine
è stato ribadito che l’Oriente Cattolico è impegnato sul campo a
far sì che il dialogo interreligioso sia vissuto anzitutto nella
quotidianità dei Paesi del Medio Oriente.
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