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Il Vatican Information Service (VIS), istituito nell'ambito della Sala Stampa della Santa Sede, è un bollettino telematico che diffonde notizie relative all'attività magistrale e pastorale del Santo Padre e della Curia Romana...

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lunedì 18 ottobre 2010

EL SALVADOR: EVANGELIZZAZIONE SPRONE CONTRO VIOLENZA

CITTA' DEL VATICANO, 18 OTT. 2010 (VIS). “Gli stretti legami che uniscono il fedele popolo salvadoregno alla Cattedra del Principe degli Apostoli manifestano una nobilissima tradizione ed è impossibile separarli dalla storia e dai costumi di questa terra benedetta”, ha detto questa mattina il Papa al Signor Manuel Roberto López Becera, nuovo Ambasciatore di El Salvador presso la Santa Sede.

“La Chiesa in El Salvador, con le sue specifiche competenze, con indipendenza e libertà” – ha affermato il Santo Padre - “si impegna a servire la promozione del bene comune in tutte le sue dimensioni e la promozione di quelle condizioni che consentono agli uomini e alle donne lo sviluppo integrale della persona. (...) Evangelizzando e dando testimonianza di amore a Dio e a tutti gli uomini senza alcuna eccezione, si converte in elemento efficace per l’eliminazione della povertà e in un vigoroso sprone per la lotta contro la violenza, la impunità e il narcotraffico, che causano tanta devastazione, soprattutto fra i giovani. (...) La comunità ecclesiale non può fare a meno di sentirsi interpellata quando a molti mancano i mezzi per una vita degna o quando non hanno un impiego (...) vedendosi obbligati a emigrare fuori della Patria. Parimenti, sarebbe strano che i discepoli di Cristo rimanessero neutrali davanti alla aggressiva presenza delle sette che appaiono come una comoda e facile risposta religiosa, ma che, in realtà, minano la cultura e le abitudini che, da secoli, hanno conformato l’identità salvadoregna, oscurando anche la bellezza del messaggio evangelico e intaccando l’unità dei fedeli intorno ai propri Pastori”.

“È consolante” – ha affermato il Papa – “vedere l’impegno del vostro Paese nell’edificazione di una società più armonica e solidale, avanzando sul chiaro sentiero di quelli Accordi firmati nel 1992, in forza dei quali si concluse la lunga lotta intestina vissuta da El Salvador, terra di grandi ricchezze naturali che parlano con eloquenza di Dio e che bisogna conservare e proteggere con vigore per legarle in tutta la loro rigogliosità alle nuove generazioni. Grande gioia sarà riservata al popolo salvadoregno, dallo spirito di abnegazione e laborioso, quando il processo di pace sarà quotidianamente confermato e si potenzieranno le decisioni tendenti a favorire la sicurezza cittadina”.

“In merito, chiedo all’Onnipotente (...) che i vostri compatrioti ricevano il sostegno necessario per rinunciare definitivamente a quanto provoca conflitti, sostituendo le inimicizie con la reciproca comprensione e con la salvaguardia della incolumità delle persone e dei loro averi. Per conseguire questi obiettivi, si devono convincere che la violenza non serve a nulla e tutto peggiora, perché è una via senza uscita. (...) La pace, al contrario, è un’aspirazione comune a tutti gli uomini degni di questo nome. Come dono del Divino Salvatore, è anche una missione alla quale tutti devono cooperare senza vacillare, incontrando nello Stato un risoluto sostenitore mediante pertinenti disposizioni giuridiche, economiche e sociali, come adeguate Forze e Corpi di Polizia e Sicurezza, che assicurano nell’ambito della legalità il benessere della popolazione”.

“In questo cammino di superamento” – ha concluso Benedetto XVI – “ci sarà sempre la mano tesa dei figli della Chiesa che esorto vivamente affinché con la loro testimonianza di discepoli e missionari di Cristo, si identifichino sempre più con Lui e Lo invochino affinché Egli faccia di ogni salvadoregno un artefice di riconciliazione”.
CD/ VIS 20101018 (550)

LETTERA AI SEMINARISTI DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

CITTA' DEL VATICANO, 18 OTT. 2010 (VIS). Di seguito riportiamo ampi estratti della “Lettera ai seminaristi”, del Santo Padre Benedetto XVI, datata 18 ottobre 2010, a conclusione dell’Anno Sacerdotale.

“Nel dicembre 1944, quando fui chiamato al servizio militare, il comandante di compagnia domandò a ciascuno di noi a quale professione aspirasse per il futuro. Risposi di voler diventare sacerdote cattolico. Il sottotenente replicò: Allora Lei deve cercarsi qualcos’altro. Nella nuova Germania non c’è più bisogno di preti. Sapevo che questa ‘nuova Germania’ era già alla fine, e che dopo le enormi devastazioni portate da quella follia sul Paese, ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti. Oggi, la situazione è completamente diversa. In vari modi, però, anche oggi molti pensano che il sacerdozio cattolico non sia una ‘professione’ per il futuro, ma che appartenga piuttosto al passato. Voi, cari amici, vi siete decisi ad entrare in seminario, e vi siete, quindi, messi in cammino verso il ministero sacerdotale nella Chiesa Cattolica, contro tali obiezioni e opinioni. Avete fatto bene a farlo. Perché gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità. Dove l’uomo non percepisce più Dio, la vita diventa vuota; tutto è insufficiente”.

“Con questa lettera vorrei evidenziare - anche guardando indietro al mio tempo in seminario - qualche elemento importante per questi anni del vostro essere in cammino”.

“1. Chi vuole diventare sacerdote, dev’essere soprattutto un ‘uomo di Dio’, come lo descrive san Paolo (1 Tm 6,11). Per noi Dio non è un’ipotesi distante, (...). Dio si è mostrato in Gesù Cristo. (...). Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini. Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la vera comunione degli uomini tra di loro. Per questo, cari amici, è tanto importante che impariate a vivere in contatto costante con Dio. Quando il Signore dice: ‘Pregate in ogni momento’, naturalmente non ci chiede di dire continuamente parole di preghiera, ma di non perdere mai il contatto interiore con Dio”.

“2. Dio non è solo una parola per noi. Nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita è l’Eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro di tutte le nostre giornate. (...) Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera. Come posso affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura della liturgia della Messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando”.

“3. Anche il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. (...)
Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. (...) E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo”.

“4. Mantenete pure in voi la sensibilità per la pietà popolare, che è diversa in tutte le culture, ma che è pur sempre molto simile, perché il cuore dell’uomo alla fine è lo stesso. Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere”.

“5. Il tempo in seminario è anche e soprattutto tempo di studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe se stessa. (...) Posso solo pregarvi insistentemente: Studiate con impegno! (...) Non si tratta appunto soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, così che essa diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi. Perciò è importante andare oltre le mutevoli domande del momento per comprendere le domande vere e proprie e capire così anche le risposte come vere risposte. È importante conoscere a fondo la Sacra Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento (...) È importante conoscere i Padri e i grandi Concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura. (...) Che sia importante conoscere le questioni essenziali della teologia morale e della dottrina sociale cattolica, non ho bisogno di dirlo espressamente. Quanto importante sia oggi la teologia ecumenica, il conoscere le varie comunità cristiane, è evidente (...). Ma imparate anche a comprendere e - oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica (...). Ora non voglio continuare ad elencare, ma solo dire ancora una volta: amate lo studio della teologia e seguitelo con attenta sensibilità per ancorare la teologia alla comunità viva della Chiesa, la quale, con la sua autorità, non è un polo opposto alla scienza teologica, ma il suo presupposto. Senza la Chiesa che crede, la teologia smette di essere se stessa e diventa un insieme di diverse discipline senza unità interiore”.

“6. Gli anni nel seminario devono essere anche un tempo di maturazione umana. Per il sacerdote, il quale dovrà accompagnare altri lungo il cammino della vita e fino alla porta della morte, è importante che egli stesso abbia messo in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che sia umanamente ‘integro’. (...) Di questo contesto fa parte anche l’integrazione della sessualità nell’insieme della personalità. La sessualità è un dono del Creatore, ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio essere umano. Quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo. Oggi vediamo questo in molti esempi nella nostra società. Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani. Anziché portare le persone ad un’umanità matura ed esserne l’esempio, hanno provocato, con i loro abusi, distruzioni di cui proviamo profondo dolore e rincrescimento. A causa di tutto ciò può sorgere la domanda in molti, forse anche in voi stessi, se sia bene farsi prete; se la via del celibato sia sensata come vita umana. L’abuso, però, che è da riprovare profondamente, non può screditare la missione sacerdotale, la quale rimane grande e pura. Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere ad un’umanità autentica, pura e matura. Ciò che è accaduto, però, deve renderci più vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per me. È compito dei padri confessori e dei vostri superiori accompagnarvi e aiutarvi in questo percorso di discernimento”.

“7. Oggi gli inizi della vocazione sacerdotale sono più vari e diversi che in anni passati. La decisione per il sacerdozio si forma oggi spesso nelle esperienze di una professione secolare già appresa. Cresce spesso nelle comunità, specialmente nei movimenti, che favoriscono un incontro comunitario con Cristo e la sua Chiesa, un’esperienza spirituale e la gioia nel servizio della fede. La decisione matura anche in incontri del tutto personali con la grandezza e la miseria dell’essere umano. (...) I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una. Il seminario è il periodo nel quale imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. Nella convivenza, forse talvolta difficile, dovete imparare la generosità e la tolleranza non solo nel sopportarvi a vicenda, ma nell’arricchirvi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la stessa Chiesa, lo stesso Signore. Questa scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del Corpo di Cristo, fa parte degli elementi importanti degli anni di seminario.

Cari seminaristi! Con queste righe ho voluto mostrarvi quanto penso a voi proprio in questi tempi difficili e quanto vi sono vicino nella preghiera. E pregate anche per me, perché io possa svolgere bene il mio servizio, finché il Signore lo vuole”.
MESS/ VIS 20101018 (1550)

UDIENZE

CITTA' DEL VATICANO, 18 OTT. 2010 (VIS). Il Santo Padre ha ricevuto in udienza il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova (Italia), Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Sabato 16 ottobre il Santo Padre ha ricevuto in udienze separate:

- Il Signor Bronislaw Komorowski, Presidente della Repubblica di Polonia, con la Consorte e Seguito.

- Il Cardinale Stanislaw Dziwisz, Arcivescovo di Kraków (Polonia), con

- L’Arcivescovo Józef Michalik, Arcivescovo di Przemysl dei Latini, Presidente della Conferenza Episcopale Polacca;

- Il Vescovo Stanislaw Budzik, Ausiliare di Tarnów, Segretario Generale della medesima Conferenza Episcopale e con:

- L’Arcivescovo Kazimierz Nycz, di Warszawa.

- Il Cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.
AP/ VIS 20101018 (120)

ALTRI ATTI PONTIFICI

CITTA' DEL VATICANO, 18 OTT. 2010 (VIS). Il Santo Padre:

- Ha accettato la rinuncia all’ufficio di Ausiliare dell’Arcidiocesi di Milwaukee (Stati Uniti d’America), presentata dal Vescovo Richard J. Sklba, per raggiunti limiti d’età.

Sabato 16 ottobre il Santo Padre ha nominato:

- Il Reverendo Jaime Rafael Fuentes, del clero della Prelatura personale dell’Opus Dei, Vescovo di Minas (superficie: 17.776; popolazione: 76.100; cattolici: 69.900; sacerdoti: 17; religiosi: 12; diaconi permanenti: 1), Uruguay. Il Vescovo eletto è nato a Montevideo (Uruguay), nel 1945, ed è stato ordinato sacerdote nel 1973. È stato finora Docente nella Facoltà di teologia dell’Uruguay “Mons. Mariano Soler”.

- Membri della Congregazione per la Dottrina della Fede: il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; il Cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi; l’Arcivescovo Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e l’Arcivescovo Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

- Don Massimo Palombella, S.D.B., Maestro Direttore della Cappella Musicale Pontificia, denominata “Cappella Sistina”, che è Docente presso la Pontificia Università Salesiana, Fondatore e Direttore del Coro Interuniversitario di Roma.
RE:NER:NA/ VIS 20101018 (280)

venerdì 15 ottobre 2010

SETTIMA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTA' DEL VATICANO, 14 OTT. 2010 (VIS). Nel pomeriggio di oggi si è tenuta nell’Aula del Sinodo la Settima Congregazione Generale, nel corso della quale sono continuati gli interventi dei Padri Sinodali. Presidente Delegato di turno è stato Sua Beatitudine Youssif III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri (Libano). Gli interventi liberi si sono svolti in presenza del Santo Padre.

