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mercoledì 5 ottobre 2011

LA VICINANZA DI DIO TRASFORMA LA REALTÀ

CITTA' DEL VATICANO, 5 OTT. 2011 (VIS). Nella catechesi dell’Udienza Generale di oggi, il Santo Padre ha presentato alcune riflessioni sul Salmo 23 (22 nella tradizione greco-latina), che si apre con queste prole “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. Benedetto XVI ha affermato: “Rivolgersi al Signore nella preghiera implica un radicale atto di fiducia, nella consapevolezza di affidarsi a Dio che è buono”.

Nel Salmo 23 tutto pervaso di fiducia, “il Salmista esprime la sua serena certezza di essere guidato e protetto, messo la sicuro da ogni pericolo, perché il Signore è il suo Pastore. (...) L’immagine richiama un’atmosfera di confidenza, intimità, tenerezza: il pastore conosce le sue pecorelle una per una, le chiama per nome ed esse lo seguono perché lo riconoscono e si fidano di lui. Egli si prende cura di loro, le custodisce come beni preziosi, pronto a difenderle, a garantirne il benessere, a farle vivere in tranquillità. Nulla può mancare se il pastore è con loro”.

Il Salmo descrive l’oasi di pace verso cui il pastore accompagna il gregge, prati verdi e fonti di acqua limpida “simboli dei luoghi di vita verso cui il Signore conduce il Salmista”. Ricordando che la scena è ambientata in una terra in larga parte desertica, il Papa ha affermato: “Il pastore sa dove trovare erba e acqua, essenziali per la vita, sa portare all’oasi in cui l’anima ‘si rinfranca’ ed è possibile riprendere le forze e nuove energie per rimettersi in cammino. Come dice il Salmista, Dio lo guida verso ‘pascoli erbosi’ e ‘acque tranquille’, dove tutto è sovrabbondante, tutto è donato copiosamente. Se il Signore è il pastore, anche nel deserto, luogo di assenza e di morte, non viene meno la certezza di una radicale presenza di vita, tanto da poter dire: ‘non manco di nulla’”.

Il pastore adegua i propri ritmi e le proprie esigenze a quelli delle sue pecore. “Anche noi, come il Salmista” – ha detto il Pontefice – “se camminiamo dietro al ‘Pastore buono’, per quanto difficili, tortuosi o lunghi possano apparire i percorsi della nostra vita, dobbiamo essere certi che sono quelli ‘giusti’ per noi e che il Signore ci guida e ci è sempre vicino”.

Per questo il Salmista può dichiarare: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”. Benedetto XVI ha spiegato che il salmista usa una espressione ebraica che evoca le tenebre della morte. Tuttavia l’orante procede senza paura perché sa che il Signore è con lui. “Quel ‘tu sei con me’ è una proclamazione di fiducia incrollabile, e sintetizza un’esperienza di fede radicale; la vicinanza di Dio trasforma la realtà, la valle oscura perde ogni pericolosità, si svuota di ogni minaccia”.

“Questa immagine confortante chiude la prima parte del Salmo, e lascia il posto ad una scena diversa”, sotto la tenda del pastore. ’Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca’. Ora il Signore è presentato come Colui che accoglie l’orante, con i segni di una ospitalità generosa e piena di attenzioni. (...) Cibo, olio, vino: sono i doni che fanno vivere e danno gioia perché vanno al di là di ciò che è strettamente necessario ed esprimono la gratuità e l’abbondanza dell’amore”. I nemici devono fermarsi a guardare, senza poter intervenire, perché: “Quando Dio apre la sua tenda per accoglierci, nulla può farci del male. Quando poi il viandante riparte, la protezione divina si prolunga e lo accompagna nel suo viaggio. Nel Salmo si legge: ’Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni’. Abitare vicino a Dio, alla Sua bontà, è l’anelito di tutti i credenti.

Le immagini di questo Salmo hanno accompagnato tutta la storia e l’esperienza religiosa del popolo di Israele, ma “è nel Signore Gesù che tutta la forza evocativa del nostro Salmo giunge a completezza, trova la sua pienezza di significato: Gesù è il ‘Buon Pastore’ che va in cerca della pecora smarrita, che conosce le sue pecore e dà la vita per loro, Egli è la via, il giusto cammino che ci porta alla vita, la luce che illumina la valle oscura e vince ogni nostra paura. È Lui l’ospite generoso che ci accoglie e ci mette in salvo dai nemici preparandoci la mensa del suo corpo e del suo sangue e quella definitiva del banchetto messianico nel Cielo. È Lui il Pastore regale, re nella mitezza e nel perdono, intronizzato sul legno glorioso della croce”.

“Il Salmo 23 – ha sottolineato infine il Pontefice – “ci invita a rinnovare la nostra fiducia in Dio, abbandonandoci totalmente nelle sue mani. Chiediamo dunque con fede che il Signore ci conceda di camminare sempre sui suoi sentieri, anche nelle strade difficili dei nostri tempi, come gregge docile e obbediente, ci accolga nella sua casa, alla sua mensa, e ci conduca ad ‘acque tranquille’, perché, nell’accoglienza del dono del suo Spirito, possiamo abbeverarci alle sue sorgenti, fonti di quell’acqua viva ‘che zampilla per la vita eterna’”.
AG/ VIS 20111005 (860)

APPELLO PRO POPOLAZIONI COLPITE CARESTIA CORNO D’AFRICA

CITTA' DEL VATICANO, 5 OTT. 2011 (VIS). Al termine della catechesi il Santo Padre ha lanciato un appello alla Comunità internazionale affinché aiuti le popolazioni colpite dalla carestia nella Regione del Corno d’Africa.

“Non cessano di giungere drammatiche notizie circa la carestia che ha colpito la regione del Corno d’Africa – ha detto il Papa – Saluto il Cardinale Robert Sarah, Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum” e Monsignor Giorgio Bertin, Amministratore Apostolico di Mogadiscio, presenti a quest’udienza insieme ad alcuni rappresentanti di organizzazioni caritative cattoliche, che si incontreranno per verificare e dare ulteriore impulso alle iniziative tese a fronteggiare tale emergenza umanitaria. Parteciperà all’incontro anche un rappresentante dell’Arcivescovo di Canterbury, il quale ha pure lanciato un appello in favore delle popolazioni colpite”.

“Rinnovo il mio accorato invito alla Comunità Internazionale perché continui il suo impegno verso quei popoli e invito tutti a offrire preghiere e aiuto concreto per tanti fratelli e sorelle così duramente provati, in particolare per i bambini che ogni giorno muoiono in quella regione per malattie e mancanza di acqua e di cibo”.

Precedentemente il Santo Padre ha salutato in particolare la Delegazione della Facoltà di teologia dell’Università di Tessalonica (Grecia), che ha conferito al Pontefice la Medaglia d’Oro dell’Apostolo Jason di Tessalonica. “Sono profondamente onorato di tale cortese gesto, segno eloquente di comprensione crescente e dialogo fra cattolici ed ortodossi. – ha detto Benedetto XVI – Prego che sia foriero di maggior progresso nel nostro impegno di rispondere in fedeltà, verità e carità alla chiamata del Signore all’unità”.
AG/ VIS 20111005 (260)

mercoledì 28 settembre 2011

BENEDETTO XVI RIEVOCA VIAGGIO IN GERMANIA

CITTA' DEL VATICANO, 28 SET. 2011 (VIS). Papa Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale del Mercoledì, tenutasi in Piazza San Pietro, al recente Viaggio Apostolico in Germania, che ha definito: “una grande festa della fede” e “un prezioso dono che ci ha fatto percepire di nuovo come sia Dio a dare alla nostra vita il senso più profondo, la vera pienezza”.