CARDINALE PETER KODWO APPIAH TURKSON, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (CITTÀ DEL VATICANO). “Si potrebbe favorire la conoscenza del sito del PCGP come strumento al servizio delle Chiese locali per l'approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa. A questo proposito, il PCGP si impegna di completare la traduzione in Arabo del ‘Compendium della Dottrina Sociale della Chiesa’. Inoltre, si potrebbe, visto l'intento del PCGP di istituire una ‘summer school presso questo Dicastero, pensare di invitare e coinvolgere anche sacerdoti provenienti dal Medio Oriente (...). Le Chiese e le religioni di minoranza in Medio Oriente non devono subire discriminazio¬ne, violenza, propaganda diffamatoria (anti cristiana), la negazione di permessi di costruire edifici di culto, e di organizzare funzioni pubbliche. Infatti, la promozione delle ‘Risoluzioni contro Diffamazione’ delle Religioni nel quadro dell' Organizzazione delle Nazioni Unite non deve limitarsi a Islam (Islamofobia) nel mondo occidentale. Essa deve includere Cristianesimo (Cristianofobia: la religione e le comunità dei credenti) nel mondo Islamico. Si può pure promuovere l'adozione, sempre nel quadro dell' ONU, di una risoluzione sulla libertà religiosa come alternativa alla risoluzione sulla ‘Diffamazione delle Religioni’”.

REVERENDO RAYMOND MOUSSALLI, PROTOSINCELLO DEL PATRIARCATO DI BABILONIA DEI CALDEI (GIORDANIA). “Noi siamo parte della storia e della cultura di questa regione medio orientale, e se saremo costretti ad abbandonarla perderemo la nostra identità nella prossima generazione. Per questo spero che dal Sinodo emerga la necessità di una più stretta collaborazione tra i capi delle varie Chiese nel dialogo reciproco con i fratelli musulmani moderati. Come sappiamo le nostre chiese con il clero in Iraq vengono attaccate. C’è una deliberata campagna per cacciare i cristiani al di fuori del paese. Ci sono piani satanici dei gruppi fondamentali estremisti che non sono solo contro i cristiani iracheni in Iraq, ma i cristiani in tutto il Medio Oriente. (...) Vogliamo sensibilizzare la comunità internazionale che non può restare in silenzio davanti al massacro dei cristiani in Iraq, i Paesi di tradizione cattolica, affinché facciano qualcosa per i cristiani iracheni, a cominciare dalla pressione sul Governo locale. Stiamo attraversando un tempo catastrofico per l'emigrazione delle famiglie e la perdita del nostro popolo che parla ancora la lingua aramaica pronunciata da nostro Signore Gesù Cristo”.

ARCIVESCOVO EDMOND FARHAT, NUNZIO APOSTOLICO (LIBANO). La situazione del Medio Oriente oggi è come un organo vivente che ha subito un trapianto che non riesce ad assimilare e che non ha avuto specialisti che la curassero. Come ultima risorsa l’Oriente arabo musulmano ha guardato alla Chiesa credendo, come dentro di sé pensa, che sia capace di ottenergli giustizia. Non è stato così. È deluso, ha paura. La sua fiducia si è trasformata in frustrazione. È caduto in una crisi profonda. (...) Oggi, la Chiesa subisce ingiustizie e calunnie. Come nel Vangelo molti partono, altri si stancano, o fuggono. I frustrati e i disperati si vendicano sugli innocenti. Dietro alle uccisioni materiali e alle sconfitte più cocenti c’è il peccato. (...) L’azione di Dio continua nella storia. La Chiesa in Medio Oriente vive attualmente il suo cammino di croce e di purificazione, che porta al rinnovamento e alla risurrezione. Le sofferenze e le angustie del presente sono i gemiti di una nuova nascita. Se durano è perché questo genere di demoni che tormentano la nostra società si scacciano solo con la preghiera. Forse non abbiamo pregato abbastanza!”.

ARCIVESCOVO RUGGERO FRANCESCHINI, O.F.M. CAP., DI IZMIR, AMMINISTRATORE APOSTOLICO DEL VICARIATO APOSTOLICO DELL'ANATOLIA, PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DI TURCHIA (TURCHIA). “La piccola Chiesa di Turchia, a volte ignorata, ha avuto il sue triste momento di fama con il brutale assassinio del Presidente della Conferenza Episcopale Turca, Monsignor Luigi Padovese. In breve, voglio chiudere questa spiacevole parentesi cancellando insopportabili calunnie fatte circolare dagli stessi organizzatori del delitto. Perché di questo si tratta: omicidio premeditato, dagli stessi poteri occulti che il povero Luigi aveva, pochi mesi prima, indicato come responsabili dell'assassinio di Don Andrea Santoro, del giornalista armeno Dink e dei quattro protestanti di Malatya; cioè un' oscura trama di complicità tra ultranazionalisti e fanatici religiosi, esperti in strategia della tensione. La situazione pastorale e amministrativa del Vicariato dell' Anatolia è grave. (...) Cosa chiediamo alla Chiesa? Semplicemente quello che ora ci manca: un Pastore, qualcuno che lo aiuti, i mezzi per farlo, e tutto questo con ragionevole urgenza. (...) La Chiesa di Anatolia è a rischio di sopravvivenza (...). Voglio tuttavia rassicurare le Chiese vicine, in particolare quelle che soffrono persecuzione e vedono i propri fedeli trasformarsi in profughi, che come Conferenza Episcopale Turca saremo ancora disponibili all'accoglienza e all'aiuto fraterno, anche oltre le nostre possibilità; così come siamo aperti ad ogni collaborazione pastorale con le Chiese sorelle e con i musulmani di una laicità positiva, per il bene dei cristiani che vivono in Turchia, e per il bene dei poveri e dei profughi numerosi in Turchia”.

Successivamente sono intervenuti diversi Uditori. Di seguito riportiamo la sintesi di alcuni interventi.

PROFESSOR MARCO IMPAGLIAZZO, ORDINARIO DI STORIA CONTEMPORANEA PRESSO L'UNIVERSITÀ DEGLI STUDI PER STRANIERI DI PERUGIA, PRESIDENTE DELLA COMUNITÀ DI SANT'EGIDIO (ITALIA). “È nell’interesse delle società musulmane che le comunità cristiane siano vive e attive nel mondo mediorientale. Un Medio Oriente senza cristiani significherebbe la perdita di una presenza interna alla cultura araba, capace di rivendicare il pluralismo rispetto all’islam politico e all’islamizzazione. Senza di loro l’Islam sarebbe più solo e fondamentalista. I cristiani rappresentano una forma di resistenza a un ‘totalitarismo’ islamizzante. La loro permanenza in Medio Oriente è nell’interesse generale delle società della regione e dell’Islam. (...) In Medio Oriente non c’è solo da difendere un passato cristiano, ma anche da affermare una visione del futuro, partendo dalla convinzione che i cristiani hanno in questo una vocazione storica: comunicare il nome di Gesù, viverlo e, in tal modo lavorare per costruire in modo creativo una civiltà del vivere insieme di cui il mondo intero ha bisogno. C’è qui il dovere del dialogo. (...) Le Chiese in Medio Oriente possono essere artefici di una civiltà del vivere insieme, esemplare a livello mondiale, nella misura in cui reintegrano e rivendicano con voce alta e forte il senso della loro missione”.

SIGNORA PILAR LARA ALÉN, PRESIDENTE DALLA FONDAZIONE PROMOZIONE SOCIALE DELLA CULTURA (SPAGNA). “Attualmente la Fondazione è presente in 41 Paesi e in 4 continenti. Nei 5 Paesi del Medio Oriente, la nostra zona prioritaria, abbiamo gestito più di 98 programmi con un giro di affari di oltre 60 milioni di euro. Dopo questi anni di esperienza sul campo, vorrei fare alcuni commenti sulla situazione; in Medio Oriente assistiamo alla scomparsa di intere comunità cristiane, nell’indifferenza del mondo intero, specialmente dell’Europa. Allo stesso tempo la guerra fa parte della vita quotidiana; la povertà non è affatto l’unica causa dei conflitti, lo è piuttosto il fattore religioso. Infine, i cristiani continuano a vivere attorno alle loro Chiese, anche se, a volte, si tratta di un semplice formalismo sociale. La conclusione è che la presenza dei cristiani è fondamentale per la pace e la riconciliazione, ma essi dovrebbero operare senza escludere la religione dalla vita pubblica, come è successo in Europa, perché questo non è affatto utile allo sviluppo. I valori religiosi ci permettono di progredire contemporaneamente sul piano sociale e personale. Di conseguenza i cristiani devono adeguare i loro comportamenti al loro credo, superare l’odio e i rancori e ricercare il perdono. Essi non dovrebbero affatto predicare, a parole, il messaggio evangelico e, nei fatti, la vendetta e la lotta armata. Ciascuno ha l’obbligo di procurarsi una formazione che gli permetta di acquisire le condizioni adatte a progredire nella vita professionale e cristiana”.

Alle 18.30 il presidente delegato ha dato la parola ai rappresentanti dell’Islam: il Signor Muhammad al-Sammak, Consigliere politico del Gran Muftí del Libano, e all’Ayatollah Seyed Mostafa Mohaghegh Ahmadabadi, Professore presso la Facoltà di Diritto della Shahid Beheshti University di Teheran e Membro dell’Accademia Iraniana delle Scienze.

MUHAMMAD AL-SAMMAK (LIBANO). “Due aspetti negativi sono la causa del problema dei cristiani d’Oriente: il primo riguarda la mancanza di rispetto dei diritti dei cittadini nella piena uguaglianza di fronte alla legge in alcuni paesi. Il secondo riguarda l’incomprensione dello spirito degli insegnamenti islamici specifici relativi ai rapporti con i cristiani che il Sacro Corano ha definito “i più predisposti a amare i credenti” e ha giustificato questo amore affermando “che ci sono tra di loro sacerdoti e monaci e che essi non si riempiono d’orgoglio”.

“Questi due aspetti negativi, in tutto ciò che comportano come contenuti intellettuali e politici negativi, e in tutto ciò che implicano come atteggiamenti relativi agli accordi e alla loro applicazione e che provocano come azioni preoccupanti e nocive, fanno del male a tutti - cristiani e musulmani - e ci offendono tutti nella nostra vita e nel nostro destino comuni. Per questo, siamo chiamati, in quanto cristiani e musulmani, a lavorare insieme per trasformare questi due aspetti negativi in aspetti positivi: in primo luogo, attraverso il rispetto dei fondamenti e delle regole della cittadinanza che opera l’uguaglianza prima nei diritti e poi nei doveri. In secondo luogo, ostacolando la cultura dell’esagerazione e dell’estremismo nel suo rifiuto dell’altro e nel suo desiderio di avere il monopolio esclusivo della verità, e rafforzando e diffondendo la cultura della moderazione, dell’amore e del perdono, in quanto rispetto della differenza di religione e di fede, di lingua, di cultura, di colore e di razza e poi, come ci insegna il Sacro Corano ci rimettiamo al giudizio di Dio riguardo alle nostre differenze. Sì, i cristiani d’Oriente sono messi alla prova, ma non sono soli”.

“La presenza cristiana in oriente, che opera e agisce con i musulmani, è una necessità sia cristiana che islamica. È una necessità non solo per l’Oriente, ma anche per il mondo intero. Il pericolo di un calo di questa presenza a livello quantitativo e qualitativo è una preoccupazione sia cristiana che islamica, non solo per i musulmani d’Oriente, ma anche per tutti i musulmani del mondo. Non solo, io posso vivere il mio Islam con qualunque altro musulmano di ogni stato ed etnia, ma in quanto arabo orientale, non posso vivere la mia essenza di arabo senza il cristiano arabo orientale. L’emigrazione del cristiano è un impoverimento dell’identità araba, della sua cultura e della sua autenticità”.

“È per questo che sottolineo ancora una volta qui, dalla tribuna del Vaticano, ciò che ho già detto alla venerabile Mecca, ossia che sono preoccupato per il futuro dei musulmani d’Oriente a causa dell’emigrazione dei cristiani d’Oriente. Conservare la presenza cristiana è un comune dovere islamico nonché un comune dovere cristiano. I cristiani d’oriente non sono una minoranza casuale. Essi sono all’origine della presenza dell’Oriente prima dell’Islam. Sono parte integrante della formazione culturale, letteraria e scientifica della civiltà islamica”.

AYATOLLAH SEYED MOSTAFA MOHAGHEGH AHMADABADI (IRAN). “Nel corso degli ultimi decenni, le religioni si sono trovate di fronte a nuove situazioni. L’aspetto più importante di questo fatto è la diffusa confusione dei loro discepoli nel contesto reale della vita sociale, come pure nelle arene nazionali e internazionali. Prima della Seconda Guerra Mondiale, e nonostante gli sviluppi tecnologici, i seguaci delle diverse religioni vivevano di solito all’interno dei propri confini nazionali. Non esisteva l’enorme problema dell’immigrazione né la vasta espansione della comunicazione che unisce gruppi sociali tanto differenti tra loro”. (…) Ma oggi siamo testimoni dei grandi cambiamenti occorsi dalla metà del secolo scorso e tale trasformazione prosegue a un ritmo incredibile. Ciò non ha avuto soltanto un effetto qualitativo sui rapporti tra le religioni, ma ha altresì condizionato i rapporti tra i diversi segmenti delle religioni e perfino tra i loro seguaci. È indubbio che nessuna religione può rimanere indifferente di fronte a questa situazione di rapidi cambiamenti”.

“Nelle società in cui sono esistiti diversi gruppi etnici con le proprie lingue e religioni, per il bene della stabilità sociale e della “sanità etnica”, occorre che ognuno rispetti la loro presenza e i loro diritti. La concordanza di interessi e il benessere sociale a livello nazionale e internazionale sono tali che nessun gruppo o paese può essere trascurato. E questa è la realtà del nostro tempo”.

“Non dobbiamo forse considerare inoltre quale sia la situazione ideale per i credenti e i seguaci? Qual è la migliore condizione raggiunta? Sembra che il mondo ideale sia uno stato in cui i credenti di ogni religione, liberamente e senza preoccupazioni, timori o obblighi, possano vivere secondo i principi fondamentali e le usanze dei propri costumi e tradizioni. Tale diritto universalmente riconosciuto dovrebbe essere messo effettivamente in pratica dagli stati e dalle comunità”.
SE/ VIS 20101015 (2120)

OTTAVA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTA' DEL VATICANO, 15 OTT. 2010 (VIS). Questa mattina, in presenza del Santo Padre e di 168 Padri Sinodali, si è tenuta l’Ottava Congregazione Generale dell’Assemblea Generale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Presidente Delegato di turno è stato il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.

Di seguito riportiamo gli interventi di un Delegato fraterno, dei Padri Sinodali e degli Uditori.

VESCOVO SHAHAN SARKISSIAN, DI ALEPPO, PRIMATE DEGLI ARMENI IN SIRIA. “Dobbiamo manifestare più concretamente e più chiaramente l’Unità delle Chiese, che costituisce, oggi più che mai, un imperativo per il Medio Oriente. (...) Il rispetto e la comprensione reciproca costituiscono le basi del dialogo e della coesistenza islamico – cristiana. Approfondire la convivenza con l’Islam, rimanendo fedeli alla missione e all’identità cristiana. (...) Si considera una priorità, rilanciare e promuovere l’educazione cristiana, il rinnovamento spirituale e la diaconia, l’evangelizzazione interna e la trasmissione di valori cristiani ai giovani, la partecipazione attiva dei laici alla vita e vocazione della Chiesa. Sottolineare l’importanza della collaborazione ecumenica istituzionale e il dialogo teologico bilaterale. La riforma e la riorganizzazione del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente costituiscono oggi una priorità fondamentale, alla quale già si dedicano le Chiese membri del Consiglio”.

CARDINALE JEAN-LOUIS TAURAN, PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO “L’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi rappresenta una opportunità e una sfida: 1) una opportunità perché deve permettere di comprendere meglio che i conflitti non risolti della regione non sono causati da motivi religiosi, come testimonia la presenza fra noi di rappresentanti del Giudaismo e dell’Islam. L’urgenza di una riflessione trilaterale (ebrei, cristiani e musulmani) sul ruolo delle religioni nelle società medio orientali. 2) Una sfida è quella di offrire ai cristiani del Medio Oriente orientamenti concreti: non dobbiamo essere timidi nel reclamare non solo la libertà di culto, ma anche la libertà religiosa. La società e la Chiesa non devono né forzare una persona ad agire contro la sua coscienza, né impedirle di agire secondo la sua coscienza. Investiamo di più in favore delle nostre scuole e università, frequentate da cristiani e musulmani: sono laboratori indispensabili per vivere insieme. Domandiamoci se facciamo abbastanza, a livello delle chiese locali, per incoraggiare i nostri cristiani a rimanere sul posto, alloggi, costi per l’istruzione, assistenza sanitaria. Non si può aspettare tutto dagli altri”.

VESCOVO GIACINTO-BOULOS MARCUZZO, AUSILIARE DI GERUSALEMME DEI LATINI, VICARIO PATRIARCALE DI GERUSALEMMEI DEI LATINI PER ISRAELE. “La formazione è in assoluto la più grande necessità della Chiesa in Medio Oriente. È la priorità pastorale che il l’Assemblea Speciale per il Medio Oriente dovrebbe avere. (...) Il miglior metodo da seguire per questa operazione pastorale di fede e di Chiesa, sono convinto che sia il tradizionale e sempre attuale: “Osservare, giudicare, attuare. (...) Osservare la realtà, i cambiamenti e i ‘segni dei tempi’; giudicare la realtà alla luce della Parola di Dio e della fede e fare discernimento; in ultimo, passare alla vita, programmando piani d’azione e di compromesso. (...) Oggi in Terra Santa tutte le Chiese cattoliche hanno compiuto un’altra grande mediazione culturale e hanno realizzato l’esperienza di un Sinodo pastorale diocesano, il quale ha veramente ravvivato e rinnovato la nostra fede, e ci ha dato un ‘Piano generale pastorale’ comune per questo tempo. (...) Dal momento che è il miglior metodo nei momenti di novità e cambiamento, la mediazione culturale della fede è anche la più indicata per la nostra situazione in Israele, dove vi sono due grandi novità storiche nella Chiesa: una Comunità arabo-palestinese che vive in minoranza in mezzo alla maggioranza ebraica; la nascita di una ‘Comunità cattolica di espressione ebraica’”.

PROFESSORE AGOSTINO BORROMEO, GOVERNATORE GENERALE DELL’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME (ITALIA). “Oltre ai tradizionali aiuti alle Chiese, si potrebbe tuttavia cercare di porre in essere nuove strategie miranti a creare migliori condizioni di vita a favore dei cristiani. Cito alcuni esempi: 1) costruzione di alloggi sociali; 2) la creazione di ambulatori medici nelle località distanti dai centri ospedalieri; 3) la concessione di microcrediti, soprattutto per finanziare attività che creino nuove fonti di redditi o aumentino quelli già percepiti; 4) l'elaborazione di un sistema di microassicurazioni, con particolare riferimento al settore delle assicurazioni sanitarie; 5) contatti con imprese occidentali al fine di verificare se possano essere interessate a trasferire alcune fasi dei processi produttivi in Medio Oriente. Naturalmente, queste iniziative dovranno essere poste in opera in stretta collaborazione con le autorità ecclesiastiche locali e sotto il controllo delle singole Chiese. Anche se i risultati potrebbero essere modesti, essi rappresenterebbero comunque una testimonianza concreta della vicinanza dei cristiani di tutto il mondo ai problemi e alle sofferenze dei nostri fratelli e sorelle del Medio Oriente”.

MADAME JOCELYNE KHOUEIRY, MEMBRO FONDATORE E PRESIDENTE DEL MOVIMENTO MARIANO: “LA LIBANEISE FEMME DU 31 MAI”. “Nella nostra Chiesa dobbiamo offrire la possibilità alle donne, ai giovani, alle coppie, alle famiglie e, soprattutto, alle persone disabili, di poter compiere scelte di vita coerenti con il Vangelo, e di scoprire la loro propria missione nella Chiesa e nella società araba e medio orientale. (...) L’integrazione della preparazione remota al matrimonio e ai valori familiari deve costituire una priorità nei nostri programmi educativi e pastorali, per contribuire ad affrontare con coscienza e responsabilità le deviazioni della società del consumo. (...) Se la donna cristiana può esprimersi e testimoniare la bellezza della fede e del vero senso della dignità e della libertà, ciò costituisce una testimonianza urgente che interpella la donna musulmana e apre nuovi cammini al dialogo. Non è secondario, di fronte alla continua minaccia dell’emigrazione, che le nostre famiglie possano appoggiarsi ed essere accompagnate dalla loro Chiesa, madre ed educatrice, affinché siano realmente santuari aperti al dono della vita, soprattutto quando questa è segnata dalla disabilità o da difficoltà socio-economiche”.
SE/ VIS 20101015 (960)

MESSAGGIO ALLA F.A.O. GIORNATA MONDIALE ALIMENTAZIONE

CITTA' DEL VATICANO, 15 OTT. 2010 (VIS). Il Santo Padre ha indirizzato un Messaggio al Direttore Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (F.A.O.), Dottor Jacques Diouf, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione.

“Il tema della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2010 ‘Uniti contro la Fame’” – scrive il Papa – “ricorda opportunamente che tutti devono impegnarsi per dare al settore agricolo la giusta importanza. Tutti – dal singolo alle organizzazioni della società civile, stati e istituzioni internazionali – devono dare priorità ad uno degli obiettivi più urgenti per la famiglia umana: la libertà dalla fame. Per realizzare la libertà dalla fame è necessario assicurare non soltanto la disponibilità di alimenti, ma anche che ognuno abbia quotidiano accesso all’alimentazione: ciò significa promuovere le risorse e le infrastrutture necessarie a sostenere la produzione e la distribuzione su scala sufficiente e a garantire pienamente il diritto all’alimentazione”.

“Se la comunità internazionale deve essere ‘realmente’ unita contro la fame” – sottolinea Benedetto XVI – “allora si deve vincere la povertà mediante un autentico sviluppo umano, fondato sull’idea della persona come unità di corpo, anima e spirito. Oggi, tuttavia, c’è la tendenza a limitare la visione dello sviluppo a quella che soddisfa le necessità materiali della persona, specialmente tramite l’accesso alla tecnologia; tuttavia l’autentico sviluppo non è semplicemente una funzione di ciò che una persona ‘ha’, deve anche abbracciare i valori più alti di fraternità. solidarietà, e bene comune”.