Nel rievocare i vari momenti e luoghi del Viaggio, il Papa ha cominciato dalla capitale federale Berlino, dove davanti al Bundestag, il Parlamento Federale, ha voluto esporre “il fondamento del diritto e del libero Stato di diritto, cioè la misura di ogni diritto, inscritto dal Creatore nell’essere stesso della sua creazione”. A questa visita è seguito l’incontro con alcuni Rappresentanti della Comunità ebraica in Germania nel corso del quale, ha detto Benedetto XVI - “Ricordando le nostre comuni radici nella fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, abbiamo evidenziato i frutti ottenuti finora nel dialogo tra la Chiesa cattolica e l’Ebraismo in Germania”. Nel colloquio con i membri della Comunità musulmana si è convenuto “con essi circa l’importanza della libertà religiosa per uno sviluppo pacifico dell’umanità”.

“Mi sono molto rallegrato” – ha proseguito il Pontefice – “della numerosa partecipazione della gente” alla Santa Messa nello stadio olimpico a Berlino, dove, durante l’omelia “abbiamo meditato (...) sull’importanza di essere uniti a Cristo per la nostra vita personale di credenti e per il nostro essere Chiesa, suo corpo mistico”.

Nella seconda tappa del suo Viaggio il Papa ha visitato la Turingia, terra della riforma protestante. “Fin dall’inizio ho voluto ardentemente dare particolare rilievo all’ecumenismo nel quadro di questo viaggio”. Ad Erfurt, dove Martin Lutero entrò nella comunità degli Agostiniani e fu ordinato sacerdote, Benedetto XVI ha incontrato i membri del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania. Nell’ex-Convento Agostiniano “abbiamo visto di nuovo quanto sia importante – ha detto il Santo Padre - la nostra comune testimonianza della fede in Gesù Cristo nel mondo di oggi. (...) Occorre il nostro comune sforzo nel cammino verso la piena unità”, ma “solo Cristo può donarci quest’unità, e saremo sempre più uniti nella misura in cui torniamo a Lui e ci lasciamo trasformare da Lui”.

“Un momento particolarmente emozionante è stata per me la celebrazione dei Vespri mariani davanti al Santuario di Etzelsbach”, nella regione dell’“Eichsfeld”, “striscia di terra rimasta sempre cattolica nelle varie vicissitudini della storia e dei suoi abitanti che si sono opposti coraggiosamente alle dittature del nazismo e del comunismo”. Durante la Santa Messa celebrata nella Domplatz di Erfurt il Pontefice ha ricordato i santi patroni della Turingia, Santa Elisabetta, San Bonifacio e San Kilian, e, nel richiamare l’attenzione sullo “esempio luminoso dei fedeli che hanno testimoniato il Vangelo durante i sistemi totalitari”, ha invitato “i fedeli ad essere i santi di oggi, validi testimoni di Cristo, e a contribuire a costruire la nostra società”.

“Commovente è stato anche il breve incontro con Mons. Hermann Scheipers, l’ultimo sacerdote vivente sopravissuto al campo di concentramento di Dachau. Ad Erfurt ho avuto anche occasione di incontrare alcune vittime di abuso sessuale da parte di religiosi, alle quali ho voluto assicurare il mio rammarico e la mia vicinanza alla loro sofferenza”.

L’Arcidiocesi di Freiburg im Bresgau è stata l’ultima tappa del Viaggio Apostolico, dove si è svolta la veglia di preghiera con migliaia di giovani. “Sono stato felice di vedere che la fede nella mia patria tedesca ha un volto giovane, che è viva e ha un futuro – ha ricordato Benedetto XVI – Ho ripetuto loro che il Papa confida nella collaborazione attiva dei giovani: con la grazia di Cristo, essi sono in grado di portare al mondo il fuoco dell’amore di Dio”.

Nel Seminario di Freiburg, ha ricordato ancora il Papa, “ho voluto mostrare a quei giovani la bellezza e grandezza della loro chiamata da parte del Signore e offrire loro qualche aiuto per proseguire il cammino della sequela con gioia e in profonda comunione con Cristo”. Nel corso dell’incontro con alcuni Rappresentanti delle Chiese Ortodosse e Ortodosse orientali il Papa ha ribadito “il compito comune di essere lievito per il rinnovamento della nostra società”.

“La grande celebrazione eucaristica domenicale all’aeroporto turistico di Freiburg è stata un altro momento culminante della Visita pastorale, e l’occasione per ringraziare quanti si impegnano nei vari ambiti della vita ecclesiale, soprattutto i numerosi volontari e i collaboratori delle iniziative caritative. Sono essi che rendono possibili i molteplici aiuti che la Chiesa tedesca offre alla Chiesa universale, specie nelle terre di missione” – ha affermato il Santo Padre – “Ho ricordato anche che il loro prezioso servizio sarà sempre fecondo, quando deriva da una fede autentica e viva, in unione con i Vescovi e il Papa, in unione con la Chiesa. Infine, prima del mio ritorno, ho parlato ad un migliaio di cattolici impegnati nella Chiesa e nella società, suggerendo alcune riflessioni sull’azione della Chiesa in una società secolarizzata, sull’invito ad essere libera da fardelli materiali e politici per essere più trasparenza di Dio”.

“Cari fratelli e sorelle, questo Viaggio Apostolico in Germania” – ha concluso il Papa – “mi ha offerto un’occasione propizia per incontrare i fedeli della mia patria tedesca, per confermarli nella fede, nella speranza e nell’amore, e condividere con loro la gioia di essere cattolici. Ma il mio messaggio era rivolto a tutto il popolo tedesco, per invitare tutti a guardare con fiducia al futuro. È vero, ‘Dov’è Dio, là c’è futuro’”.
AG/ VIS 20110928 (920)

mercoledì 14 settembre 2011

APPARENTE SILENZIO DI DIO

CITTA' DEL VATICANO, 14 SET. 2011 (VIS). Partito in elicottero dalle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, il Santo Padre ha raggiunto questa mattina il Vaticano per tenere l’Udienza Generale nell’Aula Paolo VI. Nella catechesi odierna, Benedetto XVI si è soffermato sulla prima parte del Salmo 22 (21 nella tradizione greco-latina), approfondendo alcune dimensioni significative della preghiera di supplica a Dio.

Il Salmo 22 è riportato continuamente nei brani evangelici della Passione di Gesù. “Questo Salmo” – ha detto il Papa – “presenta la figura di un innocente, perseguitato e circondato da avversari che ne vogliono la morte; ed egli ricorre a Dio in un lamento doloroso che, nella certezza della fede, si apre misteriosamente alla lode”.

Il grido iniziale del salmista “’Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’ è un appello rivolto a un Dio che appare lontano, che non risponde. (...) Il Signore tace, e questo silenzio lacera l’animo dell’orante, che incessantemente chiama, ma senza trovare risposta. (...) L’orante del nostro Salmo per ben tre volte, nel suo grido, chiama il Signore ‘mio’ Dio, in un estremo atto di fiducia e di fede. Nonostante ogni apparenza, il Salmista non può credere che il legame con il Signore si sia interrotto totalmente”.

Il grido iniziale del Salmo 22 è riportato dai Vangeli di Matteo e di Marco come il grido lanciato da Gesù morente sulla croce. Benedetto XVI ha spiegato che “esso esprime tutta le desolazione del Messia, Figlio di Dio (...). Gesù è sotto il peso schiacciante di una missione che deve passare per l’umiliazione e l’annichilimento. Perciò grida al Padre (...). Ma il suo non è un grido disperato, come non lo era quello del Salmistra, che nella sua supplica percorre un cammino tormentato sfociando però infine in una prospettiva di lode, nella fiducia della vittoria divina”.