“In tale contesto, la F.A.O. ha il compito essenziale di esaminare la questione della fame nel mondo a livello istituzionale e deve proporre particolari iniziative che coinvolgono i suoi stati membri nel rispondere alla crescente domanda di cibo. Le nazioni del mondo sono chiamate a dare e a ricevere in proporzione ai loro bisogni effettivi, in ragione della ‘pressante urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà’ specialmente nei rapporti fra paesi in via di sviluppo e paesi altamente industrializzati”.
MESS/ VIS 20101015 (330)

UDIENZE

CITTA' DEL VATICANO, 15 OTT. 2010 (VIS). Nel pomeriggio di ieri il Santo Padre ha ricevuto in udienza il Signor Muhammad al-Sammak, Consigliere politico del Gran Mufti dl Libano per l’Islam sunnita e il Signor Ayatollah Seyed Mostafa Mohaghegh Ahmadabadi, Ph.D., Professore presso la Facoltà di Diritto alla Shahid Beheshti University di Teheran e Membro dell’Accademia Iraniana delle Scienze, per l’Islam sciita.
AP/ VIS
20101015 (70)

ALTRI ATTI PONTIFICI

CITTA' DEL VATICANO, 15 OTT. 2010 (VIS). Il Santo Padre ha nominato l’Arcivescovo Jose Serofia Palma, finora Arcivescovo Metropolita di Palo (Filippine), Arcivescovo Metropolita di Cebu (superficie: 5.088; popolazione: 4.016.000; cattolici: 3.624.000; sacerdoti: 760; religiosi: 2.445), Filippine. L’Arcivescovo Serofia Palma succede al Cardinale Ricardo J. Vidal, del quale il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della medesima Arcidiocesi metropolitana, presentata per raggiunti limiti d’età.
NER:RE/ VIS 20101015 (80)

giovedì 14 ottobre 2010

QUINTA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTA' DEL VATICANO, 13 OTT. 2010 (VIS). La Quinta Congregazione Generale si è tenuta questo pomeriggio nell’Aula del Sinodo, con gli interventi dei Padri Sinodali. Presidente Delegato di turno è stato il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Successivamente hanno avuto luogo gli interventi liberi in presenza del Santo Padre.
SUA BEATITUDINE NERSES BEDROS XIX TARMOUNI, PATRIARCA DI CILICIA DEGLI ARMENI, ARCIVESCOVO DI BEIRUT DEGLI ARMENI (LIBANO). “Il ritorno alla prima comunità cristiana ci mostra che i primi cristiani non hanno avuto una vita facile, esente dalle difficoltà e dalle avversità; al contrario, hanno subito oltraggi e persecuzioni. Ma questo non ha impedito loro di proclamare integralmente l’insegnamento di Gesù e di perdonare. Troviamo situazioni simili nel contesto attuale. I cristiani non illuminati dallo Spirito Santo credono di dover essere risparmiati dalle difficoltà. Si tratta di un fatto importante da sottolineare; in questo senso occorre rievangelizzare i nostri fedeli proponendo loro la fede vissuta nei primi secoli del cristianesimo. Ciò non significa che non sia necessario lottare per ristabilire la giustizia e la pace in Medio Oriente. Ma sarebbe sbagliato sostenere che, senza questa giustizia e questa pace, il cristiano non può vivere pienamente la sua fede o che deve emigrare. Peraltro, nessuno emigra per la ricerca di una vita cristiana migliore. Il cristiano convinto di essere chiamato, per il battesimo, a testimoniare la sua fede e che conduce una vita cristiana in comunità non ha come prima preoccupazione la ricerca del benessere materiale o della pace e neppure la fuga dai problemi per la tranquillità sua e dei suo cari. Anzi, prendendo esempio dalla testimonianza dei suoi antenati del Medio Oriente, lavora in gruppo con altri confratelli cristiani, per testimoniare con la vita e con l’esempio, per rendere più convincente il messaggio d’amore di Gesù”.
VESCOVO PAUL HINDER, O.F.M. CAP., VICARIO APOSTOLICO DI ARABIA (EMIRATI ARABI UNITI). “I due Vicariati della Penisola arabica, comprendenti Kuwait, Bahrein, Quatar, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen e Arabia Saudita, non hanno cristiani nativi. I 3 milioni di cattolici su una popolazione di 65 milioni di abitanti sono tutti lavoratori migranti provenienti da un centinaio di Nazioni, per la maggior parte dalle Filippine e dall’India. Circa l’80% sono di rito latino, gli altri appartengono alle Chiese Cattoliche Orientali. Entrambi i Vicari Apostolici sono di rito latino; l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini ha lo ‘ius commissionis’ per il territorio; i due terzi degli 80 sacerdoti sono Frati Cappuccini di India, Filippine, Europa e America, appartenenti a differenti riti. (...) Presenza cattolica nei Paesi arabi con l’Islam come religione di stato: leggi severe sull’immigrazione (restrizione del numero dei sacerdoti) e sistema di sicurezza. Diritti individuali e assistenza sociale molto limitati. Nessuna libertà di religione (nessun musulmano può convertirsi, ma i cristiani sono benvenuti nell’Islam), limitata libertà di culto in luoghi designati, concessi da governanti benevoli (eccetto in Arabia Saudita)”.
ARCIVESCOVO ELIE BÉCHARA HADDAD, B.S., DI SIDONE DEI GRECO-MELKITI (LIBANO). “La vendita dei terreni dei cristiani in Libano sta diventando un fenomeno pericoloso che rischia di minacciare la presenza cristiana fino ad annientarla nei prossimi anni. Per porre rimedio a questo fenomeno, proponiamo di: creare una strategia di solidarietà tra le Chiese legate alla Santa Sede; modificare il discorso della Chiesa nei confronti dell’Islam al fine di distinguere nettamente tra Islam e fondamentalismo. Ciò favorisce il nostro dialogo con i musulmani in modo da aiutarci a perseverare nella nostra terra; passare dal concetto di aiuto ai cristiani d’Oriente al concetto di sviluppo per radicarli nelle proprie terre e trovare loro un lavoro. La nostra esperienza nella Diocesi di Saïda è emblematica in questo senso”.
VESCOVO ANTOINE AUDO, S.I., DI ALEP DEI CALDEI (SIRIA). “Nonostante la diminuzione del numero delle vocazioni, occorre mettere alla prova i candidati prima di ammetterli in seminario. Formare i seminaristi al significato profondo di ciascuna liturgia ed essere capaci di apertura all’universalità della Chiesa. Nella teologia, basarsi sul Vaticano II, rispondere alle questioni della modernità nel contesto arabo-musulmano, prestando particolare attenzione all’uso corretto della lingua araba. Infine, seguendo e sulla base dei suggerimenti di Benedetto XVI, dare importanza a una formazione dottrinale solida e viva, che si traduca nella vita quotidiana. (...) Imparare a pregare, insegnare il catechismo, seguire le famiglie, ascoltare le confessioni sono elementi vitali di questa formazione. Accompagnamento pastorale e spirituale durante l’esercizio del ministero sacerdotale. (...) Considerare con obiettività le necessità dei sacerdoti ed arrivare a una compatibilità trasparente della diocesi che aiuti a sviluppare la fiducia fra i sacerdoti e i fedeli. Che la Congregazione per le Chiese Orientali aiuti ogni patriarcato e diocesi a creare un sistema di assicurazione per la malattia e la vecchiaia. Le risorse ci sono, mancano le competenze e il rigore”.
ARCIVESCOVO BERHANEYESUS DEMEREW SOURAPHIEL, C.M., DI ADDIS ABEBA, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DELLA CHIESA ETIOPICA, PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE (ETIOPIA E ERITREA) (ETIOPIA). “L’Etiopia ha circa 80 milioni di abitanti, metà dei quali di età inferiore ai 25 anni. La grande sfida che il Paese affronta è la povertà con le sue conseguenze, quali la disoccupazione. Molti giovani, desiderosi di fuggire la povertà, cercano con ogni mezzo di emigrare. Quelli che emigrano nel Medio Oriente sono per lo più giovani donne che vanno, legalmente o illegalmente, in cerca di un impiego come lavoratrici domestiche, perché la maggior parte di esse non ha alcuna formazione professionale. Per poter facilitare il viaggio, i cristiani cambiano i loro nomi cristiani in nomi musulmani e si vestono come musulmani, in modo da facilitare la procedura dei loro visti. In questo modo i cristiani sono indirettamente forzati a rinnegare le loro radici e la loro eredità cristiane. (...) Anche se ci sono casi eccezionali in cui i lavoratori sono trattati bene e con gentilezza, la grande maggioranza è vittima di sfruttamento e abusi. (...) Sembra che ai cristiani che muoiono in Arabia Saudita non sia permesso di esservi seppelliti; i loro corpi sono trasportati in volo in Etiopia per la sepoltura. Si potrebbe chiedere alle autorità saudite di concedere un cimitero per i cristiani dell’Arabia Saudita? Molti etiopici si rivolgono alle Chiese cattoliche del Medio Oriente per aiuto e assistenza. Desidero ringraziare le gerarchie cattoliche del Medio Oriente che stanno facendo del loro meglio per assistere le vittime di abuso e sfruttamento. Siamo grati, per esempio, per il grande lavoro della Caritas del Libano. La moderna emigrazione è considerata come una ‘moderna schiavitù’. Ma ricordiamo che gli emigrati di oggi saranno domani cittadini e leader nei Paesi ospiti o nella loro patria”.
Successivamente il Presidente Delegato di turno ha dato la parola all’Invitato Speciale, Rabbino David Rosen, Consigliere del Gran Rabbinato di Israele, Direttore del “Dipartimento per gli Affari Interreligiosi del Comitato Ebraico- Americano e dell’Istituto Heilbrunn per la Comprensione Interreligiosa Internazionale” (Israele), che ha parlato su: “Rapporti Ebrei-Cristiani e Medio Oriente”.
Di seguito riportiamo alcuni estratti del discorso:
“Oggi il rapporto tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico vive una fortunata trasformazione – si potrebbe affermare senza precedenti storici. Nelle sue parole nella Grande Sinagoga di Roma il gennaio scorso, Sua Santità Papa Benedetto XVI ha ricordato l’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II come un “punto fermo a cui riferirsi costantemente nel nostro atteggiamento e nei nostri rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa”.
(...) “Fino a poco tempo fa la maggior parte della società israeliana è stata alquanto inconsapevole dei profondi cambiamenti dei rapporti fra cattolici e ebrei. Tuttavia questa situazione ha cominciato a cambiare in modo significativo nell’ultimo decennio per diversi motivi, di cui due sono specialmente degni di nota. Il primo è l’impatto della visita del compianto Papa Giovanni Paolo II nell’anno 2000, a seguito dello stabilimento di rapporti diplomatici bilaterali tra Israele e la Santa Sede sei anni prima. (...) Il potere delle immagini, il significato delle quali Papa Giovanni Paolo II comprendeva bene, ha rivelato chiaramente alla maggioranza della società israeliana la trasformazione che aveva avuto luogo negli atteggiamenti dei cristiani riguardo al popolo ebraico, con il quale il Papa aveva mantenuto e avrebbe continuato a mantenere mutua amicizia e rispetto. Per Israele vedere il Papa al Muro del Pianto, ciò che era rimasto del Secondo Tempio, stare in piedi nel rispetto della tradizione ebraica, porvi il testo che aveva composto per una liturgia di perdono che aveva avuto luogo due settimane prima qui a, San Pietro, impetrando il perdono Divino per i peccati commessi contro gli Ebrei nei secoli, ha avuto un effetto straordinario e commovente. Gli ebrei israeliani hanno ancora molta strada da fare per superare la negatività del passato, ma non c’è dubbio che gli atteggiamenti sono mutati da quella storica visita”. “L’altro importante fattore è l’influsso di altri cristiani che hanno raddoppiato l’assetto demografico della popolazione cristiana in Israele. Mi riferisco prima di tutto ai circa cinquantamila cristiani praticanti immigrati in Israele negli ultimi venti anni dall’ex Unione Sovietica. (...) Tuttavia c’è una terza significativa popolazione cristiana in Israele la cui permanenza legale è alle volte problematica. Si tratta di migliaia di cristiani praticanti su quasi un quarto di milione di lavoratori immigrati provenienti dalle Filippine, dall’Europa Orientale, dall’America Latina e dall’Africa Sub-Sahariana. Molti di loro sono ospiti nel Paese legalmente e temporaneamente. (...) La ragguardevole presenza cristiana in questa popolazione mantiene una vita religiosa viva e costituisce una significativa terza dimensione della realtà cristiana nell’Israele di oggi. Questi fattori hanno contribuito, fra gli altri, ad una crescente familiarità in Israele con il cristianesimo odierno”.
“I cristiani in Israele sono ovviamente in una situazione molto diversa rispetto alle altre comunità sorelle in Terra Santa, parte integrante della società palestinese che lotta per la propria indipendenza, inevitabilmente e quotidianamente coinvolti nel conflitto israelo-palestinese. (...) È giusto e opportuno che questi cristiani palestinesi esprimano le loro sofferenze e speranze sulla situazione. (...) La condizione dei Palestinesi in generale e dei Palestinesi cristiani in particolare dovrebbe essere di grande preoccupazione per gli Ebrei di Israele e della Diaspora. Per cominciare, specialmente l’ebraismo ha portato il riconoscimento al mondo che ogni persona umana è creata a immagine di Dio. (...) Noi abbiamo una speciale responsabilità in particolare per il nostro prossimo che soffre. Questa responsabilità è ancora maggiore quando le sofferenze derivano da un conflitto del quale noi siamo una parte e paradossalmente precisamente dove abbiamo il dovere morale e religioso di proteggerci e difenderci. (...) La responsabilità ebraica di assicurare che le comunità cristiane fioriscano fra di noi, nel rispetto del fatto che la Terra Santa è la terra della nascita della Cristianità e dei Luoghi Santi, è rafforzato dalla nostra riscoperta e crescente fraternità”.
“Tuttavia anche oltre la nostra particolare relazione, i cristiani come minoranza, nel contesto ebraico e musulmano, ricoprono un ruolo speciale per le nostre società. La situazione delle minoranze è sempre una profonda riflessione della condizione sociale e morale di una società nel suo complesso. Il benessere delle comunità cristiane in Medio Oriente è una specie di barometro delle condizioni morali dei nostri paesi. Il grado di diritti civili e religiosi e della libertà dei cristiani, certifica la salute o l’infermità delle rispettive società nel Medio Oriente. Inoltre come ho già indicato, i cristiani ricoprono un ruolo chiave nel promuovere la comprensione interreligiosa e la cooperazione nel Paese. Suggerirei che questa è precisamente la missione cristiana, contribuire a superare il pregiudizio e i fraintendimenti che agitano la Terra Santa”.
(...) “L’Instrumentum Laboris’ cita le parole di Benedetto XVI: ‘È importante da una parte avere dialoghi bilaterli – con gli Ebrei e con l’Islam – e anche un dialogo trilaterale’ . Quest’anno, per la prima volta, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo hanno ospitato insieme con il Comitato Internazionale Ebraico per le Consultazioni Interreligiose (IJCIC) e la fondazione per le Tre Culture in Siviglia, Spagna, il nostro primo dialogo trilaterale. Questa è stata una grande gioia per me, (....) e spero con fervore che questo sia solo l’inizio di un dialogo trilaterale più esteso, per superare il sospetto, il pregiudizio e il fraintendimento, così che possiamo essere in grado di individuare i valori condivisi nella famiglia di Abramo per il benessere dell’umanità”.
SE/ VIS 20101014 (2040)

SESTA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTÀ DEL VATICANO, 14 OTT 2010 (VIS). Questa mattina si è svolta la Sesta Congregazione Generale, alla presenza del Papa e di 167 Padri Sinodali. Presidente Delegato di turno è stato Sua Beatitudine Ignace Youssef III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri (Libano).
Riportiamo di seguito estratti di alcuni interventi:
SUA BEATITUDINE IGNACE YOUSSEF III YOUNAN, PATRIARCA DI ANTIOCHIA DEI SIRI (LIBANO). “Da duemila anni, e in particolare negli ultimi quattordici secoli, i cristiani, divenuti minoranza nei loro paesi, sono stati duramente provati nella loro testimonianza di fede fino al martirio. Il nostro amato Salvatore, prima della sua ultima offerta, difese la Verità, sinonimo del diritto inalienabile della persona alla libertà, offrendo la Sua salvezza per tutti, anche per coloro che si opponevano al suo messaggio d’amore incomparabile e universale. La nostra salvezza è aderire coraggiosamente al suo messaggio e proclamare, senza alcun timore la Verità nella vera carità. I nostri fedeli che nella regione tormentata del Medio Oriente hanno diritto a sperare, si aspettano molto da questo Sinodo. Sta a noi dare loro le ragioni della loro fede inseparabile dalla speranza nel nostro amato Salvatore, che ci rassicurati: ‘non temere, piccolo gregge’”.
ARCIVESCOVO CLAUDIO MARIA CELLI, PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI (CITTÀ DEL VATICANO). “La cultura digitale è presente anche nelle diverse nazioni del Medio Oriente e nelle Chiese locali attraverso le TV, le radio, il cinema, i siti web e le reti sociali. Tutto questo spazio mediatico incide sulla vita quotidiana. (…) È necessaria la formazione degli agenti di pastorale. Certo, dei laici e in particolare dei giornalisti, ma non solo. È urgente la formazione dei seminaristi, non tanto alla tecnologia, che sanno gestire molto meglio di noi, ma alla comunicazione, alla comunione in questa cultura in veloce sviluppo. Senza dei sacerdoti e poi dei vescovi che capiscano la cultura odierna, ci sarà ancora un divario comunicativo che non favorisce la trasmissione della fede ai giovani nella Chiesa. Non basta costruire dei siti web; ci vuole una presenza che riesca a creare vincoli di comunicazione autentica, che apra dei ‘luoghi’ di aggregazione per la testimonianza della fede e del rispetto dell'altro. Ovviamente, ciò non significa trascurare l'incontro personale e la vita comunitaria presenziale; non si tratta di azioni alternative. Sono ormai, tutte e due, indispensabili per l'estensione del Regno di Dio”.
VESCOVO JEAN TEYROUZ, AUSILIARE DI CILICIA DEGLI ARMENI (LIBANO). “Il Papa Giovanni Paolo II chiede di mantenere e intensificare i rapporti tra le comunità cattoliche della diaspora e i diversi patriarcati. (…) Le Chiese ortodosse godono di maggiori poteri in tutte le questioni riguardanti il loro patriarcato. In una prospettiva ecumenica, il non concedere alle Chiese orientali cattoliche maggiori poteri giurisdizionali costituisce un ostacolo e rischia di farle scomparire un giorno. Non pianificare il futuro significa votarsi alla sconfitta. La vita ha il suo modo di punire i ritardatari. Invece, il fatto che queste Chiese abbiano maggiore giurisdizione, non è uno stimolo che favorisce l’unità delle Chiese? Concludendo, non è forse auspicabile che la Chiesa cattolica conceda maggiori poteri giurisdizionali ai patriarchi delle Chiese “sui iuris” per il bene di tutte le Chiese cattoliche e ortodosse?”.
ARCIVESCOVO GEORGES BOU-JAOUDÉ C.M., DI TRIPOLI DEI MARONITI (LIBANO). “L’“Instrumentum Laboris” ha fatto appena allusione al ruolo dei laici nella Chiesa e al loro rapporto con il clero e i Vescovi. Nella Chiesa maronita i laici hanno sempre partecipato alla vita della Chiesa attraverso le confraternite mariane. Allo stesso modo, alcuni laici sono sempre stati incaricati della gestione dei beni e delle proprietà della Chiesa; altri, ordinati sotto-diaconi, aiutavano nelle relazioni con l’autorità civile. Sono nati nuovi movimenti ispirati a quelli fondati in Occidente. Alcuni si sono inculturati all’interno delle Chiese orientali, altri non ancora. Le giornate mondiali della gioventù hanno dato vita a gruppi e commissioni di giovani nelle diocesi. Nel 1997 in Libano, si è svolto un congresso di laici, convocato dal Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici a Roma. Attualmente se ne sta preparando un altro su decisione dei Patriarchi cattolici d’Oriente”.
VESCOVO CAMILLO BALLIN, M.C.C.J., VICARIO APOSTOLICO DEL KUWAIT (KUWAIT). “Nella tradizione musulmana, il Golfo è la terra sacra del profeta dell’Islam, Maometto, e nessun’altra religione dovrebbe esistere lì. Come possiamo conciliare questa affermazione con la realtà delle nostre Chiese nel Golfo, in cui vivono circa tre milioni di cattolici? Essi provengono dai paesi asiatici e non solo. La realtà della loro presenza, che non può essere nascosta, mette in discussione l’affermazione musulmana. Non possiamo ridurre la nostra assistenza a questi fedeli unicamente alla celebrazione della messa della domenica, o anche quotidiana, e alle nostre omelie. Occorre recuperare l’aspetto missionario della Chiesa. Infatti, una Chiesa che non ha uno spirito missionario e che si ripiega su se stessa, sulle proprie devozioni e tradizioni, è destinata a vivere una vita che non è la vita ‘in abbondanza’ voluta dal Signore. In questo, le Congregazioni missionarie latine hanno un ruolo fondamentale da svolgere. È urgente accogliere i carismi, le nuove realtà ecclesiali riconosciute dalla Santa Sede anche se sono spesso considerate adatte solo per la Chiesa latina e poco o per niente adatte alle Chiese orientali. È importante formare i cristiani delle nostre Chiese a uno spirito veramente cattolico e universale, capace di spezzare il giogo del provincialismo (anche religioso), del nazionalismo (etnocentrico) e del razzismo (latente). Voglio rassicurare le loro Beatitudini i Patriarchi e tutti i nostri fratelli Vescovi che nel Golfo stiamo facendo tutto quanto è nelle nostre possibilità e che se foste voi stessi là non potreste fare di più. Chiediamo ai nostri fratelli musulmani di darci gli spazi necessari per poter pregare adeguatamente”.
ARCIVESCOVO PAUL NABIL EL-SAYAH, ESARCA PATRIARCALE DI ANTIOCHIA DEI MARONITI, DI HAIFA E TERRA SANTA, ESARCA PATRIARCALE A GERUSALEMME, IN PALESTINA E GIORDANIA (ISRAELE). “La questione ecumenica in Medio Oriente, in generale, e in Terra Santa, in particolare, è diventata una sfida di estrema importanza per tutta la Chiesa, dalla base al vertice del sua struttura. Abbiamo 13 Chiese principali a Gerusalemme, con confini fisici e psicologici assai ben delineati, le cui tradizioni e memorie sono più temprate che in qualsiasi altra parte del mondo. Lo scandalo delle nostre divisioni viene spesso trasmesso in diretta mondiale, soprattutto quando i conflitti scoppiano presso il Santo Sepolcro il Venerdì Santo, o nella chiesa della Natività, la mattina di Natale, sotto gli occhi dei mezzi di comunicazione internazionali. (…) La nostra identità di cristiani sarà sempre deficitaria se non ci sforziamo seriamente di rispettare l’agenda ecumenica. (…) La testimonianza non può essere data in modo autentico se le nostre chiese non sono insieme e non lavorano insieme. Affrontare le sfide ecumeniche non è un’opzione, per noi, bensì una necessità assoluta. (…) Vorrei esortare le nostre Chiese a fare i passi necessari per salvare il Consiglio delle Chiese Mediorientali che sembra essere sul punto di disintegrarsi. Esso è l’unico ombrello sotto cui possono ripararsi tutte insieme le nostre Chiese. Sarebbe una gran perdita per la causa ecumenica”. SE/ VIS 20101014 (1170)

UDIENZE

CITTA' DEL VATICANO, 14 OTT. 2010 (VIS). Nel pomeriggio di ieri il Santo Padre ha ricevuto in udienze separate:
- Il Cardinale Joachim Meisner, Arcivescovo di Köln (Germania).
- Il Rabbino David Rosen, Direttore degli Affari Interreligiosi dell’American Jewish Committee e Consulente del Gran Rabbinato di Israele.
AP/ VIS 20101014 (50)

ALTRI ATTI PONTIFICI

CITTA' DEL VATICANO, 14 OTT. 2010 (VIS). Il Santo Padre ha nominato il Vescovo Gustavo Garcia-Siller, M.Sp.S., finora Ausiliare di Chicago (Stati Uniti d’America), Arcivescovo Metropolita di San Antonio (superficie: 60.036; popolazione: 2.196.159; cattolici: 695.079; sacerdoti: 381; religiosi: 1.025; diaconi permanenti: 348), Stati Uniti d’America. L’Arcivescovo eletto è nato nel 1956 a San Luis Potosi (Messico), è stato ordinato sacerdote nel 1984 per la Congregazione dei Missionari dello Spirito Santo ed ha ricevuto la consacrazione episcopale nel 2003.
NER/ VIS 20101014 (90)

mercoledì 13 ottobre 2010

QUARTA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTA' DEL VATICANO, 12 OTT. 2010 (VIS). Nel pomeriggio di oggi ha avuto luogo la Quarta Congregazione Generale dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Presidente Delegato di turno è stato Sua Beatitudine Ignace Youssif III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri (Libano). Erano presenti 161 Padri Sinodali. Il Papa ha assistito agli interventi liberi al termine della sessione.