La violenza ha sempre in sé qualcosa di bestiale

“Tutta la storia biblica” – ha ricordato il Papa – “è stata una storia di grida di aiuto da parte del popolo e di risposte salvifiche da parte di Dio. E il Salmista fa riferimento all’incrollabile fede dei suoi padri, che ‘confidarono’ (...) senza mai rimanere delusi. (...) La preghiera torna a descrivere la situazione penosa dell’orante per indurre il Signore ad avere pietà e intervenire, come aveva sempre fatto in passato”.

“È dunque necessario che Dio si faccia vicino e soccorra, perché i nemici circondano l’orante, lo accerchiano (...) appaiono invincibili, sono diventati animali feroci e pericolosissimi. (...) Queste immagini usate nel Salmo servono anche a dire che quando l’uomo diventa brutale e aggredisce il fratello, qualcosa di animalesco prende il sopravvento in lui, sembra perdere ogni sembianza umana; la violenza ha sempre in sé qualcosa di bestiale e solo l’intervento salvifico di Dio può restituire l’uomo alla sua umanità”.

La morte inizia a impossessarsi del Salmista. “Con immagini drammatiche, che ritroviamo nei racconti della passione di Cristo, si descrive il disfacimento del corpo del condannato, l’arsura insopportabile che tormenta il morente e che trova eco nella richiesta di Gesù: ‘Ho sete’, per giungere al gesto definitivo degli aguzzini che, come i soldati sotto la croce, si spartiscono le vesti della vittima, considerata già morta”.

“Ecco allora, impellente, di nuovo la richiesta di soccorso”, un grido “che dischiude i cieli, perché proclama una fede, una certezza che va al di là di ogni dubbio (...) E il lamento si trasforma, lascia il posto alla lode. (...) Il Salmo si apre al rendimento di grazie (...) Il Signore è accorso in aiuto, ha salvato il povero e gli ha mostrato il suo volto di misericordia. Morte e vita si sono incrociate in un mistero inseparabile, e la vita ha trionfato (...). È la vittoria della fede, che può trasformare la morte in dono della vita, l’abisso del dolore in fonte di speranza. (...) Questo Salmo ci ha portati sul Golgota, ai piedi della croce di Gesù, per rivivere la sua passione e condividere la gioia feconda della risurrezione”.

“Come i discepoli di Emmaus” – ha concluso il Pontefice – “impariamo a discernere la realtà al di là delle apparenze, riconoscendo il cammino dell’esaltazione proprio nell’umiliazione” anche nell’apparente assenza di Dio, anche nel silenzio di Dio. “Così, riponendo tutta la nostra fiducia e la nostra speranza in Dio Padre, in ogni angoscia Lo potremo pregare con fede, e il nostro grido di aiuto si trasformerà in canto di lode”.
AG/ VIS 20110914 (720)

SETTIMANA EDUCAZIONE POLONIA E NUOVA BEATA ELENA AIELLO

CITTA' DEL VATICANO, 14 SET. 2011 (VIS). Nei saluti rivolti ai fedeli nelle diverse lingue, il Papa, nel ricordare che in Polonia si celebra la “Settimana dell’Educazione”, ha detto: “L’educazione, la cui meta è lo sviluppo integrale dell’uomo, è un compito che richiede la collaborazione dei genitori, degli insegnanti e dei pastori, nonché delle rispettive autorità statali e locali. Questa Settimana susciti in tutti il senso di responsabilità per una buona formazione delle menti e dei cuori dei giovani”.

“Oggi, la liturgia ci fa meditare sul mistero della Croce del Signore, e domani sui dolori della sua Madre. La Croce di Cristo e l’esempio di Maria, Vergine Addolorata, illuminino la vostra esistenza” ha proseguito il Pontefice, in italiano. Infine ha ricordato la Beatificazione, oggi a Cosenza (Italia) di Suor Elena Aiello, fondatrice delle Suore Minime della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo.

“Subito dopo il Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona, la Chiesa che è in Italia gioisce per l’elevazione alla gloria degli altari di un’anima eminentemente eucaristica. (..) Suor Elena Aiello soleva dire: ‘L’Eucaristia è alimento essenziale della mia vita, (...) il Sacramento che dà senso alla mia vita, a tutte le azioni della giornata’. L’esempio e l’intercessione della nuova Beata accrescano in tutti l’amore per il mirabile Sacramento dell’altare”.
AG/ VIS 20110914 (220)

mercoledì 7 settembre 2011

DIALETTICA PREGHIERA: INTRECCIARSI GRIDO UMANO E RISPOSTA DIVINA

CITTA' DEL VATICANO, 7 SET. 2011 (VIS). Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI, proveniente dal Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, ha raggiunto in elicottero il Vaticano, dove, in Piazza San Pietro, ha tenuto l’Udienza Generale del Mercoledì.

Nel riprendere il ciclo catechetico dedicato alla “scuola della preghiera” Benedetto XVI si è soffermato sul Salmo 3 che narra la fuga da Gerusalemme del Re Davide quando il figlio Assalonne usurpa il trono regale. “Nel grido del Salmista” – ha detto il Papa – “ogni uomo può riconoscere quei sentimenti di dolore, di amarezza e insieme di fiducia in Dio che, secondo la narrazione biblica, avevano accompagnato la fuga di Davide dalla sua città”.

L’insistenza “sul numero e la grandezza dei nemici serve a esprimere la percezione, da parte del Salmista, dell’assoluta sproporzione esistente tra lui e i suoi persecutori, una sproporzione che giustifica e fonda l’urgenza della sua richiesta di aiuto. (...) Però i nemici tentano anche di spezzare questo legame con Dio e di incrinare la fede della loro vittima. Essi insinuano che il Signore non può intervenire, affermano che neppure Dio può salvarlo. L’aggressione quindi non è solo fisica, ma tocca la dimensione spirituale, (...) il nucleo centrale dell’animo del Salmista va aggredito. È l’estrema tentazione a cui il credente è sottoposto, è la tentazione di perdere la fede, la fiducia nella vicinanza di Dio”, ha commentato il Santo Padre.

Ma, come si legge nel “Libro della Sapienza” i nemici non sono imbattibili perché “il Signore (...) come scudo protegge chi si affida a Lui, e gli fa sollevare la testa, in un gesto di trionfo e di vittoria. L’uomo non è più solo (...) perché il Signore ascolta il grido dell’oppresso. (...) Questo intrecciarsi di grido umano e risposta divina è la dialettica della preghiera e la chiave di lettura di tutta la storia della salvezza. Il grido esprime il bisogno di aiuto e si appella alla fedeltà dell’altro; gridare vuol dire porre un gesto di fede nella vicinanza e nella disponibilità all’ascolto di Dio. La preghiera esprime la certezza di una presenza divina già sperimentata e creduta, che nella risposta salvifica di Dio si manifesta in pienezza”.

“Il Salmo III ci ha presentato una supplica piena di fiducia e di consolazione. Pregando questo Salmo, possiamo fare nostri i sentimenti del Salmista, figura del giusto perseguitato che trova in Gesù il suo compimento. Nel dolore, nel pericolo, nell’amarezza dell’incomprensione e dell’offesa, le parole del Salmo aprono il nostro cuore alla certezza confortante della fede. Dio è sempre vicino - anche nelle difficoltà, nei problemi, nelle oscurità della vita - ascolta, risponde e salva”.