Di seguito riportiamo estratti di alcuni interventi:

SUA BEATITUDINE GREGORIOS III LAHAM, B.S., PATRIARCA DI ANTIOCHIA DEI GRECO-MELKITI, ARCIVESCOVO DI DAMASCO DEI GRECO-MELKITI (SIRIA) “La presenza cristiana nel mondo arabo è minacciata dai cicli di guerre che si abbattono su questa regione culla del cristianesimo. La causa principale è il conflitto israelo-palestinese: i movimenti fondamentalisti, il movimento Hamas, Hezbollah sono le conseguenze di questo conflitto come le discordie esterne, la lentezza nello sviluppo, il sorgere dell’odio, la perdita della speranza nei giovani che sono il 60% della popolazione dei paesi arabi. (...) Fra le conseguenze più pericolose del conflitto israelo-palestinese: l’emigrazione che farà della società araba una società di un solo colore, unicamente musulmana di fronte ad una società europea detta cristiana. Se questo accadesse e l’Oriente dovesse svuotarsi dei suoi cristiani, ciò vorrebbe dire che ogni occasione sarebbe propizia per un nuovo scontro delle culture, delle civiltà e anche delle religioni, uno scontro distruttivo fra l’Oriente arabo musulmano e l’Occidente cristiano”.

CARDINALE JOHN PATRICK FOLEY, GRAN MAESTRO DELL’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME (CITTÀ DEL VATICANO). “Mentre molti, compresa la Santa Sede, hanno suggerito una soluzione a due della crisi israelo-palestinese, più passa il tempo più una tale soluzione diventa difficile, poiché la realizzazione di insediamenti israeliani e di infrastrutture sotto il controllo israeliano a Gerusalemme Est e in altre parti della Cisgiordania rendono sempre più arduo lo sviluppo di uno stato palestinese possibile e integrale. Durante lo storico pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa dello scorso anno, ho avuto la possibilità di intrattenere brevi conversazioni con leader politici ai massimi livelli in Giordania, Israele e Palestina. Tutti loro hanno parlato del grande contributo alla comprensione reciproca dato dalle scuole cattoliche in quelle aree. Poiché le scuole cattoliche sono aperte a tutti e non solo ai cattolici e agli altri cristiani, vi vengono iscritti molti bambini musulmani e perfino alcuni bambini ebrei. Gli effetti sono evidenti e illuminanti. Si è generato un mutuo rispetto che, speriamo, porterà alla riconciliazione e perfino all’amore reciproco”.

SUA BEATITUDINE FOUAD TWAL, PATRIARCA DI GERUSALEMME DEI LATINI (GERUSALEMME). “La Chiesa Madre di Gerusalemme (...) custodisce per tutta la Chiesa i Luoghi Santi dei patriarchi, dei profeti, di Gesù Cristo, della Vergine Maria e degli apostoli. (...) La Chiesa Madre di Gerusalemme deve dunque essere oggetto dell’amore, della preghiera e dell’attenzione di tutta la Chiesa, di tutti i vescovi, sacerdoti e fedeli del Popolo di Dio. Essere solidali con la Chiesa di Gerusalemme, vivere la comunione e la testimonianza di cui parla questo Sinodo deriva dai nostri doveri di pastori e dalla collegialità episcopale. Amare la Terra Santa implica la visita dei Luoghi Santi e l’incontro con la comunità locale. Amare la Terra Santa significa anche servirla: non lasciate la vostra Chiesa Madre sola e isolata. Aiutatela con le vostre preghiere, il vostro amore e la vostra solidarietà, evitando che diventi un grande museo a cielo aperto. Tacere per paura dinanzi alla situazione drammatica che conoscete sarebbe un peccato di omissione. D’altro canto, siamo molto riconoscenti alla Santa Sede, ai vescovi, ai sacerdoti e a tutti gli amici della Terra Santa per quanto fanno con generosità al fine di sostenerci spiritualmente e materialmente. (...) La comunità cristiana in Terra Santa (appena il 2% della popolazione) soffre per la violenza e l’instabilità. È una Chiesa del Calvario. Ha la grande responsabilità di perpetuare il messaggio di pace e di riconciliazione. Malgrado le difficoltà che sembrano insormontabili, crediamo in Dio, Signore della storia”.

ARCIVESCOVO BASILE GEORGES CASMOUSSA, DI MOSUL DEI SIRI (IRAQ). “Nei nostri paesi del Medio Oriente siamo delle piccolissime minoranze, già notevolmente devastate dai seguenti fattori: L’emigrazione galoppante, dove i cristiani perdono sempre più fiducia nei propri paesi storici. Le ondate di terrorismo, ispirate da ideologie religiose, intendere islamiche, o totalitarie, che negano il principio stesso della parità, a vantaggio di un negazionismo fondamentale che schiaccia le minoranze, delle quali i cristiani sono l’anello più debole. La preoccupante diminuzione delle nascite tra i cristiani dinanzi a una natalità sempre più alta tra i musulmani. L’ingiusta accusa mossa contro i cristiani di essere delle truppe assoldate o guidate da e per l’Occidente sedicente ‘cristiano’, considerati quindi come un corpo parassita della Nazione. (...) Ciò che accade oggi in Iraq ci ricorda quanto è accaduto in Turchia nella Prima Guerra Mondiale. È allarmante!”.

VESCOVO DIMITRIOS SALACHAS, ESARCA APOSTOLICO PER I CATTOLICI DI RITO BIZANTINO RESIDENTI IN GRECIA (GRECIA). “Il Codice orientale enuncia un principio generale, secondo il quale i fedeli delle Chiese orientali, anche se affidati (commissi) alla cura pastorale di un vescovo o del parroco di un'altra Chiesa ‘sui iuris’, inclusa qui anche la Chiesa latina, rimangono tuttavia sempre ascritti alla propria Chiesa, tenuti ad osservare ovunque nel mondo il proprio rito, inteso come patrimonio liturgico, spirituale e disciplinare proprio. (...) Il supremo legislatore ha dotato la Chiesa cattolica di due normative canoniche, cioè di due Codici, uno per la Chiesa latina e uno per le Chiese orientali, di cui si è celebrato in questi giorni il 20 anniversario della promulgazione. L'emigrazione perciò crea nuove urgenti necessità pastorali che richiedono una, anche se sommaria, conoscenza di questa normativa, cioè che i vescovi orientali conoscano la legislazione latina, e i vescovi latini la legislazione orientale. Il Vaticano II (OE) insegna che, salva restando l'unità della fede e l'unica divina costituzione della Chiesa universale, le Chiese d'oriente e le Chiese d'occidente hanno il diritto e il dovere di reggersi secondo le proprie discipline, più adatte al bene delle anime dei propri fedeli”.

PADRE JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO, O.F.M., MINISTRO GENERALE DELL’ORDINE FRANCESCANO DEI FRATI MINORI (ITALIA). “Di fronte al triste spettacolo di tanti conflitti in Terra Santa e contro l'idea così diffusa che le religioni siano alla base di essi, noi cristiani siamo chiamati a mostrare al mondo che le religioni, vissute in autenticità, sono al servizio della comprensione tra diversi, al servizio della pace, e che forgiano cuori riconciliati e riconciliatori. (...) Nel contesto della nuova evangelizzazione vi sono quattro proposte: si elabori un catechismo unico per tutti i cattolici del Medio Oriente; si prendano iniziative concrete per una formazione adeguata alle esigenze della nuova evangelizzazione, e della situazione particolare del Medio Oriente, di tutti gli agenti di pastorale: sacerdoti, religiosi e laici; in continuità con l’Anno Paolino, si celebri un anno giovanneo in tutte le Chiese del Medio Oriente, se possibile con i fratelli delle Chiese non cattoliche; si potenzino gli studi biblici, specialmente attraverso i tre Istituti Biblici già presenti a Gerusalemme: la facoltà di Scienze Bibliche e di Archeologia dei francescani, l'Ecole Biblique dei domenicani, e l'Istituto biblico, dei Gesuiti. Inoltre, mi auguro che, davanti alla costante diminuzione dei Cristiani in Terra Santa, esca da questo Sinodo una parola di conforto per le comunità cristiane e particolarmente cattoliche che vivono in quelle terre. Sia il Sinodo un'occasione propizia per potenziare con forza il dialogo ecumenico ed interreligioso”.
SE/ VIS 20101013 (1220)

I PADRI SINODALI SI RIUNISCONO NEI CIRCOLI MINORI

CITTA' DEL VATICANO, 13 OTT. 2010 (VIS). Questa mattina, mentre il Papa teneva l’Udienza Generale in Piazza San Pietro, i Padri Sinodali si sono riuniti in Circoli Minori o Gruppi Linguistici per scegliere i moderatori e i relatori e dare inizio al dibattito sulla “Relatio ante disceptationem”.

La quinta Congregazione Generale si terrà questo pomeriggio nell’Aula del Sinodo.
SE/ VIS 20101013 (70)

UDIENZA GENERALE: CAMMINO SPIRITUALE ANGELA DA FOLIGNO

CITTA' DEL VATICANO, 13 OTT. 2010 (VIS). Il Santo Padre Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale del Mercoledì alla Beata italiana Angela da Foligno (1248 ca. 1309). All’Udienza, tenutasi in Piazza San Pietro, hanno partecipato 25.000 persone.

“Oggi vorrei parlarvi della beata Angela da Foligno, una grande mistica medioevale vissuta nel XIII secolo” – ha detto Benedetto XVI – “Di solito, si è affascinati dai vertici dell’esperienza di unione con Dio che ella ha raggiunto, ma si considerano forse troppo poco i primi passi, la sua conversione, e il lungo cammino che l’ha condotta dal punto di partenza, il ‘grande timore dell’inferno’, fino al traguardo, l’unione totale con la Trinità”.

Angela nacque nel 1248 in una famiglia benestante, rimase orfana di padre, si sposò a vent’anni ed ebbe dei figli. La sua vita fu spensierata fino a quando alcuni avvenimenti, come il violento terremoto del 1279, un uragano, l’annosa guerra contro Perugina incisero sulla sua vita. Nel 1285 San Francesco d’Assisi le apparve in visione e Angela gli chiese consiglio in vista di una buona Confessione generale dei suoi peccati. Tre anni dopo in pochi mesi perse tutti i familiari, vendette i suoi beni per aderire, nel 1291, al Terz’Ordine di San Francesco.

Ne “Il Libro della beata Angela da Foligno”, il suo Frate confessore racconta la sua conversione. Al principio del suo cammino spirituale, la Beata ha un gran timore dell’inferno. “Questo ‘timore’ dell’inferno” – ha spiegato il Papa – “risponde al tipo di fede che Angela aveva al momento della sua ‘conversione’; una fede ancora povera di carità, cioè dell’amore di Dio. Pentimento, paura dell’inferno, penitenza aprono ad Angela la prospettiva della dolorosa ‘via della croce’ che (...) la porterà poi sulla ‘via dell’amore’.

“Angela sente di dover dare qualcosa a Dio per riparare i suoi peccati, ma lentamente comprende di non aver nulla da darGli, anzi di ‘essere nulla’ davanti a Lui; capisce che non sarà la sua volontà a darle l’amore di Dio, perché questa può solo darle il suo ‘nulla’, il ‘non amore’. (...) Nel suo cammino mistico, Angela comprende in modo profondo la realtà centrale: ciò che la salverà dalla sua ‘indegnità’ e dal ‘meritare l’inferno’ non sarà la sua ‘unione con Dio’ e il suo possedere la ‘verità’, ma Gesù crocifisso, ‘la sua crocifissione per me’, il suo amore. (...) Immedesimarsi, trasformarsi nell’amore e nelle sofferenze del Cristo crocifisso, identificarsi con Lui”.