“Ma bisogna saper riconoscere la sua presenza e accettare le sue vie, come Davide nella sua fuga umiliante dal figlio Assalonne, come il giusto perseguitato del ‘Libro della Sapienza’ e, ultimamente e compiutamente, come il Signore Gesù sul Golgota. E quando, agli occhi degli empi, Dio sembra non intervenire e il Figlio muore, proprio allora si manifesta, per tutti i credenti, la vera gloria e la definitiva realizzazione della salvezza”.

“Che il Signore” – ha concluso Benedetto XVI – “ci doni fede, venga in aiuto della nostra debolezza e ci renda capaci di credere e di pregare in ogni angoscia, nelle notti dolorose del dubbio e nei lunghi giorni del dolore, abbandonandoci con fiducia a Lui, nostro ‘scudo’ e nostra ‘gloria’”.
AG/ VIS 20110907 (670)

RICORDO CARDINALE DESKUR

ITTA' DEL VATICANO, 7 SET. 2011 (VIS). Al termine della catechesi, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto alcune parole, nelle diverse lingue, ai gruppi di pellegrini presenti all’Udienza Generale. Nel ricordare ai pellegrini polacchi il Cardinale Deskur, mancato domenica scorsa, ha detto: “Ieri durante la liturgia delle esequie abbiamo dato l’estremo saluto al Cardinale Andrej Maria Deskur, vostro connazionale, amico del Beato Giovanni Paolo II. Con la preghiera e con le sofferenze, egli ha sostenuto il suo servizio papale, affidando sempre la propria vita all’Immacolata. Ella implori per lui la gloria celeste. Alle vostre preghiere affido la sua anima e benedico di cuore voi qui presenti e i vostri cari”.

Infine, nei saluti, in italiano, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, Benedetto XVI ha detto: “Cari giovani, tornando dopo le vacanze alle consuete attività, sappiate trovare ogni giorno il tempo per il vostro dialogo con Dio e diffondete attorno a voi la sua luce e la sua pace. Voi, cari malati, trovate conforto nel Signore Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, imparate a pregare insieme, nell’intimità domestica, affinché il vostro amore sia sempre più vero, fecondo e duraturo”.
AG/ VIS 20110907 (210)

mercoledì 22 giugno 2011

LIBRO DEI SALMI: LIBRO DI PREGHIERA PER ECCELLENZA

CITTA' DEL VATICANO, 22 GIU. 2011 (VIS). Il Santo Padre Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale di oggi, tenutasi in Piazza San Pietro con la partecipazione di 10.000 persone, al “’libro di preghiera’ per eccellenza, il libro dei ‘Salmi’”.

Nel Salterio, una raccolta di centocinquanta Salmi dell’Antico Testamento, “trova espressione tutta l’esperienza umana” - ha detto il Papa – “Tutta la realtà del credente confluisce in quelle preghiere, che il popolo di Israele prima e la Chiesa poi hanno assunto come mediazione privilegiata del rapporto con l’unico Dio e risposta adeguata al suo rivelarsi nella storia”.

Nonostante la molteplicità espressiva dei Salmi, “possono essere identificati due grandi ambiti che sintetizzano la preghiera del Salterio” – ha spiegato il Pontefice – “la supplica, connessa al lamento, e la lode, due dimensioni correlate e quasi inscindibili. Perché la supplica è animata dalla certezza che Dio risponderà, e questo apre alla lode e al rendimento di grazie; e la lode e il ringraziamento scaturiscono dall’esperienza di una salvezza ricevuta, che suppone un bisogno di aiuto che la supplica esprime. (...) In tal modo, nella preghiera dei Salmi, supplica e lode si intrecciano e si fondono in un unico canto che celebra la grazia eterna del Signore che si china sulla nostra fragilità”.

“I Salmi, (...), insegnano a pregare. In essi, la Parola di Dio diventa parola di preghiera (...). Chi prega i Salmi parla a Dio con le parole stesse di Dio, rivolgendosi a Lui con le parole che Egli stesso ci insegna. (...) E, attraverso quelle parole, sarà possibile anche conoscere ed accogliere i criteri del suo agire, e avvicinarsi al mistero dei suoi pensieri e delle sue vie, così da crescere sempre più nella fede e nell’amore”.

“Insegnandoci a pregare, i Salmi ci insegnano che anche nella desolazione, anche nel dolore, la presenza di Dio è fonte di meraviglia e di consolazione; si può piangere, supplicare, intercedere (...), ma nella consapevolezza che stiamo camminando verso la luce, dove la lode potrà essere definitiva”.

“Altrettanto importanti e significativi sono il modo e la frequenza con cui le parole dei Salmi vengono riprese dal Nuovo Testamento, assumendo e sottolineando quel valore profetico suggerito dal collegamento del Salterio con la figura messianica di Davide. Nel Signore Gesù, che nella sua vita terrena ha pregato con i Salmi, essi trovano il loro definitivo compimento e svelano il loro senso più pieno e profondo. Le preghiere del Salterio, con cui si parla a Dio, ci parlano di Lui, ci parlano del Figlio, immagine del Dio invisibile, che ci rivela compiutamente il Volto del Padre. Il cristiano, dunque, pregando i Salmi, prega il Padre in Cristo e con Cristo, assumendo quei canti in una prospettiva nuova, che ha nel mistero pasquale la sua ultima chiave interpretativa”.

Al termine dell’Udienza, nei saluti rivolti ai vari gruppi, il Papa ha ricordato che domani è la festa del “Corpus Domini” ed ha invitato i fedeli di Roma e i pellegrini a partecipare, alle 19:00, alla Santa Messa in San Giovanni in Laterano e alla processione che percorrendo Via Merulana si conclude a Santa Maria Maggiore. “Invito i fedeli di Roma” – ha detto il Papa – “e i pellegrini ad unirsi in questo atto di profonda fede verso l’Eucaristia, che costituisce il più prezioso tesoro della Chiesa e dell’umanità”.
AG/ VIS 20110622 (560)

mercoledì 15 giugno 2011

FORZA DI INTERCESSIONE PREGHIERA PROFETA ELIA

CITTA' DEL VATICANO, 15 GIU. 2011 (VIS). Questa mattina, per l’Udienza Generale del Mercoledì, il Santo Padre ha ripreso la catechesi sul tema della preghiera, ed ha ricordato la figura del profeta Elia “suscitato da Dio per portare il popolo alla conversione”.

“È soprattutto sul monte Carmelo” – ha spiegato il Pontefice – “che Elia si mostra in tutta la sua potenza di intercessore quando, davanti a tutto Israele, prega il Signore perché si manifesti e converta il cuore del popolo. È l’episodio narrato nel capitolo 18 del ‘Primo Libro dei Re’, su cui oggi ci soffermiamo”.

“Il profeta, portatore dell’amore di Dio, non lascia sola la sua gente (...), ma la aiuta indicando il segno che rivelerà la verità: sia lui che i profeti di Baal prepareranno un sacrificio e pregheranno, e il vero Dio si manifesterà rispondendo con il fuoco che consumerà l’offerta. Comincia così il confronto tra il profeta Elia e i seguaci di Baal, che in realtà è tra il Signore di Israele, Dio di salvezza e di vita, e l’idolo muto e senza consistenza, che nulla può fare, né in bene né in male. E inizia anche il confronto tra due modi completamente diversi di rivolgersi a Dio e pregare”.

“I profeti di Baal (...) fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell’idolo” che “chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé”.

“Ben altro atteggiamento di preghiera è invece quello di Elia. Egli chiede al popolo di avvicinarsi, coinvolgendolo così nella sua azione e nella sua supplica. (...)
Poi il profeta erige un altare, utilizzando, come recita il testo, dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe (...). Quelle pietre rappresentano tutto Israele (...). Elia si rivolge al Signore chiamandolo Dio dei Padri, facendo così implicita memoria delle promesse divine e della storia di elezione e di alleanza che ha indissolubilmente unito il Signore al suo popolo”.

La richiesta del profeta Elia “è che il popolo finalmente sappia, conosca in pienezza chi davvero è il suo Dio, e faccia la scelta decisiva di seguire Lui solo. Perché solo così Dio è riconosciuto per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo negherebbero come assoluto, relativizzandoLo”.

“All’assoluto di Dio” – ha sottolineato il Pontefice – “il credente deve rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore. (...) Elia, con la sua intercessione, chiede a Dio ciò che Dio stesso desidera fare, manifestarsi in tutta la sua misericordia, fedele alla propria realtà di Signore della vita che perdona, converte, trasforma”.

“Il Signore (...) risponde, e in modo inequivocabile, non solo bruciando l’olocausto, ma persino prosciugando tutta l’acqua che era stata versata intorno all’altare. Israele non può più avere dubbi; la misericordia divina è venuta incontro alla sua debolezza, ai suoi dubbi, alla sua mancanza di fede. Ora, Baal, l’idolo vano, è vinto, e il popolo, che sembrava perduto, ha ritrovato la strada della verità e ha ritrovato se stesso”.

“Cari fratelli e sorelle” – ha concluso il Papa – “che cosa dice a noi questa storia del Passato? Qual è il presente di questa storia? Innanzitutto è in questione la priorità del primo comandamento: adorare solo Dio. Dove scompare Dio, l’uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme di nichilismo, che rendono l’uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano. Secondo. Lo scopo primario della preghiera è la conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio e di vivere per l’altro. E il terzo punto. I Padri ci dicono che anche questa storia di un profeta è profetica, se – dicono – è ombra del futuro, del futuro Cristo; è un passo nel cammino verso Cristo”.
AG/ VIS 20110615 (660)

GIUGNO MESE DEDICATO DEVOZIONE SACRO CUORE DI GESÙ

CITTA' DEL VATICANO, 15 GIU. 2011 (VIS). Come di consueto, al termine della catechesi, Benedetto XVI si è rivolto ai diversi gruppi presenti all’Udienza Generale. Esprimendosi in inglese, il Papa ha presentato i suoi migliori auguri ai membri del Dialogo Internazionale Cattolico-Pentecostale per la prossima fase dei lavori ed ha salutato i partecipanti alla Cinquantesima Conferenza dell’Associazione Internazionale delle Scuole ed Istituti di Amministrazione, in corso a Roma.

“Do il mio benvenuto e un cordiale saluto ai pellegrini polacchi” – ha proseguito il Santo Padre – “Giugno è il mese dedicato alla devozione del Sacro Cuore di Gesù. In molte chiese e in molte comunità si celebra tale devozione. Vi incoraggio a mantenere viva questa bella tradizione”.

Infine il Santo Padre ha rivolto parole di saluto in italiano ai rappresentanti della Federazione Biblica Cattolica auspicando “che il loro impegno porti frutti preziosi specialmente per la vita pastorale delle Chiese locali”.
AG/ VIS 20110615 (160)

mercoledì 8 giugno 2011

BENEDETTO XVI RIEVOCA VIAGGIO APOSTOLICO CROAZIA

CITTA' DEL VATICANO, 8 GIU. 2011 (VIS). Nel corso dell’Udienza Generale di questo Mercoledì, tenutasi in Piazza San Pietro, il Papa ha rievocato il Viaggio Apostolico in Croazia, compiuto il 4 e 5 giugno scorso, il cui tema è stato: “Insieme in Cristo”.

“L’occasione principale della mia Visita” – ha ricordato il Papa – “era la Iª Giornata Nazionale delle famiglie cattoliche croate, culminata nella Concelebrazione eucaristica di domenica mattina, che ha visto la partecipazione, nell’area dell’Ippodromo di Zagabria, di un grande moltitudine di fedeli”.

“Nell’Europa di oggi, le Nazioni di solida tradizione cristiana” – ha affermato il Santo Padre – “hanno una speciale responsabilità nel difendere e promuovere il valore della famiglia fondata sul matrimonio, che rimane comunque decisiva sia nel campo educativo sia in quello sociale. Questo messaggio aveva dunque una particolare rilevanza per la Croazia, che, ricca del suo patrimonio spirituale, etico e culturale, si appresta ad entrare nell’Unione Europea”.

“La Santa Messa è stata celebrata nel peculiare clima spirituale della novena di Pentecoste. (...) Questo mi ha dato modo di sottolineare il dono e l’impegno della comunione nella Chiesa, come pure di incoraggiare i coniugi nella loro missione. Ai nostri giorni, mentre purtroppo si constata il moltiplicarsi delle separazioni e dei divorzi, la fedeltà dei coniugi è diventata di per se stessa una testimonianza significativa dell’amore di Cristo, che permette di vivere il Matrimonio per quello che è, cioè l’unione di un uomo e di una donna che, con la grazia di Cristo, si amano e si aiutano per tutta la vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”.

“La fede nel Dio che è Amore si trasmette prima di tutto con la testimonianza di una fedeltà all’amore coniugale, che si traduce naturalmente in amore per i figli, frutto di questa unione. Ma questa fedeltà non è possibile senza la grazia di Dio, senza il sostegno della fede e dello Spirito Santo”.

“In questo contesto di grande attenzione alla famiglia, si è collocata molto bene la Veglia con i giovani, avvenuta la sera di sabato” – ha ricordato ancora il Pontefice che ha affermato: “A loro ho ripetuto la domanda che Gesù fece ai suoi primi discepoli: ‘Che cosa cercate?’, ma ho detto loro che Dio li cerca prima e più di quanto essi stessi cerchino Lui. È questa la gioia della fede: scoprire che Dio ci ama per primo! È una scoperta che ci mantiene sempre discepoli, e quindi sempre giovani nello spirito!”.

“Un altro momento che possiamo dire di ‘cenacolo’ è stata la Celebrazione dei Vespri nella Cattedrale, con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i giovani in formazione nei Seminari e nei Noviziati. (...) Nella Cattedrale di Zagabria si trova la monumentale tomba del Beato Cardinale Alojzije Stepinac, Vescovo e Martire. Egli, in nome di Cristo, si oppose con coraggio prima ai soprusi del nazismo e del fascismo e, dopo, a quelli del regime comunista”.

“Molto significativo” – ha proseguito il Pontefice – “è stato anche l’incontro con esponenti della società civile, del mondo politico, accademico, culturale ed imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con i Leaders religiosi, radunati nel Teatro Nazionale di Zagabria. In quel contesto, ho avuto la gioia di rendere omaggio alla grande tradizione culturale croata, inseparabile dalla sua storia di fede e dalla presenza viva della Chiesa”.

“Ancora una volta è apparsa evidente a tutti noi la più profonda vocazione dell’Europa, che è quella di custodire e rinnovare un umanesimo che ha radici cristiane e che si può definire ‘cattolico’, cioè universale ed integrale. Un umanesimo che pone al centro la coscienza dell’uomo, la sua apertura trascendente e al tempo stesso la sua realtà storica, capace di ispirare progetti politici diversificati ma convergenti alla costruzione di una democrazia sostanziale, fondata sui valori etici radicati nella stessa natura umana”.

“Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato e sostenuto con la preghiera” – ha concluso il Pontefice – “ottenendo che la mia visita pastorale si svolgesse ottimamente. Ora, mentre ringraziamo il Signore per questo grande dono, chiediamo a Lui, per intercessione della Vergine Maria, Regina dei Croati, che quanto ho potuto seminare porti frutti abbondanti, per le famiglie croate, per l’intera Nazione e per tutta l’Europa”.
AG/ VIS 20110608 (700)

mercoledì 1 giugno 2011

MOSÉ: MEDIATORE DI SALVEZZA PER ISRAELE

CITTA' DEL VATICANO, 1 GIU. 2011 (VIS). Il Santo Padre Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale del mercoledì alla figura di Mosé che: “ha svolto la sua funzione di mediatore tra Dio e Israele facendosi portatore, presso il popolo, delle parole e dei comandi divini, conducendolo verso la libertà della Terra Promessa, (...) ma anche, e direi soprattutto, pregando”.

Il Papa ha sottolineato che Mosé è mediatore soprattutto “quando il popolo, al Sinai, chiede ad Aronne di fare il vitello d’oro”, mentre il profeta sul monte Sinai attende il dono delle Tavole della Legge. “Stanco di un cammino con un Dio invisibile, ora che anche Mosè, il mediatore, è sparito, il popolo chiede una presenza tangibile, toccabile, del Signore, e trova nel vitello di metallo fuso fatto da Aronne, un dio reso accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo. È questa una tentazione costante nel cammino di fede: eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti”.

Davanti all’infedeltà degli Israeliti, Dio ordina a Mosé di scendere dal monte e gli rivolge queste parole: “‘Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione’ (...). In realtà, quel ‘lascia che la mia ira si accenda’ è detto proprio perché Mosè intervenga e Gli chieda di non farlo, rivelando così che il desiderio di Dio è sempre di salvezza. (...) Se Dio facesse perire il suo popolo, ciò potrebbe essere interpretato come il segno di una incapacità divina di portare a compimento il progetto di salvezza. Dio non può permettere questo: Egli è il Signore buono che salva, il garante della vita, è il Dio di misericordia e perdono, di liberazione dal peccato che uccide”.

“Mosè ha fatto esperienza concreta del Dio di salvezza, è stato inviato come mediatore della liberazione divina e ora, con la sua preghiera, si fa interprete di una doppia inquietudine, preoccupato per la sorte del suo popolo, ma insieme anche preoccupato per l’onore che si deve al Signore, per la verità del suo nome. L’intercessore infatti vuole che il popolo di Israele sia salvo, perché è il gregge che gli è stato affidato, ma anche perché in quella salvezza si manifesti la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e amore di Dio si compenetrano nella preghiera di intercessione, sono inscindibili. Mosè, l’intercessore, è l’uomo teso tra due amori, che nella preghiera si sovrappongono in un unico desiderio di bene”.

“L’intercessore non accampa scuse per il peccato della sua gente, non elenca presunti meriti né del popolo né suoi, ma si appella alla gratuità di Dio: un Dio libero, totalmente amore, che non cessa di cercare chi si è allontanato (...). Mosè chiede a Dio di mostrarsi più forte anche del peccato e della morte, e con la sua preghiera provoca questo rivelarsi divino”.
“I Padri della Chiesa” hanno visto in Mosé che sta sulla cima del monte, faccia a faccia con Dio, che si fa intercessore del suo popolo – ha concluso il Pontefice – “una prefigurazione di Cristo, che sull’alta cima della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come Figlio (...). Cristo sta davanti al volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me: Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è identificato con me prendendo il nostro corpo e l’anima umana. E ci invita a entrare in questa sua identità, facendoci un corpo, uno spirito con Lui perché dall’alta cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, (...), ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo sangue, come nuova alleanza”.

“Preghiamo il Signore perché questa identificazione ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è rinnovamento, è trasformazione”.
AG/ VIS 20110601 (590)

PREGARE VIAGGIO CROAZIA PORTI MOLTI FRUTTI SPIRITUALI

CITTA' DEL VATICANO, 1 GIU. 2011 (VIS). Nel corso dell’Udienza Generale di oggi, tenutasi in Piazza San Pietro, il Santo ha rivolto parole di saluti ai diversi gruppi di fedeli nelle rispettive lingue.

Rivolgendosi ad un gruppo di pellegrini polacchi il Santo Padre ha salutato in particolare i giovani che “sabato prossimo si incontreranno a Lednica. Carissimi! Renderete grazie a Dio per la vita e per la beatificazione di Giovanni Paolo II, padre, guida, sacerdote e amico dei giovani. Egli costruiva la casa sulla roccia che è Cristo! Seguiva la voce del Vangelo. Perseverava nella preghiera e nell’adorazione dell’Eucaristia. Per ogni uomo aveva il cuore aperto. Soffriva con Cristo. Era un straordinario pellegrino nella fede. Vi ispiri il motto dell’incontro: ‘Giovanni Paolo II – Ciò che conta è la santità!’”.

Ad un gruppo di pellegrini croati Benedetto XVI ha detto: “Cari amici, sabato e domenica prossima mi recherò a Zagabria in Croazia per celebrare con voi la Giornata delle famiglie cattoliche croate. Mentre attendo con gioia questo incontro, vi invito a pregare affinché il mio viaggio in quella cara terra porti molti frutti spirituali e le famiglie cristiane siano sale della terra e luce del mondo”.
AG/ VIS 20110601 (210)

mercoledì 25 maggio 2011

PREGHIERA COMBATTIMENTO FEDE E VITTORIA PERSEVERANZA

CITTA' DEL VATICANO, 25 MAG. 2011 (VIS). Nell’Udienza Generale di questo Mercoledì, Benedetto XVI, nel proseguire le catechesi sulla preghiera, si è soffermato sulla figura del Patriarca Giacobbe e sulla sua lotta con lo sconosciuto nel guado dello Yabboq. L’Udienza di oggi si è tenuta in Piazza San Pietro con la partecipazione di 15.000 persone.

Il Patriarca Giacobbe, uomo astuto che aveva carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, nel tornare nella terra natale, è pronto ad affrontare il fratello, al quale aveva sottratto la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie. Dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, viene improvvisamente aggredito da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta la notte. “È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore esso rimane ignoto (...). Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel ‘qualcuno’ sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio”.

Il Patriarca dice al suo assalitore: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto”. “Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito” – ha detto il Papa – “ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere. Il rivale, che sembrava trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome. (...) Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. (....) Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro”.

“Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario” – ha proseguito Benedetto XVI - “’Giacobbe’ richiama anche il verbo ‘ingannare, soppiantare’. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è ‘Dio è forte, Dio vince’. Quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. (...) E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso”.

“L’episodio della lotta allo Yabboq” – ha detto ancora il Papa – “si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel ‘Catechismo della Chiesa Cattolica’, ‘la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza’”.

“Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera” – ha concluso il Pontefice – “da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio”.
AG/ VIS 20110525 (650)

mercoledì 18 maggio 2011

NELLA PREGHIERA QUOTIDIANA CHIEDIAMO SALVEZZA UMANITÀ

CITTA' DEL VATICANO, 18 MAG. 2011 (VIS). Dopo aver riflettuto, nelle due scorse catechesi, sulla preghiera come fenomeno universale, il Papa ha iniziato questa mattina “un percorso biblico su questo tema, che ci guiderà” – ha detto – “ad approfondire il dialogo di alleanza tra Dio e l’uomo che anima la storia della salvezza, fino al culmine, alla parola definitiva che è Gesù Cristo”.