“La conversione di Angela” – ha concluso il Pontefice – “iniziata da quella Confessione del 1285, arriverà a maturazione solo quando il perdono di Dio apparirà alla sua anima come il dono gratuito di amore del Padre, sorgente di amore. (...) Nell’itinerario spirituale di Angela il passaggio dalla conversione all’esperienza mistica, da ciò che si può esprimere all’inesprimibile, avviene attraverso il Crocifisso. (...) Tutta la sua esperienza mistica è, dunque, tendere ad una perfetta ‘somiglianza’ con Lui, mediante purificazioni e trasformazioni sempre più profonde e radicali. (...) Questa identificazione significa anche vivere ciò che Gesù ha vissuto: povertà, disprezzo, dolore (...) Un cammino altissimo, il cui segreto è la preghiera costante”.
AG/ VIS 20101013 (520)

MINATORI CILE, VITTIME KOLONTÁR, GIOVANNI PAOLO II

CITTA' DEL VATICANO, 13 OTT. 2010 (VIS). Al termine dell’Udienza Generale, nei saluti ai pellegrini, nelle diverse lingue, il Santo Padre parlando in spagnolo ha raccomandato alla Beata Angela da Foligno “con speranza i minatori della regione Atacama in Cile” ed ha detto, esprimendosi in lingua ungherese, di ricordare nelle sue preghiere “gli abitanti di Kolontár (Ungheria) che hanno dovuto abbandonare le loro case e tutti coloro che sono stati colpiti dal fango tossico, specialmente quanti hanno perso la vita”.

“Si avvicina l’anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo II” – ha detto il Papa ai pellegrini polacchi – “Insieme a voi ringrazio Dio per la testimonianza della fede, della speranza e dell’amore che ci ha dato il mio grande predecessore sulla Sede di Pietro. Prego che i frutti della sua vita, del ministero e dell’insegnamento permangano nella Chiesa e nei cuori degli uomini”.
AG/ VIS 20101013 (150)

martedì 12 ottobre 2010

SECONDA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTA' DEL VATICANO, 11 OTT. 2010 (VIS). La Seconda Congregazione Generale dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi ha avuto inizio nel pomeriggio di oggi alle 16:30 nell’Aula del Sinodo. Nel corso della sessione pomeridiana sono state presentate cinque relazioni per continente.

Presidente Delegato di turno è stato il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Alla sessione erano presenti 163 Padri Sinodali.


AFRICA: CARDINALE. POLYCARP PENGO, ARCIVESCOVO DI DAR-ES-SALAAM, PRESIDENTE DEL "SYMPOSIUM OF EPISCOPAL CONFERENCES OF AFRICA AND MADAGASCAR" (S.E.C.A.M.) (TANZANIA). “Il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar ha un legame intrinseco con la Chiesa in Medio Oriente, soprattutto grazie alla Chiesa in Egitto, che fa parte sia dell’Africa che del Medio Oriente. (...) I cristiani emigrano dal Medio Oriente a causa di quelle che possono essere considerate situazioni di oppressione contro la fede cristiana in alcuni paesi del Medio Oriente. (...) Oggi nessun cristiano della costa dell’Africa orientale avverte l’obbligo di nascondere la propria identità cristiana, nonostante il fatto che l’Islam continui a essere la religione della maggioranza della popolazione. E anche gli insediamenti cristiani separati non sono più necessari. (...) Una collaborazione più stretta tra la Chiesa sub-Sahariana e la Chiesa nel Nord Africa e nel Medio Oriente resta e resterà sempre di importanza fondamentale per la sopravvivenza del Cristianesimo in entrambi i luoghi. Il SECAM rappresenta un eccellente strumento per tale cooperazione”.

NORD AMERICA: CARDINALE ROGER MICHAEL MAHONY, ARCIVESCOVO DI LOS ANGELES (STATI UNITI D'AMERICA). “Pur riconoscendo la loro unione con Roma, dovrebbero essere incoraggiate le relazioni interecclesiali non solo tra le Chiese ‘sui iuris’ in Medio Oriente, ma specialmente nella diaspora (IL par. 55). Constatando l’emorragia di cristiani dal Medio Oriente in Europa, in Australia e nelle Americhe, abbiamo cercato in vari modi di trasformare l’emigrazione in una nuova opportunità per sostenere questi cristiani, mentre si stabiliscono nella diaspora. (...) La sfida maggiore che affrontiamo con i nostri immigrati - siano essi cattolici medio orientali o cattolici vietnamiti fuggiti dal loro Paese per il Sud California, o cubani fuggiti da Cuba verso le coste di Miami - non è quella di aiutarli a vivere il mistero della ‘communio’ fra i cristiani e le varie Chiese cristiane. La sfida più grande è di aiutarli a rispondere alla grazia di dare testimonianza al Vangelo perdonando quei nemici che spesso sono la causa principale dell’aver lasciato la loro patria per trovare pace e giustizia sulle nostre coste”.

ASIA: ARCIVESCOVO ORLANDO B. QUEVEDO, O.M.I., DI COTABATO, SEGRETARIO GENERALE DELLA "FEDERATION OF ASIAN BISHOPS' CONFERENCES" (F.A.B.C.) (FILIPPINE). “In Asia noi siamo un ‘piccolo gregge’, meno del 3% su oltre tre miliardi di asiatici. Alla luce delle crescenti diffidenze religiose e degli estremismi religiosi che talvolta sfociano in violenza e morte, potremmo certamente diventare paurosi o timidi. Ma siamo fortificati e incoraggiati dalle parole del Signore, ‘Non temere, piccolo gregge’. (...) Tale testimonianza sprona noi vescovi in comunione con il Santo Padre e tra di noi, ad affrontare seriamente le grandi sfide pastorali che abbiamo di fronte in Asia, vale a dire il fenomeno della migrazione, che viene talvolta chiamato la nuova schiavitù, l’impatto negativo della globalizzazione economica e culturale, la questione dei cambiamenti climatici, le istanze dell’estremismo religioso, dell’ingiustizia e della violenza, la libertà religiosa e i problemi biogenetici che minacciano la vita umana nel grembo materno dal concepimento fino alla morte naturale”.

EUROPA: CARDINALE PÉTER ERDO, ARCIVESCOVO DI ESZTERGOM-BUDAPEST, PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE, PRESIDENTE DEL "CONSILIUM CONFERENTIARUM EPISCOPORUM EUROPAE" (C.C.E.E.) (UNGHERIA). “L’Europa è debitore del Medio Oriente. Non soltanto una moltitudine degli elementi fondamentali della nostra cultura proviene da quella regione, ma anche i primi missionari del nostro continente sono arrivati da lì. (...) Pensando al Medio Oriente, noi europei dobbiamo esaminare la nostra coscienza. È vivo ancora il messaggio del Vangelo tra di noi, quella buona novella che abbiamo ricevuto dagli apostoli? O non si vede più nella nostra vita quella luce e quell’entusiasmo che scaturisce dalla fede in Cristo? Nei nostri tempi, quando i profughi ed emigranti cristiani arrivano in Europa dai diversi Paesi del Medio Oriente qual’è la nostra reazione? Siamo abbastanza attenti alla cause che costringono migliaia se non milioni di cristiani a lasciare la terra dove abitavano i loro antenati da quasi duemila anni? È vero che anche il nostro comportamento è responsabile per quello che sta accadendo? Siamo proprio di fronte ad una grande sfida. (...) Sappiamo esprimere in modo efficace il nostro sostegno ai cristiani del Medio Oriente? (...) I cristiani che arrivano dal Medio Oriente bussano alla porta dei nostri cuori e risvegliano la nostra coscienza cristiana”.

OCEANIA: ARCIVESCOVO JOHN ATCHERLEY DEW, DI WELLINGTON, PRESIDENTE DELLA "FEDERATION OF CATHOLIC BISHOPS' CONFERENCES OF OCEANIA" (F.C.B.C.O.) (NUOVA ZELANDA). “Tra i cinque milioni di cattolici in Australia un numero piccolo ma importante fa parte delle Chiese cattoliche orientali. Le due principali Chiese cattoliche orientali in Australia sono la Maronita e la Melchita (...) Oltre a queste Chiese cattoliche orientali, vi sono anche la Caldea, Sira, Siro-Malabarese e Copta. Le eparchie maronita, melchita e caldea si estendono in Nuova Zelanda offrendo servizi pastorali e liturgici anche alle comunità lì residenti. Il Medio Oriente è presente in Oceania attraverso i migranti e i rifugiati che si sono stabiliti nella regione: ebrei europei sin dagli inizi dell’insediamento in Australia e Nuova Zelanda, nonché rifugiati dalla Germania degli anni intorno al 1930 e sopravvissuti alla Shoah; libanesi, palestinesi, egiziani; iracheni, cristiani e musulmani; e, in tempi più recenti, rifugiati curdi dall’Iraq, dall’Iran e dalla Turchia. I nostri legami storici sono fortemente caratterizzati dalla guerra e dalla pace. (...) Questi legami vengono cementati oggi attraverso la presenza di numerosi pellegrini dell’Oceania che visitano la Terra Santa, attraverso il reinsediamento dei rifugiati, i programmi di aiuto allo sviluppo di Caritas Internationalis; la presenza di ordini religiosi internazionali che si dedicano al lavoro educativo o al sostegno dei luoghi sacri”.

AMERICA LATINA: ARCIVESCOVO RAYMUNDO DAMASCENO ASSIS, DI APARECIDA, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EPISCOPALE LATINOAMERICANO (C.E.L.AM.) (BRASILE). “Nei nostri paesi latino-americani e dei Caraibi abbiamo molti emigranti mediorientali - di prima e seconda generazione - la maggior parte dei quali sono cristiani. Molti sono entrati a far parte della Chiesa latina e ci sono piccoli gruppi con le proprie eparchie. Il nostro desiderio è che si cresca ancora di più nella coscienza della nostra comune fede cattolica e che ci si avvicini maggiormente a un’azione missionaria condivisa. In questo momento stiamo realizzando in tutte le nostre Chiese la cosiddetta ‘Missione Continentale’, frutto della Conferenza Generale di Aparecida. Sarebbe una splendida testimonianza poterci unire in questo sforzo evangelizzatore. Da ultimo, vogliamo condividere con voi la preoccupazione per il conflitto israelo-palestinese. Anche in questo siamo in comunione con il Santo Padre nel suo sforzo di trovare una soluzione al conflitto. Che sia ristabilita nella terra di Gesù la pace fra questi due popoli!”.

ARCIVESCOVO ELIAS CHACOUR, DI AKKA, SAN GIOVANNI D'ACRI, TOLEMAIDE DEI GRECO-MELKITI (ISRAELE). “Negli ultimi venti secoli è stato come se i nostri cristiani di Terra Santa fossero condannati e avessero il privilegio di condividere l’oppressione, la persecuzione e la sofferenza con Cristo. (...) Come arcivescovo della comunità cattolica più grande in Terra Santa, la Chiesa cattolica melkita, vi invito qui, e chiedo al Santo Padre, di dedicare sempre più attenzione alle pietre vive della Terra Santa. (...) Siamo in Galilea da tempi immemori. Ora siamo in Israele. Vogliamo restare dove siamo e abbiamo bisogno della vostra amicizia più che dei vostri soldi”.

ARCIVESCOVO BOUTROS MARAYATI, DI ALEP DEGLI ARMENI (SIRIA). “Se vogliamo che questa Assemblea speciale sia feconda, dobbiamo pensare a una conferenza speciale per ciascun paese, avente un aspetto ecumenico, dove poter discutere delle questioni a seconda delle situazioni locali. Indubbiamente le sfide sono le stesse, ma ogni paese ha una situazione propria. (...) Negli ultimi 100 anni l’emigrazione o la deportazione violenta hanno continuato a verificarsi in Oriente. (...) Stiamo forse aspettando il giorno in cui il mondo come spettatore e l’indifferenza delle Chiese occidentali rimarranno fermi ad osservare la ‘morte dei Cristiani d’Oriente? Malgrado le crisi e le difficoltà che si presentano alla nostra vista cristiana e alle nostre relazioni ecumeniche, noi continuiamo a ‘credere, sperando contro ogni speranza”.
SE/ VIS 20101012 (1370)

TERZA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTÀ DEL VATICANO, 12 OTT 2010 (VIS). – La terza Congregazione Generale dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi ha avuto inizio questa mattina alle 9:00 nell’Aula del Sinodo, in presenza del Santo Padre e di 165 Padri Sinodali. Presidente Delegato di turno è stato Sua Beatitudine l’Arcivescovo Ignace Youssef III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri (Libano), e Capo del Sinodo della Chiesa Siro Cattolica.