Rivolgendosi ai pellegrini presenti all’Udienza Generale di questo mercoledì, tenutasi in Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha spiegato: “Sarà Abramo, il grande patriarca, padre di tutti i credenti, ad offrirci un primo esempio di preghiera, nell’episodio dell’intercessione per le città di Sodoma e Gomorra”, quando Dio annuncia il suo proposito di distruggere le due città per “la malvagità degli abitanti”.

“La richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio (...) che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva”.

“Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia ‘superiore’, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti”.

Nel sottolineare che: “È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo”, il Santo Padre ha affermato: “Attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, vuole che egli si converta e viva; il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene”.

“Serve dunque una trasformazione dall’interno” – ha sottolineato il Papa – “un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono”.

“Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. (...) L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che ‘non sanno quello che fanno’. Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita”.

“Cari fratelli e sorelle” – ha concluso il Pontefice – “la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore”.
AG/ VIS 20110518 (540)

CATTOLICI DEL MONDO SI IMPEGNINO PREGARE CHIESA CINA

CITTA' DEL VATICANO, 18 MAG. 2011 (VIS). Al termine dell’Udienza Generale di questa mattina, tenutasi in Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha ricordato la Chiesa in Cina. Martedì prossimo, 24 maggio, giorno dedicato alla memoria liturgica della Beata Maria Vergine, Aiuto dei Cristiani, venerata con grande devozione nel Santuario di Sheshan a Shanghai, il Papa ha invitato i fedeli di tutto il mondo ad unirsi in preghiera con la Chiesa che è in Cina.

Mentre aumenta il numero di cattolici in Cina, Cristo, come in altri luoghi del mondo, continua ad essere “rifiutato, ignorato o perseguitato”. Il Santo Padre ha invitato “tutti i cattolici cinesi a continuare e a intensificare la propria preghiera, soprattutto a Maria, Vergine forte. Ma anche per tutti i cattolici del mondo pregare per la Chiesa che è in Cina deve essere un impegno: quei fedeli hanno diritto alla nostra preghiera, hanno bisogno della nostra preghiera”.

“I cattolici cinesi, come hanno detto molte volte, vogliono l’unità con la Chiesa universale, con il Pastore supremo, con il Successore di Pietro. Con la preghiera possiamo ottenere per la Chiesa in Cina di rimanere una, santa e cattolica, fedele e ferma nella dottrina e nella disciplina ecclesiale”.

“Sappiamo che, fra i nostri fratelli Vescovi, ci sono alcuni che soffrono e sono sotto pressione nell’esercizio del loro ministero episcopale. A loro, ai sacerdoti e a tutti i cattolici che incontrano difficoltà nella libera professione di fede esprimiamo la nostra vicinanza. Con la nostra preghiera possiamo aiutarli a trovare la strada per mantenere viva la fede, forte la speranza, ardente la carità verso tutti ed integra l’ecclesiologia che abbiamo ereditato dal Signore e dagli Apostoli”.

“A Maria” – ha detto infine il Santo Padre – “chiedo di illuminare quelli che sono nel dubbio, di richiamare gli smarriti, di consolare gli afflitti, di rafforzare quanti sono irretiti dalle lusinghe dell’opportunismo”.
AG/ VIS 20110518 (320)

mercoledì 11 maggio 2011

PREGHIERA “ESPRESSIONE DEL DESIDERIO CHE L’UOMO HA DI DIO”

CITTA' DEL VATICANO, 11 MAG. 2011 (VIS). Nella catechesi dell’Udienza Generale di questo Mercoledì, tenutasi in Piazza San Pietro, il Papa ha continuato le sue riflessioni “su come la preghiera e il senso religioso facciano parte dell’uomo lungo tutta la sua storia”.

“Dio sembra sparito dall’orizzonte di varie persone o diventato una realtà verso la quale si rimane indifferenti” – ha detto il Papa – “Vediamo, però, allo stesso tempo, molti segni che ci indicano un risveglio del senso religioso”.

“Guardando alla storia recente, è fallita la previsione di chi, dall’epoca dell’Illuminismo, preannunciava la scomparsa delle religioni ed esaltava una ragione assoluta, staccata dalla fede”.

Nel ribadire che: “Non c’è stata alcuna grande civiltà, dai tempi più lontani fino ai nostri giorni, che non sia stata religiosa”, Benedetto XVI ha affermato: “L’uomo è per sua natura religioso (...) L’immagine del Creatore è impressa nel suo essere ed egli sente il bisogno di trovare una luce per dare risposta alle domande che riguardano il senso profondo della realtà; risposta che egli non può trovare in se stesso, nel progresso, nella scienza empirica”.

“L’uomo sa che non può rispondere da solo al proprio bisogno fondamentale di capire. Per quanto si sia illuso e si illuda tuttora di essere autosufficiente, egli fa l’esperienza di non bastare a se stesso. Ha bisogno di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca, deve uscire da se stesso verso Colui che sia in grado di colmare l’ampiezza e la profondità del suo desiderio”.

“L’uomo porta in sé” – ha spiegato il Pontefice – “una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare. San Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi della storia, definisce la preghiera ‘espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio’”.

“Quando parliamo della preghiera come esperienza dell’uomo in quanto tale, dell’’homo orans’” – ha proseguito il Pontefice – “è necessario tenere presente che essa è un atteggiamento interiore, prima che una serie di pratiche e formule, un modo di essere di fronte a Dio prima che il compiere atti di culto o il pronunciare parole. La preghiera ha il suo centro e affonda le sue radici nel più profondo della persona; perciò non è facilmente decifrabile e, per lo stesso motivo, può essere soggetta a fraintendimenti e a mistificazioni. (...) L’esperienza della preghiera è per tutti una sfida, una ‘grazia’ da invocare, un dono di Colui al quale ci rivolgiamo”.

“Nella preghiera (...) l’uomo (...) sperimenta di essere creatura bisognosa di aiuto, incapace di procurarsi da sé il compimento della propria esistenza (...). Esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi ‘oltre’ sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente”.

“E anche se l’uomo dimentica il suo Creatore” – ha sottolineato Benedetto XVI – “il Dio vivo e vero non cessa di chiamare per primo l’uomo al misterioso incontro della preghiera”.

“Cari fratelli e sorelle” – ha concluso il Pontefice – “impariamo a sostare maggiormente davanti a Dio, a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, impariamo a riconoscere nel silenzio, nell’intimo di noi stessi, la sua voce che ci chiama e ci riconduce alla profondità della nostra esistenza, alla fonte della vita, alla sorgente della salvezza, per farci andare oltre il limite della nostra vita e aprirci alla misura di Dio, al rapporto con Lui, che è Infinito Amore”.
AG/ VIS 20110511 (650)

mercoledì 4 maggio 2011

NUOVO CICLO DI CATECHESI SU PREGHIERA CRISTIANA

CITTA' DEL VATICANO, 4 MAG. 2011 (VIS). Il Santo Padre Benedetto XVI ha cominciato oggi un ciclo di catechesi dedicato al tema della preghiera cristiana.

Rivolgendosi ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro, il Papa ha spiegato che: Nelle prossime catechesi, accostando la Sacra Scrittura, la grande tradizione dei Padri della Chiesa, dei Maestri di spiritualità, della Liturgia, vogliamo imparare a vivere ancora più intensamente il nostro rapporto con il Signore, quasi una ‘Scuola di preghiera’”.

“Sappiamo bene, infatti” – ha detto il Papa – “che la preghiera non va data per scontata: occorre imparare a pregare, quasi acquisendo sempre di nuovo quest’arte; anche coloro che sono molto avanzati nella vita spirituale sentono sempre il bisogno di mettersi alla scuola di Gesù per apprendere a pregare con autenticità”.

In questa prima catechesi Benedetto XVI ha proposto “alcuni esempi di preghiera presenti nelle antiche culture, per rilevare come, praticamente sempre e dappertutto ci si sia rivolti a Dio. Nell’antico Egitto, ad esempio, un uomo cieco, chiedendo alla divinità di restituirgli la vista, attesta qualcosa di universalmente umano, qual è la pura e semplice preghiera di domanda da parte di chi si trova nella sofferenza”.

“In quegli eccelsi capolavori della letteratura di tutti i tempi che sono le tragedie greche, ancor oggi, dopo venticinque secoli, lette, meditate e rappresentate, sono contenute delle preghiere che esprimono il desiderio di conoscere Dio e di adorare la sua maestà”.

“In ogni preghiera, infatti” – ha ribadito il Pontefice – “si esprime sempre la verità della creatura umana, che da una parte sperimenta debolezza e indigenza, e perciò chiede aiuto al Cielo, e dall’altra è dotata di una straordinaria dignità, perché, preparandosi ad accogliere la Rivelazione divina, si scopre capace di entrare in comunione con Dio”.

“L’uomo di tutti i tempi prega perché non può fare a meno di chiedersi quale sia il senso della sua esistenza, che rimane oscuro e sconfortante, se non viene messo in rapporto con il mistero di Dio e del suo disegno sul mondo. La vita umana è un intreccio di bene e male, di sofferenza immeritata e di gioia e bellezza, che spontaneamente e irresistibilmente ci spinge a chiedere a Dio quella luce e quella forza interiori che ci soccorrano sulla terra e dischiudano una speranza che vada oltre i confini della morte”.

“All’inizio di questo nostro cammino nella Scuola della Preghiera vogliamo allora chiedere al Signore” – ha concluso Benedetto XVI – “che illumini la nostra mente e il nostro cuore perché il rapporto con Lui nella preghiera sia sempre più intenso, affettuoso, costante. Ancora una volta diciamoGli: ‘Signore, insegnaci a pregare’”.
AG/ VIS 20110504 (430)

mercoledì 27 aprile 2011

CRISTIANI: TESTIMONI DEL CAMMINO NUOVO DI PASQUA

CITTA' DEL VATICANO, 27 APR. 2011 (VIS). Il Papa ha raggiunto questa mattina il Vaticano proveniente da Castel Gandolfo, per l’Udienza Generale tenutasi in Piazza San Pietro con la partecipazione di 20.000 persone.

“Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede.” – ha affermato il Santo Padre – “Dalla Pasqua si irradia, (...) tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato. (...) La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità”.

Nella “Lettera ai Colossesi” San Paolo dice: “‘Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra’”. Però l’Apostolo, ha sottolineato Benedetto XVI “è ben lontano dall'invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. È vero che noi siamo cittadini di un'altra ‘città’, dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d'ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena”.

“E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell'uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. (...) La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose”.

“Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di Risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato”.

“La Pasqua è dunque” – ha concluso il Pontefice – “dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio, la logica dell’amore”.
AG/ VIS 20110427 (450)

mercoledì 20 aprile 2011

TRIDUO PASQUALE: ACCOGLIERE NOSTRA VITA VOLONTÀ DI DIO

CITTA' DEL VATICANO, 20 APR. 2011 (VIS). Tema dell'Udienza Generale di questo mercoledì, tenutasi in Piazza San Pietro, è stato il Triduo Pasquale "i tre giorni santi in cui la Chiesa fa memoria del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù".

  "Il Giovedì Santo" - ha spiegato Benedetto XVI - "è il giorno in cui si fa memoria dell'istituzione dell'Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale. In mattinata, ciascuna comunità diocesana, radunata nella Chiesa Cattedrale attorno al Vescovo, celebra la Messa crismale, nella quale vengono benedetti il sacro Crisma, l'Olio dei catecumeni e l'Olio degli infermi. (...) Durante la Messa crismale avviene anche il rinnovo delle promesse sacerdotali".

  "Nel pomeriggio del Giovedì Santo inizia effettivamente il Triduo pasquale, con la memoria dell'Ultima Cena, nella quale Gesù istituì il Memoriale della sua Pasqua, dando compimento al rito pasquale ebraico. (...) Gli Apostoli vengono costituiti ministri di questo Sacramento di salvezza; ad essi Gesù lava i piedi, invitandoli ad amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati, dando la vita per loro. Ripetendo questo gesto nella Liturgia, anche noi siamo chiamati a testimoniare fattivamente l'amore del nostro Redentore".

  "Il Giovedì Santo" - ha ricordato il Pontefice - "si chiude con l'Adorazione eucaristica, nel ricordo dell'agonia del Signore nell'orto del Getsemani. (...) Nella consapevolezza della sua imminente morte in croce, Egli prova un forte sgomento e si interroga circa i disegni che il Padre gli prospetta".

  Nel ricordare il sonno in cui cadono gli Apostoli che accompagnano Gesù al Giardino degli Ulivi, il Papa ha affermato: "È l'insensibilità nei confronti di Dio, che ci rende insensibili al male". Con la sua morte il Signore "sente tutta la sofferenza dell'umanità" (il calice della passione). La sua volontà è subordinata alla volontà del Padre e trasforma questa volontà naturale in un sì alla volontà di Dio.

  Fare la volontà di Dio, ha aggiunto il Papa "non è una schiavitù, ma è un'entrare nella verità, nell'amore e nel bene. È rivolgere la nostra volontà a Dio". Il dramma del Getsemani si esprime nel fatto che "Gesù, con la sua tristezza, prende su di sé il dramma umano, le nostre sofferenze, la nostra povertà e la trasforma nella volontà di Dio, aprendo così la porta del cielo".

  "Il Venerdì Santo" - ha proseguito il Santo Padre - "faremo memoria della passione e della morte del Signore; adoreremo Cristo Crocifisso, parteciperemo alle sue sofferenze con la penitenza e il digiuno".

  "Infine, nella notte del Sabato Santo, celebreremo la solenne Veglia Pasquale, nella quale ci è annunciata la risurrezione di Cristo, la sua vittoria definitiva sulla morte che ci interpella ad essere in Lui uomini nuovi".

  "Il criterio che ha guidato ogni scelta di Gesù durante tutta la sua vita" - ha sottolineato il Pontefice - "è stata la sua ferma volontà di amare il Padre e di essergli fedele (...) Nel rivivere il santo Triduo" - ha concluso Benedetto XVI - "disponiamoci ad accogliere anche noi nella nostra vita la volontà di Dio, consapevoli che in essa si trova il nostro vero bene, la via della vita. La Vergine Madre ci guidi in questo itinerario, e ci ottenga dal suo Figlio divino la grazia di poter spendere la nostra vita per amore di Gesù, nel servizio dei fratelli".

  Al termine dell'Udienza il Papa si è rivolto ai vari gruppi presenti all'Udienza di oggi, in particolare ai 3.000 studenti che partecipano all'incontro internazionale dell'UNIV, promosso dalla Prelatura dell'Opus Dei ed ha detto: "Cari amici auguro che queste giornate romane siano per tutti voi occasione di riscoperta della persona del Cristo e di forte esperienza ecclesiale perché possiate tornare a casa animati dal desiderio di testimoniare la misericordia del Padre celeste. Così attraverso la vostra vita si realizzerà quanto auspicava San Josemaría Escrivá: 'Il tuo contegno e la tua conversazione siano tali, che tutti nel vederti o nel sentirti parlare, possano dire: ecco uno che legge la vita di Gesù Cristo'".
AG/                                       VIS 20110420 (650)
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