PADRE DAVID NEUHAUS S.I., VICARIO DEL PATRIARCA DI GERUSALEMME DEI LATINI PER LA PASTORALE DEI CATTOLICI DI LINGUA EBRAICA (GERUSALEMME). “L’ebraico è anche la lingua della Chiesa cattolica in Medio Oriente. Centinaia di cattolici israeliani esprimono tutti gli aspetti della loro vita in ebraico, inculturando la loro fede in una società definita dalla tradizione ebraica.(…) Si tratta oggi di una grande sfida per il Vicariato di lingua ebraica. Infine, il Vicariato cattolico di lingua ebraica si sforza di fare da ponte tra la Chiesa, prevalentemente di lingua araba, e la società israeliana ebraica, al fine di promuovere l’insegnamento del rispetto per il popolo dell’Antica Alleanza e la sensibilità verso il grido di giustizia e di pace per gli ebrei e i palestinesi. Insieme, i cattolici di lingua araba e quelli di lingua ebraica devono rendere testimonianza e lavorare in comunione per la Chiesa nella terra dove essa è nata”.

ARCIVESCOVO LOUIS SAKO, DI KIRKUK DEI CALDEI, AMMINISTRATORE PATRIARCALE DI SULAIMANIYA DEI CALDEI (IRAK). “Il mortale esodo che affligge le nostre Chiese non si potrà evitare. L'emigrazione è la più grande sfida che minaccia la nostra presenza. Le cifre sono preoccupanti. Le Chiese Orientali, ma anche la Chiesa universale, devono assumersi le proprie responsabilità e operare con la comunità internazionale e le autorità locali scelte comuni che rispettino la dignità della persona umana. Scelte che siano basate sull'uguaglianza e sulla piena cittadinanza, con impegni di associazione e di protezione. La forza di uno Stato si deve basare sulla credibilità nell'applicazione delle leggi al servizio dei cittadini, senza discriminazione tra maggioranza e minoranza. Vogliamo vivere in pace e libertà invece di sopravvivere”.

ARCIVESCOVO YOUSSEF BÉCHARA, DI ANTELIAS DEI MARONITI (LIBANO). “Dato che la stragrande maggioranza dei paesi del Medio Oriente sono musulmani e rifiutano quindi la laicità, sarebbe meglio utilizzare invece per il nostro Sinodo il termine cittadinanza o stato civico perché si tratta di un termine più accettato e che si riferisce alle stesse realtà (…). Ma affinché la realtà della cittadinanza venga ammessa, generalizzata e integrata a livello delle costituzioni e soprattutto delle mentalità, occorre un duplice lavoro: a livello societario popolare, i mezzi di comunicazione sociale possono essere di grande aiuto poiché si tratta di radicare nelle masse i principi che la cittadinanza comporta, soprattutto l’uguaglianza di tutti e l’accettazione della diversità religiosa e culturale; a livello educativo (…), la nozione di cittadinanza può essere approfondita durante gli anni della formazione. Occorre un lavoro di risanamento dei programmi per eliminarne le discriminazioni. Questo duplice lavoro è necessario se si vuol andare oltre le classi alte - per le quali la cittadinanza, il dialogo e anche la libertà sono ammesse -per raggiungere le masse che possono essere manipolate e abbandonarsi a ogni tipo di estremismo”.

VESCOVO SALIM SAYEGH, AUSILIARE DI GERUSALEMME DEI LATINI, VICARIO PATRIARCALE DI GERUSALEMME DEI LATINI PER LA GIORDANIA (GERUSALEMME). “Fra i problemi che la Chiesa in Medio Oriente deve affrontare, si deve menzionare il problema delle sette, causa di grande confusione dottrinale. (...) Cosa si può fare per salvaguardare il tesoro della fede e limitare la crescente influenza delle sette? (...) Si chiede con insistenza ai sacerdoti e ai pastori di anime di visitare le famiglie e di assumersi la responsabilità di spiegare, difendere, diffondere, vivere ed aiutare a vivere la fede cattolica. Occuparsi seriamente della formazione cristiana degli adulti. (...) Sensibilizzare le scuole cattoliche sulla loro missione cattolica. (...) Avere il coraggio di rivedere i testi del catechismo così che essi possano esprimere con chiarezza la fede e la dottrina della Chiesa cattolica”.

ARCIVESCOVO VINCENT LANDEL, S.C.I. DE BETH., DI RABAT, PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE REGIONALE DELL’AFRICA SETTENTRIONALE (C.E.R.N.A.) (MAROCCO). “La nostra responsabilità come Chiesa è aiutare i cristiani ad accettare le differenze con i loro amici musulmani, (…) ad avere un atteggiamento umile e fiducioso nei confronti di chi è diverso da noi. (…) La nostra responsabilità come Chiesa è aiutare i cristiani di passaggio a capire meglio che si può vivere la fede cristiana con allegria ed entusiasmo in una società totalmente musulmana. Ciò li aiuterà a ritornare nel loro Paese con un’altra idea dei musulmani che hanno incontrato, e a eliminare i pregiudizi che rischiano di far imputridire il mondo”.

ARCIVESCOVO PAUL YOUSSEF MATAR, DI BEIRUT, BEIRUT DEI MARONITI (LIBANO). “La responsabilità delle potenze occidentali: hanno commesso ingiustizie ed errori storici nell’incontro con il Medio Oriente. Inoltre dovrebbero riparare le ingiustizie che soffrono popoli interi, specialmente quello palestinese. I cristiani di questa regione, che furono ingiustamente identificati con quelli, trarrebbero beneficio da queste riparazioni grazie ad una coesione con i loro fratelli.(…) La responsabilità dei cristiani occidentali e del mondo: devono conoscere meglio i loro fratelli e sorelle del Medio Oriente per essere più solidali con le loro cause. Inoltre dovrebbero esercitare pressione sull’opinione pubblica, come i loro governanti, per ristabilire la giustizia nelle relazioni con il Medio Oriente e l’Islam, e aiutare a liberare il mondo dal fondamentalismo e guidarlo verso la moderazione”.
SE/ VIS 20101012 (900)

PONTIFICIO CONSIGLIO NUOVA EVANGELIZZAZIONE

CITTA' DEL VATICANO, 12 OTT. 2010 (VIS). Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, l’Arcivescovo Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, ha tenuto un briefing di presentazione della Lettera Apostolica Motu proprio “Ubicumque et semper” del Santo Padre Benedetto XVI che istituisce il nuovo Pontificio Consiglio.


”Il tema della nuova evangelizzazione” – ha detto il Presule – “è stato oggetto di attenta riflessione da parte del magistero della Chiesa negli ultimi decenni. (...) L’obiettivo appare da subito come una grande sfida che viene a porsi per la Chiesa intera nel dover riflettere e trovare le forme adeguate per rinnovare il proprio annuncio presso tanti battezzati che non comprendono più il senso di appartenenza alla comunità cristiana e sono vittima del soggettivismo dei nostri tempi con la chiusura in un individualismo privo di responsabilità pubblica e sociale. Il Motu proprio, più direttamente, individua le Chiese di antica tradizione che (...) richiedono un rinnovato spirito missionario in grado di far compiere quel balzo necessario per corrispondere alle nuove esigenze che la situazione storica contemporanea richiede”.

“Come attesta ‘Ubicumque et semper’, la ‘nuova evangelizzazione’ non è una formula uguale per tutte le circostanze” – ha spiegato l’Arcivescovo Fisichella – “Impegna, infatti, a elaborare un pensiero forte in grado di sostenere un’azione pastorale corrispondente. Inoltre, deve essere in grado di verificare con attenzione le differenti tradizioni e obiettivi che la Chiesa possiede in forza della ricchezza di tanti secoli di storia. Una pluralità di forme che non intacca l’unità, ma la rende più articolata e ne permette la dovuta efficacia presso il nostro contemporaneo”.

“Dovremo evitare anzitutto, che ‘nuova evangelizzazione’ risuoni come una formula astratta” – ha proseguito il Presidente del nuovo dicastero specificando che questo termine dovrà essere riempito “di contenuti teologici e pastorali e lo faremo forti del magistero di questi ultimi decenni. (...) Sono da considerare le tante iniziative con le quali nel corso di questi anni i singoli vescovi con le loro Chiese particolari, le Conferenze episcopali e associazioni di credenti hanno assunto per la sensibilità propria al tema della nuova evangelizzazione”.

Tra le competenze affidate al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione quella di ‘promuovere’ l’uso del Catechismo della Chiesa cattolica. “Il Catechismo infatti” – ha affermato l’Arcivescovo Fisichella – “risulta essere uno dei frutti più maturi delle indicazioni conciliari; in esso viene raccolto in modo organico l’intero patrimonio dello sviluppo del dogma e rappresenta lo strumento più completo per trasmettere la fede di sempre dinanzi ai costanti cambiamenti e interrogativi che il mondo pone ai credenti”.

Il Dicastero cercherà di “trovare tutte le forme che il progresso della scienza della comunicazione ha realizzato” – ha concluso il Presule – “per farle diventare strumenti positivi a servizio della nuova evangelizzazione”.
OP/ VIS 20101012 (460)

MOTU PROPRIO DEL SANTO PADRE “UBICUMQUE ET SEMPER”

CITTÀ DE VATICANO, 12 OTT 2010 (VIS). – Seguono estratti della Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio,“Ubicumque et semper”, in cui il Santo Padre Benedetto XVI istituisce il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

“La Chiesa ha il dovere di annunciare sempre e dovunque il Vangelo di Gesù Cristo (...). Tale missione ha assunto nella storia forme e modalità sempre nuove a seconda dei luoghi, delle situazioni e dei momenti storici. Nel nostro tempo, uno dei suoi tratti singolari è stato il misurarsi con il fenomeno del distacco dalla fede, che si è progressivamente manifestato presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo”.

“Le trasformazioni sociali alle quali abbiamo assistito negli ultimi decenni hanno cause complesse, che affondano le loro radici lontano nel tempo e hanno profondamente modificato la percezione del nostro mondo (…). E, se da un lato, l'umanità ha conosciuto innegabili benefici da tali trasformazioni e la Chiesa ha ricevuto ulteriori stimoli per rendere ragione della speranza che porta, dall'altro si è verificata una preoccupante perdita del senso del sacro, giungendo persino a porre in questione quei fondamenti che apparivano indiscutibili, come la fede in un Dio creatore e provvidente, la rivelazione di Gesù Cristo unico salvatore, e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell'uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale”.

“Già il Concilio Ecumenico Vaticano II assunse tra le tematiche centrali la questione della relazione tra la Chiesa e questo mondo contemporaneo. Sulla scia dell'insegnamento conciliare, i miei Predecessori hanno poi ulteriormente riflettuto sulla necessità di trovare adeguate forme per consentire ai nostri contemporanei di udire ancora la Parola viva ed eterna del Signore”.

“Il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II fece di questo impegnativo compito uno dei cardini del suo vasto Magistero, sintetizzando nel concetto di ‘nuova evangelizzazione’, che egli approfondì sistematicamente in numerosi interventi, il compito che attende la Chiesa oggi, in particolare nelle regioni di antica cristianizzazione”.

“Facendomi dunque carico della preoccupazione dei miei venerati Predecessori, ritengo opportuno offrire delle risposte adeguate perché la Chiesa intera, lasciandosi rigenerare dalla forza dello Spirito Santo, si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario in grado di promuovere una nuova evangelizzazione”.

“Nelle Chiese di antica fondazione (…), pur nel progredire del fenomeno della secolarizzazione, la pratica cristiana manifesta ancora una buona vitalità e un profondo radicamento nell'animo di intere popolazioni. (…). In altre regioni, invece, si nota una più chiara presa di distanza della società nel suo insieme dalla fede, con un tessuto ecclesiale più debole, anche se non privo di elementi di vivacità, che lo Spirito Santo non manca di suscitare; conosciamo poi, purtroppo, delle zone che appaiono pressoché completamente scristianizzate, in cui la luce della fede è affidata alla testimonianza di piccole comunità: queste terre, che avrebbero bisogno di un rinnovato primo annuncio del Vangelo, appaiono essere particolarmente refrattarie a molti aspetti del messaggio cristiano”.

“Alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l'inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita”.
MP/ VIS 20101012 (530)
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